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Fallitalia

Come tutti i fallimenti aziendali, anche quello di Alitalia – ma pure le maxi bancarotte a catena oltreoceano, a voler ampliare il campo visivo – assume rilievo sotto corposi profili di filosofia morale e politica. È almeno dal 2005 che l’accanimento terapeutico su una compagnia di bandiera a encefalogramma piatto mostra pericolose commistioni con la negromanzia. La ricapitalizzazione fasulla di tre anni or sono (tredici nuove azioni ai soci ogni due vecchie alla modica cifra di 0,8 euri cadauna: il depauperamento della partecipazione del Tesoro fece le veci del consueto biberon di Stato) rese scoperto oltre ogni ragionevole dubbio il gioco assistenziale della nostra classe politica. Poi venne il turno della privatizzazione a ostacoli prodiana che, forse per restare sulla falsariga delle primarie unioniste all’epoca celebrate di fresco, chiamò a raccolta molti candidati civetta e un vincitore designato. Vale a dire Intesa/AirOne dei sodali Bazoli e Toto, dopo che all’altro amico De Benedetti era scappato da ridere per i, diciamo così, ridotti margini di verificabilità contabile dell’azienda. Sennonché l’offerta economicamente più vantaggiosa, irrefutabile in termini di consistenza imprenditoriale a meno dei fiacchi sofismi sul made in Italy aeronavale da preservare, arrivò da Air France/Klm. Poco male, pensò l’astuto boiardo di Scandiano: sarebbe bastato mettere i franco-olandesi nella condizione di esigere a vuoto dai sindacati l’assenso al piano di vendita, per far finire la trattativa a carte quarantotto. Ciò che poi in effetti capitò, ma nel frattempo il cadaverino conosciuto col nome di “Prodi-bis” era caduto al primo refolo di vento giudiziario ostile. Era riapparso Berlusconi, il taumaturgo capace di trasformare l’acqua in vino, quindi anche 2,6 miliardi bruciati in dieci anni in un luminoso futuro di bilanci in attivo. Come? Semplice: dividendo Alitalia in due tronconi aziendali. Uno, la “NewCo”, finalizzato a riunire gli asset profittevoli della compagnia previo investimento d’un miliarduccio da parte di noti simpatizzanti ulivisti – hai visto mai che la responsabilità di un eventuale flop venga messa in conto solo al centrodestra. L’altro, la “Bad Company”, da commissariare sul groppone dei contribuenti dietro la nomina di un curatore fallimentare anch’egli prodiano di lungo corso (idem come sopra). La trama di questa soap opera ha raggiunto un apparente stallo con il passo indietro dei non-particolarmente-coraggiosi oligarchi acquirenti, è cronaca recentissima. Bluff? Preludio al sospirato fallimento del carrozzone alato? Lo scopriremo nelle prossime puntate.
Qui interessa ragionare sugli aspetti culturali ed etici di questo come di ogni altro tema economico. Dal pulpito della precomprensione “liberista” – parola con cui usa definire l’allotropo destrorso dell’utilitarismo – anche stavolta fioccano sentite lamentazioni contro lo statalismo bipartisan dei vertici politici italiani. Il migliorismo, specie nelle sue componenti a vario titolo filogovernative, alza la voce con la tipica prosopopea degli ottimati ex cathedra. Si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite; un’impresa privata fallirebbe domani ma lo Stato no, perché può manlevare legalmente i cittadini dei loro averi. Sono gli argomenti standard ripetuti a ogni pie’ sospinto in certi ambienti, quelli nei quali ieri l’altro sono girati gli auguri di buon XX Settembre e, di fronte alla suburra morale di questo Paese ancora troppo cattolico e mediterraneo, sempre si scuote la testa con fare rassegnato. Gli stessi ripetitori ideologici, con ignominiosa torsione argomentativa, amano poi sostenere di volere “il bene” della stessa gente che tanto disprezzano – affermando però di muoversi su coordinate valutative totalmente estranee alla dimensione “morale”.
Ma il problema delle giaculatorie liberiste è che, per rendere percorribili determinate soluzioni prasseologiche, occorre individuarne la compatibilità all’“oggetto” che il sistema istituzionale considerato si pone a livello di premesse. Il libero mercato è lo strumento più adatto a favorire una sostenibile selezione delle aspettative (qui il positivista, liberale o meno, direbbe “razionale allocazione delle risorse”, dando prova di aver già sistemato i concetti di “razionale” e di “risorsa” in qualche sgabuzzino metafisico di suo gradimento), certo, ma solo nei sistemi nomocratici, cioè consuetudinari. L’Italia, grazie al centralismo che la contraddistingue per volere dei “padri nobili” cari ai soloni di cui sopra, non lo è affatto, altrimenti non sarebbe stato possibile né metterla né tenerla assieme come nazione. Dopo il tracollo sabaudo, la neonata repubblica si scoprì “fondata sul lavoro” mantenendo inalterate le propaggini operative ereditate dallo statalismo regio: se le parole hanno un senso, tale presupposto comporta il primato dell’impiego come diritto positivo sulla libertà “coordinativa” come diritto negativo. Quindi, nella fattispecie del caso Alitalia, la fermezza liberista è stata coerentemente posposta al supremo obiettivo di salvare più posti di lavoro possibile.
Stante l’organizzazione del nostro consesso civile, l’applicazione dei dettami liberali ai fenomeni di relazione sarà sempre all’ultimo punto di qualunque agenda politica. Ci pensino sopra, gli odierni epigoni di Pisacane, Mazzini e Cavour.

Per una introduzione strutturata al dossier Alitalia, consiglio vivamente l’archivio tematico di Phastidio.

Pubblicato il 22/9/2008 alle 10.2 nella rubrica Diario.

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