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Il quoziente etico

Capita spesso di sentir dire che, nella notte della globalizzazione, le vacche del libero mercato saranno sempre più nere per tutti e, di conseguenza, lo spartiacque tra Destra e Sinistra diventerà la biopolitica. Cioè che si imporranno come qualificanti i cosiddetti “temi eticamente sensibili”, laddove forse sarebbe più appropriato parlare con franchezza di questione antropologica. Si tratta però di un luogo comune, in favore del quale io stesso ho spezzato qualche improvvida lancia in passato.
La ratio di questo pensiero unico, a ben vedere, confida nella possibilità di intervenire su ambiti decisionali eticamente neutri – soprattutto quelli economico-tributari – agendo su variabili squisitamente quantitative, sbarazzandosi così dell’ingombrante necessità di definire una morale pubblica. Ci si scanni pure su eutanasia, droga e aborto (circostanze numericamente marginali, dopotutto), ma si eviti di filosofeggiare troppo sulle problematiche risolvibili mediante il calcolo costi/benefici e perciò demandabili a ristrette cerchie di asettici specialisti. Sennonché quest’etica invadente presiede, eccome, ai criteri adottati per effettuare il conto economico. Altrimenti non esisterebbero argomenti scevri di gratuità contro la soppressione degli orfani portatori di handicap psicofisici, che costano molto senza procacciare alcun guadagno materiale a chi li mantenga.
Forse la verità è che si può arrivare a idee politiche molto simili partendo da posizioni ideologiche lontanissime. Un Giavazzi canta le lodi del “liberismo” snocciolando l’arcinota tiritera sull’ampliamento di base imponibile che l’alleggerimento fiscale comporta, mentre l’antistatalismo del sottoscritto rifiuta il subordine a ipotetiche evidenze empiriche infauste. Là qualcosa è giusto perché funziona, qui funziona – ammesso che lo faccia – perché è ritenuto giusto. Non sto a dilungarmi sulle giustificazioni sovraeconomiche del mio libertarismo, del resto ripetutamente illustrate in molte occasioni prima d’ora. Preferisco invece esaminare una peculiare applicazione del mio discorso al dibattito politico.
In due analisi comparse mesi fa sul suo blog, malgrado qualche distinguo nel merito da un intervento all’altro, Phastidio giudicava in modo sostanzialmente sfavorevole la misura del quoziente familiare. I motivi della bocciatura si rifacevano a categorie di valutazione, in apparenza, puramente tecniche. Dico “in apparenza” perché, come sempre accade nell’osservazione di un fenomeno, sono le ipotesi iniziali a rilevare sotto il profilo pregiudiziale. La trattazione di Phastidio, come pure la logica sottesa alla da lui citata Agenda di Lisbona, parte dall’assunto secondo cui la donna o l’uomo di casa sarebbero soggetti improduttivi per la semplice ragione di non contribuire al PIL. Viene da obiettare che se risparmiarsi l’ingaggio di colf, badanti e babysitter comporta indubbi vantaggi di economia domestica, tutte queste mansioni non devono esattamente corrispondere a un ideale di vita riposante. Ma l’interrogativo che si impone è se non sia maggiormente “distorsivo delle scelte individuali” negare tale evidenza piuttosto che riconoscerne il valore tramite la leva tributaria.
Di lì a poco Carmelo Palma e Piercamillo Falasca avrebbero fatto seguito alle osservazioni di Phastidio sollevando, tra l’altro, dubbi inerenti l’equità orizzontale del provvedimento. Pur trovandomi d’accordo sull’opportunità di includere alcuni carichi familiari extramatrimoniali (bambini, anziani, disabili) nella partizione dell’imponibile, trovo tuttavia che per le convivenze solidali estranee al coniugio il secondo percettore di reddito vada escluso da tale novero. Questo perché il consesso civile trae ingenti esternalità positive dalla volontà di armonizzare e ufficializzare una potenzialità (la procreazione) che, nel suo esprimersi all’interno della coppia, precede strutturalmente lo stesso istituto giuridico che la regolamenta.
Gunnar Myrdal (quindi non certo un campione dell’anarcocapitalismo né un estimatore delle casalinghe, come si può evincere qui) ebbe a scrivere: “Allora [1929] credevo ancora che esistesse una teoria economica solida e obiettiva, priva di giudizi di valore... Questa credenza... non è, secondo la mia opinione attuale, che un ingenuo empirismo. I fatti non si organizzano da soli in concetti e in teorie solo perché vengono osservati... Sono perciò arrivato alla conclusione che sia sempre necessario, dall’inizio alla fine, lavorare con premesse di valore esplicite” (L’elemento politico, citato da Sergio Ricossa in La fine dell’economia, p. 182). Piaccia o meno, anche i sistemi di valutazione più rigorosamente quantitativi procedono da presupposti valoriali. Quindi i temi economici non appartengono a un equanime regno della “pura metrica”, totalmente separato dalla filosofia morale. E nemmeno il quoziente familiare fa eccezione.

Pubblicato il 23/8/2008 alle 11.50 nella rubrica Diario.

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