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Liberticidio di mezza estate

Quest’anno l’Italia agostana si scopre in balia di un’insolita ondata di divieti creativi. Ovunque furoreggiano campagne “moralizzatrici” che, come di consueto nel fu Bel Paese, aggrediscono svariati malcostumi secondo il ben noto canone inverso dell’intervento ad hoc. Non provvedimenti strutturali a cui ottemperare organicamente, ma ordinanze comunali “caso per caso”, grida manzoniane verosimilmente in contrasto con chissà quante norme pregresse e/o sovraordinate – oltre che portatrici insane di iperregolamentazione maligna.
Sì, perché vietare i castelli di sabbia o il déshabillé nelle località turistiche vuol dire trasformare in violazione dilagante un comportamento del tutto legittimo fino a poco prima dell’interdizione. E il sanzionamento di infrazioni così statuite dà quindi luogo all’odiosa discrezionalità della repressione a casaccio o, peggio, indirizzata verso bersagli politicamente convenienti. Il sindaco che vieta alle comitive dai tre elementi in su di stazionare nei parchi pubblici; quell’altro che multa chi fuma nei parchi giochi; il gestore di impianti sportivi che non permette di fotografare i bambini in piscina. Sono tutti esempi di un atteggiamento ben preciso da parte delle autorità, improntato a presumere la colpevolezza di cittadini ritenuti, di volta in volta, potenziali teppisti, untori o pedofili.
L’impossibilità di punire uniformemente (leggasi equamente) simili fattispecie si somma quindi alla diffidenza reciproca tra amministrazioni e collettività alimentata da questo proibizionismo a tutto campo. L’equivoco alla base di certe rigide disposizioni consiste infatti nell’idea che l’applicazione di una normativa meticolosa “moralizzi” il costume pubblico. Mentre nei fatti accade esattamente l’opposto: il “bene” cristallizzato nei regolamenti specifici viene (forse) rispettato per timore di una condanna esecutiva, non per libera e spontanea adesione a un’etica riconosciuta come giusta, nell’ambito di una neutralizzazione politicistica della legge morale. Logico poi che premesse del genere facciano da apripista alla mentalità degli “italiani brava gente”, laddove l’indiscriminata presunzione di colpevolezza viene ricambiata con furbizie assortite e senso civico assai volatile. Del resto solo chi dà fiducia può legittimamente usare severità con l’incoscienza; ma in caso contrario, se ad esempio il trattamento riservato all’italiano medio disegna il corridoio comportamentale di un eterno minorenne, non si potrà condannare fino in fondo il reo per “averci provato” e ci si dovrà accontentare di una sorta di paternalismo perdonista a singhiozzo.
Al saldo libertà/responsabilità non si scappa. Viene dunque da chiedersi come mai appaia tanto conveniente, nell’Italia di oggi, riparare sotto l’egida delle norme anziché produrre consuetudine interagendo tra uomini liberi. Perché a un vicino di ombrellone molesto non si può chiedere un po’ di tregua? Perché a uno che fuma vicino ai bambini non si può domandare di spostarsi? La risposta a tali interrogativi ci riporta alla scarsità di fiducia. Dovrebbe essere l’esperienza, come tempo fa scriveva un saggio amico, a insegnare “alla comunità degli individui, nonostante la sua vulnerabilità all’azione disonesta, il vantaggio della fiducia reciproca, che piano piano fonda una moralità collettiva col tempo destinata a trovare espressione nella legge”. La pretesa di rifondare la “moralità collettiva” di cui sopra tramite l’officina legislativa – capovolgendo il paradigma riassunto tra virgolette – erode allora la morale stessa, negandone l’autonomia individuale ed essenziale, e prosciuga la fiducia che dovrebbe irrorarla.
Per uscire dalla spirale draconiana che stritola l’Italia urgono riforme in grado di restituire le persone a una dimensione morale più autentica, nella quale rinunciare all’omologante prontuario normativo e tornare a farsi carico “fisicamente” delle responsabilità. Occorre rassegnarsi all’impossibilità di determinare le circostanze interamente a priori: chi mi vieta di mangiare il panino sulla scalinata di Palazzo Barbieri si illude del contrario.

Pubblicato il 8/8/2008 alle 12.48 nella rubrica Diario.

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