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La fine dell'economia

di Sergio Ricossa
Rubbettino/Leonardo Facco, 225 pp., € 15,00

“il perfettismo tendenzialmente riduce la morale a politica,
l’imperfettismo riduce la politica a morale”

Nel mezzo dell’accidentato cammino che da liberale lo portò a riscoprirsi libertario, Sergio Ricossa si divertì a comporre questo zibaldone di teoria politica, col quale sfruttare la sua disciplina del cuore – l’economia – come punto di partenza per un excursus filosofico incentrato sulla dicotomia tra “perfettismo” e “imperfettismo”. La contrapposizione fra queste due grandi scuole di pensiero, talora insistita al limite della stucchevolezza, funge da esemplificazione concettuale della dialettica tra totalitarismi più o meno soft e le numerose variazioni sul tema del liberalismo. Nell’accezione dello studioso torinese, “perfettismo” è parola che sta a tratteggiare i lineamenti caratteristici di un’atavica ambizione umana: quella di pervenire, tramite una sistemazione inattaccabile e definitiva del reale e delle sue leggi, all’emancipazione collettiva dalla scarsità, dalla finitezza, dall’arbitrio, in una liberazione dalla servitù del bisogno resa possibile dal concreto ottenimento dell’assoluta perfezione, appunto.
Il conflitto interiore tra le due anime intellettuali del Ricossa anni ’80, sostanzialmente, si manifesta nel passaggio da uno scetticismo humiano-benthamita a un falsificazionismo popperiano con abbondanti venature premoderne. Non senza scontare molti degli svarioni tipici dell’armamentario ideologico in via di dismissione, come ad esempio laddove l’autore denuncia un secondo fine – la salvezza dell’anima – nell’etica religiosa. Ironico che poi, tirando le somme della sua ricognizione antropologica, egli stesso ammetta che però “Sant’Agostino era convincente contro Pelagio” (p. 191). Traduzione “secolare” della Grazia agostiniana è la verità morale che, assieme alla volontà e alla libertà, costituisce un trittico indissolubile proprio ai fini dell’imperfettismo tanto caro a Ricossa. Per i progressisti (gli odierni pelagiani) quella verità non esiste, sicché ciascuno può ricavare autonomamente le regole del retto vivere. Quindi delle due l’una: o tali regole hanno validità generale, e diventano una gnosi da imporre a tutti, oppure esse esauriscono la loro efficacia a livello individuale, nulla dicendo in merito ai rapporti interpersonali – ossia di fatto declassando a chiacchiera retorica il virgolettato che mettevo in esergo. E, en passant, ridando fiato alla politicizzazione dell’ethos. Lo stesso dilemma si presenta seguendo la via dei reazionari (i manichei parimenti criticati da Agostino) che, negando la libertà, fanno assurgere a verità indiscutibili asserti giocoforza parziali e transitori. Solo la complementarità dei tre termini etici di cui sopra scongiura l’avvento di una “fine della morale”, capace di far coincidere la rettitudine al rispetto di norme precodificate una volta per tutte.
Un’altra nota dolente arriva a proposito del diritto naturale, allorché Ricossa si richiama alla lezione del giuspositivista Bobbio sostenendo che “il giusnaturalismo è perfettistico in quanto creda «di aver messo certi diritti (ma non erano sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione derivandoli direttamente dalla natura dell’uomo»” (p. 74). Ma la “natura dell’uomo” è appunto quella di essere imperfetto, capace di aderire all’infinito solo mediante un’ineffabilità non suscettibile di fondamento razionale. Dunque obbligato a operare chiusure convenzionali, assiomatiche, rispetto all’organizzazione sistematica di una materia eticamente rilevante come il diritto. Perfettistica sarebbe la pretesa di aver dimostrato dall’interno la verità dell’esistenza – anziché, più modestamente, la necessità concettuale – di simili fondamenti.
Tra una sbavatura e l’altra, comunque, l’autore tiene dritta la barra della sua personale navigazione verso un libertarismo scevro da incrostazioni positiviste, fino a scolpire riflessioni che non esito a giudicare ineccepibili. Come ad esempio quelle contro l’utilitarismo, memori del “monito di Popper (Congetture e confutazioni) [...] «non dovremmo mai cercare di controbilanciare la miseria di alcuni con la felicità di altri». Si nega così un cardine dell’utilitarismo, il “calcolo felicifico”, e si sottintende che sia in parte velleitaria l’intenzione di fare il bene dei posteri” (p. 99-100). E ancora: “gli utilitaristi tengono conto delle utilità di tutti gli individui, ma non esitano a sacrificare le utilità di alcuni a profitto di quelle degli altri (l’individualismo degli utilitaristi, che sono perfettisti, finisce presto)” (p. 160).
Non sono da meno i rimandi alla scuola liberale austriaca in merito all’annosa questione del tradizionalismo: [la tradizione] non deve fossilizzare il vecchio, ma formare un insieme di valori e di regole di condotta ampiamente seguite, che «per lo più non sono una scelta deliberata di mezzi per fini specifici, bensì una selezione nel corso della quale i gruppi di maggior successo sostituiscono gli altri o sono imitati dagli altri, spesso senza sapere a che debbono la loro superiorità» (F. Hayek, The Error of Constructivism). [...] Ai progetti rigidi di lungo periodo si sostituirebbe una sperimentazione flessibile, che non assicurerebbe l’ottimo, ma d’altra parte ridurrebbe il rischio delle peggiori catastrofi imputabili all’uomo” (p. 137). Il senso e il valore delle tradizioni derivano quindi dall’imperfezione umana, bisognosa di uno scudo contro la barbarie del dispotismo e le più sottili strategie accentratrici del costruttivismo democratico.
Naturale sbocco di queste premesse è un’impostazione epistemologica ove il relativismo si mantenga su coordinate strettamente descrittive, mai sbadatamente metafisiche: per quanto tale approccio sia costantemente “minacciato di degenerare [...] nel nichilismo: nulla è vero, nulla è falso, tutto è relativo, tutto è tutto, tutto è nulla [...] l’imperfettista popperiano crede nell’esistenza di assoluti (il vero, il perfetto), però non vuole illudersi che siano mai raggiungibili, né che, raggiunti per caso, siano riconoscibili e accertabili” (p. 183).
Una sistemazione gnoseologica che rievoca la dotta ignoranza di Nicola Cusano e che prelude all’abbraccio con la filosofia del libero arbitrio. La quale “continua tuttora a farci discutere, e forse sempre lo farà, anche perché nessuno di noi, mediante l’introspezione o in altro modo, sembra in grado di accertare se decidiamo come vogliamo o come vogliono innumerevoli cause ambientali e cause interne al nostro cervello; nessuno sa davvero se avremmo potuto scegliere diversamente da come abbiamo scelto” (p. 193). L’acquisizione delle norme comportamentali avviene tramite l’assorbimento nella coscienza individuale delle esperienze vissute, il che equivale ad ammettere la natura duale – oggettiva e soggettiva – dell’etica. In assenza di uno dei due poli, la gnosi ha gioco facile a esigere l’applicazione del suo disegno di “fine della morale”, nel cui ambito coltivare l’illusione di far coincidere parole e cose e di poter mettere capo al supplizio della precarietà esistenziale.
Giungere a conclusioni del genere, magari dopo faticosissimi percorsi di rielaborazione personale, comporta notoriamente il distacco dalla sensibilità dei più ed espone all’ostracismo ideologico da parte degli stessi cugini liberali “classici”. Forse il prezzo dell’imperfettismo è rassegnarsi a essere minoranza di una minoranza, ossia puristi ininfluenti e consci di sapere poco o nulla. L’avventura dell’intelletto, se non altro, ci gratifica con l’ironia socratica di questa consapevolezza.

Pubblicato il 1/8/2008 alle 9.38 nella rubrica Diario.

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