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La scelta di Eluana

Dopo che la Corte di Cassazione ha autorizzato Beppino Englaro a interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali alla figlia Eluana, in stato vegetativo da quasi sedici anni, l’opinione pubblica italiana si è divisa in favorevoli e contrari. Come spesso capita quando si lambisce la “zona oscura” che avviluppa i fondamenti del diritto, il rigore del ragionamento rischia comprensibilmente di abdicare alle prese di posizione sommarie, alla retorica da talk show, alla smaliziata persuasività dei sofismi più viziosi.
Si è detto che una minorenne in buona salute non può che immaginare con terrore, e dunque rifiutare istintivamente, la prospettiva di rimanere supina a vegetare – ma che, come accade di frequente, si potrebbe ricredere una volta toccatale quella condizione. In molti hanno aggiunto che la speranza di un risveglio, per quanto ridotta al lumicino, deve sempre sconsigliare l’assunzione di decisioni irrevocabili.
Tuttavia la logica degli argomenti suddetti non riesce a convincermi. Innanzitutto perché avventurarsi nell’interpretazione dei mutevoli intendimenti di un individuo ormai privo di qualsiasi facoltà cognitiva estrinseca è compito senza fine – come ogni istanza ermeneutica, del resto – e certamente meno riconducibile alla volontà del soggetto di cui sopra che non applicare le sue ultime disposizioni note. Poi perché della persistenza e dell’irreversibilità di uno stato vegetativo la medicina può giudicare solo tramite le categorie statistico-descrittive che le sono proprie: pretendere diagnosi e prognosi “matematicamente certe”, alla luce di questa premessa, equivale a esigere responsi scompaginati rispetto al contesto loro proprio. Certo, l’esecuzione differita di voleri tanto delicati deve avvenire compatibilmente ai capisaldi della cornice legale in cui si operi. Ed è a questo proposito che si appuntano le mie critiche alla fallacia di certi discorsi pro-eutanasia.
Questi ultimi, sostanzialmente, sono basati sul motto “io sono mio”, che però veicola una marchiana mistificazione retorica. Assimilando la titolarità della vita a un bene soggetto ai due diritti reali di usufrutto e nuda proprietà, non può sfuggire che sul primo gravano pesanti limitazioni. Per il solo fatto di dover incamerare un reddito, nutrirci e sottostare alle leggi, non sussiste la piena potestà individuale su quella prerogativa. Nemmeno la nuda proprietà, d’altro canto, si può considerare incondizionata, poiché essa è alienabile solo per sottrazione irreversibile. Il corpo, cioè, non è un vestito che nel caso si può ricomprare. Ma tra i due vincoli intercorre una profonda differenza: mentre l’usufrutto, nella specifica analogia presa in esame, fa capo alla sfera relazionale e quindi risulta condiviso tra il soggetto e i suoi referenti ambientali (famiglia, amici, collaboratori, istituzioni), sulla nuda proprietà permane un’alea che rinvia all’indicibilità della “persona” come essenza a priori. Se non al detentore di fatto, a chi altro assegnarne la signoria?
Lo stato in cui versa Eluana Englaro rientra nell’insieme di casi in cui l’usufrutto praticabile tende asintoticamente a zero e al paziente rimane la nuda proprietà di sé, nell’ambito di un sistema giuridico che, per conservare la sua coerenza interna, può rimetterne la misteriosa titolarità solo all’interessato. E d’altra parte l’inevitabile tensione tra autodeterminazione individuale e definizione oggettiva di un margine d’usufrutto “accettabile” impedisce di stabilire criteri universalmente validi per la regolamentazione di queste fattispecie.
Appunto per questo la volontà di sospendere i trattamenti terapeutici non va mai presunta in assenza di solidi riscontri diretti e/o testimoniali, né ci si può incamminare con disinvoltura sul piano inclinato che conduce a legalizzare l’omicidio del consenziente. L’indecidibilità teoretica del trinomio vita-libertà-proprietà, limitazione riguardante in ugual misura tutti gli uomini (quella che è la miglior ragione a favore del diritto naturale), rende necessaria la parziale indisponibilità soggettiva del bene-vita. Ogni dibattito bioetico che tenti di eludere questo nodo fondamentale sconta un “non detto” altamente fuorviante.

Pubblicato il 18/7/2008 alle 9.52 nella rubrica Diario.

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