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Wanted - Scegli il tuo destino

Il kazako Timur Bekmambetov ha un debole conclamato per la rivisitazione in chiave “spara e scappa” delle mitologie basate su esoteriche confraternite di giustizieri predestinati. In Nightwatch si fronteggiavano i guardiani del giorno e della notte, due schiere di controllori della non-ingerenza reciproca nel libero arbitrio dei comuni mortali – a loro volta tenute sotto stretta sorveglianza da super vigilanti eletti tra gli eletti.
Stavolta sale alla ribalta una congrega di sicari votati alla feroce esecuzione dei responsi di morte orditi da un telaio meccanico, le cui inappellabili sentenze sono tradotte in caratteri alfabetici dall’aruspice a capo dell’ordine. Di nuovo si pone l’interrogativo “chi controlla i controllori?” – o, nella fattispecie, “chi giustizia i giustizieri?” – che fece vibrare di suggestioni filosofiche le vignette del Watchmen di Alan Moore. Non per nulla il soggetto originale di Wanted si ispira all’omonima graphic novel di Mark Millar e J. G. Jones.
Nel film la risposta si chiama Wesley Gibson (James McAvoy, già visto ne L’ultimo re di Scozia e in Espiazione), ragioniere depresso che, sequestrato dalla fatalona Fox (Angelina Jolie, qui in versione anoressica) e sottoposto a un crudele tirocinio, da sfigatissimo travet si trasforma in macchina da guerra e assurge al rango di sterminatore apicale – di giustiziere dei giustizieri, per l’appunto. Il principio (ri)unificante incarnato dal protagonista incorpora valenze etico-escatologiche che il regista elabora servendosi di strumenti visivi tra l’estroso e il burino, ma mai dotati della carica immaginifica necessaria ad accompagnare adeguatamente il tema portante della vicenda.
Il sottofondo narrativo, in buona sostanza, rimanda al conflitto tra scelta e destino nell’ambito dello spietato utilitarismo che innerva il codice deontologico della confraternita (“ne uccidi uno, ne salvi mille”). Il Fato propone, la necessità di mantenere in equilibrio il Caos dispone: questa è la brutale consapevolezza che traspare dai dettami dell’ordine. È significativo che la metafora più efficace in tutta la pellicola venga dal moto dei proiettili, curvare la linearità del quale rappresenta, assieme, la prova provata della compiuta attitudine alla guardianìa e l’evidenza di una deliberata hybris verso l’ordine naturale del mondo. Un ordine rettilineo contrapposto alla circolarità cui tende l’imperativo “contabile” e ricorsivo dei giustizieri, contro il quale solo la travagliata riconciliazione con la paternità – l’origine degli eventi sottolineata dai rewind iniziale e finale – sembra poter fare da scudo.
Un risvolto metaforico pure greve e scontato, però, che ben sintetizza la levatura generale di un film chiassoso, sboccato e mainstream nella peggiore accezione del termine. Se bastasse far leva con brio su spunti tematici accattivanti (e abbastanza datati, vista l’età non indifferente del mito delle Parche), per dare vita a prodotti validi, il cinema recente abbonderebbe di chicche imperdibili. Invece si assiste nuovamente all’omologante predominio del montaggio a singhiozzo e dell’effettisitica visiva debordante sul nucleo artistico della rappresentazione, di sconfortante pochezza drammaturgica – e scritturale: come può Fox, nel finale, prendere in parola con tanta sicumera il rilancio di un priore (Morgan Freeman) già dimostratosi infido?
C’è spesso da ridere di pancia, lo ammetto, ma il più delle volte si tratta della comicità involontaria dovuta alle esagerazioni acrobatiche di certe scene d’azione (l’avvitamento laterale al ralenti della macchina di Wesley nell’uccisione della sua seconda vittima, ad esempio). Va bene, il finale ultra-coatto strappa una risata sincera e cercata. Ma è un po’ poco, per l’opera che avrebbe dovuto convertire Hollywood all’impegno divertito delle nuove avanguardie europee.

In giro ne parlano così: “il vulcanico kazako Timur Bekmambetov (“I guardiani della notte” ecc.), trae un frenetico gioiello visivo e – perché no? – filosofico che manda a casa sazi e affamati di seguiti” [Alessio Guzzano]; “Diciamo le cose come stanno: Wanted è un film coatto. E’ un film cafone. E’ un film che fa fomentare la gente e la fa esultare, sghignazzare e commentare ampiamente e ad alta voce lungo tutta la durata della pellicola. E’ un film che ti lascia con il sorriso” [Jinzo]; “E’ un film di azione “puro”. Inseguimenti, sparatorie, colpi di scena. Lontano dunque da certo cinema “intellettuale”, può essere criticato da molteplici punti di vista. Fatto sta che non ci si annoia mai” [In Visigoth]

Pubblicato il 10/7/2008 alle 9.35 nella rubrica Film e DVD.

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