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Il teatrino fa comodo a tutti

L’evoluzione del quadro politico italiano sta facendo registrare un deciso “indietro tutta”, nel percorso di avvicinamento programmatico e di tregua civile che aveva segnato i rapporti tra gli opposti schieramenti almeno fino alla formazione del nuovo governo. I giorni dell’idillio bipartisan tra Silvio e Walter sembrano già un lontano ricordo. A quanto pare, il faticoso lavoro di convergenza al vertice che andava prospettandosi sulle riforme “di sistema” dev’essere apparso eccessivamente ingrato, rispetto al gioco delle parti fatto di schermaglie a corta gittata cui il bipolarismo italiano ci ha abituati.
La contesa politica dovrebbe permettere di arrivare all’attuazione di un progetto di governo muovendosi entro un’architettura istituzionale il più possibile maneggevole e condivisa (America docet). L’Italia, com’è noto, si è sempre fondata e rifondata contro le parti di volta in volta sconfitte in seno al suo burrascoso consesso civile: contro il cattolicesimo temporale, contro l’italietta liberale, contro l’italiaccia fascista, contro le ruberie del pentapartito. Di fatto, con la caduta del proporzionale puro si è cercato di introdurre surrettiziamente un premierato materiale, di modo da aggirare l’irrilevanza della politica e la supremazia dei poteri non elettivi – i due prezzi da pagare per riscattare l’atavica allergia italiana all’assunzione di responsabilità chiare e distinte. Il risultato, a quindici anni dal referendum sul maggioritario, è nuovamente sotto gli occhi di tutti: i proclami decisionisti si scontrano con le farragini procedurali e svaporano nell’effetto-annuncio, la buona volontà dialogante si lascia corrompere dalla tentazione piazzaiola e il confronto costruttivo traligna nell’ultimatum.
Lo status quo mostra il suo lato confortevole, per un verso allettando il personale politico con la prospettiva di una navigazione a vista giustificabile a buon mercato – dato che la colpa dell’immobilismo è sempre scaricabile sul “sistema”, oggettivamente congegnato per essere irriformabile quale che sia l’ampiezza dei mandati popolari. Per l’altro mettendo in palio la comoda investitura a condottieri della lotta per bande perenne sancita dalla Costituzione – la quale, fondando la Repubblica sul feticcio ideologico del lavoro, attizza deliberatamente un conflitto sociale continuativo. Perché spartirsi le responsabilità di un riassetto istituzionale, se giocare a indiani e cowboy mantiene i grandi numeri del consenso – e le relative posizioni di potere – pressoché invariabili? Perché riformare le prerogative degli organi politico-decisionali, se la scusa dei “pochi poteri del Presidente del Consiglio” mette agevolmente al riparo dalle critiche dei delusi? È molto più semplice lasciare gli italiani a beccarsi come i capponi di Renzo Tramaglino.
Visto che riproporre schiettamente il Lodo Schifani sarebbe troppo impegnativo, ecco allora la scorciatoia di condire una più modesta selezione di priorità giudiziarie (sulla legittimità della quale si potrebbe aprire un interessante dibattito: dire che viola l’obbligatorietà dell’azione penale non è diverso dal sostenere l’incostituzionalità di qualsiasi ritocco alla progressività fiscale. Se si mette mano al come, secondo me, non si altera per forza il cosa) con esternazioni pirotecniche sui complotti degli immancabili magistrati rossi. E riecco, d’altro canto, la mobilitazione della coscienza civile progressista contro le nuove leggi-vergogna del Cavaliere.
A costo di essere ripetitivo e scontato, ribadisco che l’andazzo di cui sopra si deve al centralismo, modalità operativa che, oltre alla macchina statale, riguarda pure i partiti e il mercato del lavoro. Fino a non molto tempo addietro, mi illudevo che la situazione si potesse correggere gradualmente, tramite processi di riforma incrementali, conservativi. Ma la mentalità necessaria per risolversi – e un po’ rassegnarsi – a governare il cambiamento giorno dopo giorno è totalmente estranea al substrato culturale italiano, perfino presso le fasce socio-elettorali che in teoria dovrebbero averla a cuore. L’incolmabile voragine tra immobilismo e riformismo “per strappi” dà la misura dei mali nostrani, nell’ambito di un contesto politico drammaticamente menomato di un vero e proprio conservatorismo. Altro che normalizzazione: la strada verso una sensibilizzazione federalista e liberale dell’Italia è ancora lunghissima e pensare di poterla placidamente lastricare di laicità jeffersoniana sa di velleitarismo. Errore madornale sarebbe affrontarla arroccandosi nel purismo ideologico; piaccia o meno, occorre perseverare nel dragaggio del liberalismo latente tra l’elettorato di grossi contenitori partitici. Rimanere con niente per aver voluto tutto sarebbe sciocco e infantile.

Pubblicato il 23/6/2008 alle 10.5 nella rubrica Diario.

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