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Liberarsi dei demoni

 di Giorgio Israel
Marietti 1820, 331 pp., € 20,00

“La «scienza per la scienza»
è formula vuota di contenuto sociale.
Il sapere può porgere alla volontà
soltanto i mezzi dell’operare, non i fini;
ché è assurdo cercare nella Scienza
le norme della vita”
 
Federigo Enriques
 

Lo iato tra natura e storia è uno dei due fuochi attorno ai quali orbitano le pluridecennali riflessioni di Giorgio Israel, professore ordinario di Storia della Matematica presso l’Università “La Sapienza” nonché valente epistemologo. L’altro, il mito del controllo scientifico/palingenetico dei fenomeni sociali in relazione all’autocomprensione dell’uomo, è quello cui fa riferimento il titolo del presente saggio. Come ne I demoni di Dostoevskij, infatti, la rappresentazione che l’umanità dà di se stessa annoda bilateralmente il legame tra concezione della scienza e filosofia politica. Se l’uomo è una macchina tarata per massimizzare una “funzione di utilità” matematicamente determinata, il consesso civile diviene un marchingegno strutturato manovrabile – o, all’occorrenza, rifondabile – operando solo su parametri quantitativi.
Ma può la scienza, e segnatamente la biologia, farsi carico in solitudine della responsabilità di eleggere quello materiale a unico piano fenomenologico degno di considerazione, occultando quindi l’espediente metaforico insito nel fare “come se” anima, trascendenza e metafisica non sussistessero? Per Israel “i fenomeni biologici si svolgono per lo più nel tempo storico, e quindi non sono prevedibili e riproducibili allo stesso modo dei fenomeni del mondo fisico inanimato, a meno che non si voglia pretendere che esistano delle leggi della storia”. Ne viene una limitazione intrinseca di tutti i saperi a forte base induttiva – come anche l’economia politica e la sociologia – che, unita all’abbandono dell’oggettivismo cartesiano perfino da parte delle scienze “dure”, dovrebbe consigliare cautela e senso della misura.
Invece l’arrancare della teoresi appresso alle conquiste di un progresso tecnico apparentemente inarrestabile e autosufficiente a molti suggerisce l’opportunità di sbarazzarsi a cuor leggero della fase elaborativa. Tant’è che mai come oggi tende ad affermarsi una visione puramente manipolatoria dell’impresa scientifica, nella quale la ricognizione teorica preliminare all’avvio della prassi esecutiva viene sbrigata quasi con insofferenza, perché “improduttiva” e dunque, in fin dei conti, letteralmente controproducente. I naturali complementi di questo quadro culturale sono due. Uno, di ordine etico, è il dilagare del consequenzialismo, “secondo cui non esiste alcuna nozione autonoma di morale, di bene o di male, ma soltanto la possibilità di sviluppare delle analisi logico-matematiche circa le conseguenze dell’adozione di differenti sistemi normativi, [sicché] la scelta fra questi sistemi va fatta in base a criteri di ottimalità”, che però devono pur “essere definiti in qualche modo, e quindi il problema” di stabilire un’etica dall’esterno dei sistemi medesimi “si ripropone in modo circolare”. L’altro, di tipo filosofico, è l’immanentismo, cioè l’idea che l’essere sia sempre riconducibile a categorie intranaturali. Un’ideologia materialista che culmina, spesso non senza contaminarsi con alcuni capisaldi del liberalismo classico, nel riduzionismo neurofisiologico della mente. Poiché considerare apertamente il pensiero come una secrezione tra le tante renderebbe arduo distinguere tra corporeità e soggettività, relegando quest’ultima nell’ambito della naturalità oggettivata (o comunque sicuramente oggettivabile), di solito i fautori del “neurocentrismo” si premurano di muovere “da una critica del paradigma del riduzionismo – il tutto è somma delle parti – per asserire che nei sistemi ad alta complessità (nozione a dir poco fumosa) nascono proprietà «nuove» e non deducibili dal comportamento delle singole parti. L’Io cosciente sarebbe una di queste”. Ma così facendo, ovviamente, ci si addentra in una “metafisica purissima e, per di più, sconclusionata: la proprietà «emergente» [...], pure derivando dalla materia non è materiale, essendo una «proprietà». Per giunta, chiamare l’Io cosciente una «proprietà» non è molto diverso dal chiamarlo anima”. L’unica alternativa a questo anello di aporie spiritualiste sarebbe un materialismo schietto che tuttavia, come si diceva poc’anzi, non è esente da complicazioni dogmatiche a sua volta.
Pur con questo parafernale di traballanti premesse concettuali, lo scientismo – dottrina che predica l’irrazionalità dei saperi non formulati in termini quantitativi – non esita a mostrare il suo volto utopistico, promuovendo ideali come ad esempio il transumanesimo, e dispotico, paventando criteri per l’attribuzione progressiva del diritto alla vita. Nel primo caso vengono dipinti futuribili scenari di emancipazione dalla naturalità che, oltre a riposare sul paradosso di voler fuggire dalla dimensione materiale negando il carattere spirituale delle costruzioni mentali, con ogni evidenza surrogano l’apocatastasi religiosa con una, tecnologica, non meno gravida di tensione all’immortalità. Nel secondo fa nuovamente capolino l’inconciliabilità del materialismo col dualismo. Vigente l’analogia uomo-macchina, il salto da oggetto a soggetto è solo un artifizio retorico. Se invece, come spesso viene detto, il requisito determinante per accedere allo status di “persona” è l’autocoscienza, si riconosce l’identità fra mente e sistema nervoso. Ma mettere il pensiero in capo all’apparato che consente, da un certo momento in poi, l’estrinsecazione dei sensi è fare ancora una volta della metafisica: nessuno, infatti, può dire con assoluta certezza che prima di quel “momento” la mente non sia collocata in una sede diversa, introflessa nel badare all’organizzazione dei precedenti stadi di sviluppo embrionali.
Entrambi questi risvolti dello scientismo sono accomunati da una concezione antropologica assai lontana dall’individualismo libertario: i rapporti economici sono visti come una schiavitù da superare (l’illusione di potersi eternare in un hard disk o in un cyborg mira chiaramente a liberare l’uomo dal giogo della scarsità) e il diritto alla vita si acquisisce grazie alle facoltà relazionali (di cui l’autocoscienza fa parte a pieno titolo, essendo “io” altro da “me stesso” sul piano cognitivo primo).
Per cacciare questi fantasmi dall’orizzonte, Israel propone di coniugare la filosofia del “giusto mezzo” allo spirito che fu dell’Umanesimo e del Rinascimento. Giustamente allarmato dall’imperversare dell’antinomianesimo tra opposti simpatetici, con il fisico Tito Arecchi l’autore rileva il “«diffondersi di due fondamentalismi», quello dei creazionisti e quello di chi vuole imporre il «credo che la scienza possa dire tutto e che non esista altro di cui parlare»” e aggiunge che “«si tratta in ambo i casi di una forma di intolleranza per cui il predicatore familiare con la Bibbia o lo scienziato familiare con le sue procedure tendono a svalutare modi alternativi di conoscenza, senza cercare di esplorarne la validità»”. Occorre perciò recuperare la visione umanistica della dialettica, capace di portare a sintesi feconde il progresso scientifico e le tradizioni culturali consolidate abbastanza da impedire tanto pericolose “fughe nell’ignoto” quanto assurde chiusure identitarie.
È in questa ricetta, ispirata alla tolleranza deista dei padri costituenti americani e alla “necessità inderogabile di fondare l’ordine sociale su un complesso di principi condivisi che sono inevitabilmente espressione di una cultura dominante”, che a mio avviso si può annidare il rischio di una singolare eterogenesi dei fini. Oggi che la strategia di promozione del combinato scientismo/relativismo si avvale di slogan liberali, cercando di sgombrare il campo da tentazioni coercitive e puntando invece a rendere “common sense” proprio le temute dottrine consequenzialiste e naturaliste, il neoumanesimo non finirà in breve tempo per ridursi a combattere una battaglia di minoranza? Quando Pico della Mirandola constatava che “l’uomo è libero e non ha limiti”, le possibili applicazioni pratiche di questo dato di fatto non erano certo quelle odierne. Allo stato attuale, l’opinione pubblica non avverte grandi minacce alla dignitate hominis: la genetica prenatale rientra nelle potestà parentali, un po’ come le vaccinazioni. Il mito della caduta è stato decostruito dalla routine di laboratorio; eventuali soprusi non si “vedono”. La tecnoscienza ha metabolizzato la consapevolezza del “limite” da non valicare. Basta non fare esperimenti su esseri umani troppo in là coi giorni affinché tale pratica non susciti riprovazione e il dibattito rimanga circoscritto a un’esigua cerchia di addetti ai lavori. Nel frattempo, l’utilitarismo si diffonde e la “cultura dominante” ne diventa espressione. Come prendere contromisure che non siano né prevaricatorie né di ardua comprensione per l’uomo comune?

Pubblicato il 5/6/2008 alle 11.29 nella rubrica Libri.

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