Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Iron Man

Nell’usuale catalogazione binaria, i supereroi si dividono in “somatici” e “autonomi”: i classici emblemi della dicotomia sono Superman (ferreo golem dalla nascita) e Batman (self made hero grazie ai soldi e alla tecnologia). Una tassonomia a prova di bomba, sembrerebbe proprio il caso di dire; non fosse per l’importanza dei fattori psicologici e ambientali nel contribuire all’estrinsecazione delle doti innate di Clark Kent – chi ha visto qualche puntata di Smallville sa a cosa mi riferisco – e per l’essenzialità del bagaglio intellettuale congenito nell’avviare all’eroismo il buon vecchio Bruce Wayne.
L’Iron Man Tony Stark appare il miglior candidato possibile a far parte della schiera degli autonomi. Riccastro resipiscente dopo aver toccato con mano le capacità distruttive del suo prodotto di punta (le armi da guerra), il nostro si reinventa uomo d’acciaio indossando un esoscheletro raddrizzatorti. Ma è il genio del protagonista a ideare il sistema di propulsione in grado di mettere in moto il favoloso marchingegno – o, meglio, a capire come sfruttare per quel fine l’alimentazione dell’apparato salvavita rimastogli nel torace a causa dell’incidente che provoca il suo ravvedimento. È quel fusto metallico conficcato in pieno petto, ripetutamente ed enfaticamente vezzeggiato dalla macchina da presa, a rappresentare l’esemplificazione strumentale per eccellenza del connubio cuore-cervello, predestinazione-acquisizione, arte-tecnica che innerva l’epopea cinematografata da Jon Favreau.
Tuttavia l’approfondimento tematico di questo lampante catalizzatore di senso rimane sospeso tra la mera suggestione e il simbolismo irrisolto, missione incompiuta di una regia fin troppo giudiziosa. E di una scrittura pericolosamente propensa a sbrogliare in eccessiva scioltezza il bandolo della trama: svolte narrative assai forzate come la fuga iniziale dalla grotta simil-afghana (possibile che ai sorveglianti sfugga la smaccata insubordinazione dei due prigionieri?) o la dinamica della vittoria nel duello finale (possibile che Iron Monger non si avveda del trappolone tesogli?) sottraggono indubbiamente rilievo al vero “soggetto centrale” della vicenda. Pericolosi scricchiolii si levano anche non troppo lontano dallo specifico filmico, con l’impegno pacifista ripiegato su se stesso non appena il paradosso latente dell’armaiolo ribelle per mezzo di un micidiale ritrovato bellico, esplicitato in zona Cesarini con tanto di battuta ad hoc, si sublima in una sconcertante fanfaronata a mezzo stampa. Non si capisce bene, in effetti, se il problema di fondo sia la guerra in re ipsa o se, più prosaicamente, conti non vendere armi alle persone sbagliate.
Le buone notizie vengono dal cast e dalla direzione del terzetto di interpreti principali. Robert Downey Jr. si dimostra una volta di più eclettico e convincente, Jeff Bridges – quasi irriconoscibile nella sua calvizie – gigioneggia sotto controllo e Gwyneth Paltrow si trova a suo agio nei panni dell’assistente/moderatrice. Gli effetti speciali esibiscono il pezzo forte della Industrial Light & Magic, ossia la digitalizzazione di superfici antropomorfe: vedansi l’armatura rosso-oro di Iron Man e quella argentata di Iron Monger.
Per chi ancora non lo sapesse, il film termina dopo i titoli di coda. A questo proposito, pare che il nuovo pacchetto-sicurezza contempli una cospicua gamma di pene corporali per i proiezionisti frettolosi. Speriamo funzioni da deterrente contro la dilagante tendenza allo sforbiciamento inconsulto.

La parola agli esperti: il nuovo cuore artificiale [...] diventa metafora di un’umanità la cui industria potrebbe (così sembra) rivolgersi a fini costruttivi invece che distruttivi” [Marco Compiani]; “Jon Favreau, già regista di Elf e interprete di Foggy in Daredevil, dosa sapiente gustosi dialoghi ed effetti speciali ma non troppo” [Alessio Guzzano]

Pubblicato il 16/5/2008 alle 14.47 nella rubrica Film e DVD.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web