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In difesa di Darwin/Dimenticare Darwin

di Telmo Pievani
Bompiani, 123 pp., € 8,00

e di Giuseppe Sermonti
Il Cerchio, 150 pp., € 16,00

“È impossibile, in storia,
evacuare i fatti e spiegare tutto”
Alexandre Koyré

Dal 1859 a oggi, la teoria darwiniana ha suscitato roventi passioni ideologiche. I fautori del separatismo scientifico le hanno sempre trovate dispute fuori luogo, poiché per costoro la razionalità – con le discipline speculative e applicative a essa connesse – si esprime in forme e modi del tutto indipendenti dall’intuito. Sicché tra fede e scienza, così come tra arte e tecnica, andrebbe eretta e presidiata un’arcigna barriera d’ambito.
La visione epistemologica sottesa a tale assunto, in verità, è erronea nelle premesse e limitante negli esiti. Anzitutto perché fissare sotto il profilo storico una demarcazione assoluta tra scienza e non-scienza è compito titanico, a meno di non guardare alla ricerca scientifica condotta nel passato secondo il metro di riferimento giocoforza provvisorio disponibile nel presente. La lunga tradizione del creazionismo biologico, durante la quale fu l’idea dell’immutabilità delle specie (di chiara matrice teologica) a favorire l’attività di classificazione dei viventi, gettò le basi documentali su cui Charles Darwin poté costruire la sua celebre teoria evolutiva. La gravitazione e la dinamica newtoniane, frutti di una cosmogonia facente capo ai piani di un Grande Orologiaio, hanno rappresentato l’apogeo della meccanica classica. E gli esempi di come la “barriera d’ambito” di cui sopra abbia più volte esibito la tenuta stagna di uno scolapasta potrebbero proseguire a lungo.
Per non parlare poi del diffuso convincimento secondo cui la scienza sarebbe il regno inviolabile dell’oggettività empirica, solo a partire dalla quale l’astrazione trarrebbe i dati da elaborare in un secondo momento entro modelli sistematici. Questo paradigma aristotelico, che dal sensibile arriva all’ideale, rappresenta invece l’esatto opposto di quello (ri)affermatosi con la rivoluzione scientifica: grazie al recupero del platonismo avvenuto dal Quattrocento in avanti, è progressivamente tornata alla ribalta la gnoseologia che compie il percorso inverso, dall’ideale al sensibile. Priva di un buon motore metafisico, senza cioè essere cosciente di come all’intelletto occorra elaborare l’impulso di fattori non suscettibili di fondamento razionale, la riflessione scientifica moderna non avrebbe nemmeno potuto prendere le mosse. La scienza come sapere incontaminato è un animale probabilmente destinato a rimanere mitologico: essa “è intrisa di preconcetti metafisici, di visioni del mondo, di teologie, di filosofie di vario tipo. Nel suo percorso storico, associa sovente vecchi risultati con interpretazioni del mondo nuove e magari contrapposte a quelle precedenti” (Giorgio Israel).
Essenzialmente di queste tematiche si occupa il libello che Telmo Pievani, professore associato di Filosofia della Scienza presso l’Università di Milano Bicocca e acceso filo-darwiniano, dedica al “bestiario dell’antievoluzionismo all’italiana”. Benché attraversato da una vena polemica a tratti inutilmente e sgradevolmente astiosa, in più occasioni il pamphlet di Pievani punta il dito contro personaggi e atteggiamenti davvero indifendibili. Come altro qualificare la sorniona sparizione dell’evoluzionismo dai libri di testo di elementari e medie inferiori, con la panoplia di argomenti traballanti balbettata in difesa del provvedimento da Giuseppe Bertagna – all’epoca consulente ministeriale per la revisione dei programmi? Correva il 2004, allorché si tentò di rimediare al fattaccio istituendo una commissione di esperti per dirimere la questione: peccato che il dossier con cui il gruppo di scienziati tirava le somme sulla necessità di reinserire l’insegnamento del darwinismo nei programmi scolastici sia stato pressoché secretato.
Passando in rivista questo e altri esempi di depistaggio scientifico-pubblicistico, Pievani svolge però una linea argomentativa maestosamente ambigua. Oscillando spesso tra il “separatismo” e l’obliqua commistione tra naturalismo filosofico e teoria evolutiva, egli incorre in sottili contraddizioni e petizioni di principio. Quando prende di mira il “fisicalismo” antidarwiniano del solito, odiatissimo Antonino Zichichi, l’autore prima lo irride perché “ancora alla ricerca di un’equazione che gli dimostri la scientificità dell’evoluzione” (p. 42), poi lo critica rammentandogli “quanta matematica vi sia nella genetica delle popolazioni da ottant’anni a questa parte” e “quanti modelli quantitativi si usino in genomica” (p. 56). Questo secondo rilievo, se vogliamo, si rifà precisamente il nucleo epistemologico che Pievani costeggia senza mai addentrarvisi veramente: la biologia può ritenersi una scienza “dura” oppure no? Che la matematica sia propedeutica a un’importante sottoparte del raggruppamento disciplinare di cui la teoria dell’evoluzione si avvale, infatti, non evade il quesito una volta per tutte. Se consideriamo strettamente “scientifico” solo quel metodo che, tramite l’imposizione di precise condizioni al contorno, permette di operare una “de-storicizzazione” controllata e replicabile dei fenomeni oggetto di studio, va detto che perlomeno uno dei quattro pilastri del moderno neodarwinismo rientra a fatica nella definizione. Mi riferisco alla macroevoluzione per selezione competitiva, un processo ben lontano dall’essere osservabile e, di conseguenza, eventualmente falsificabile nelle spiegazioni che se ne danno. I batteri sottoposti all’attacco degli antibiotici mutano e si rinforzano, per esempio, ma non diventano balene per trasformazioni successive.
Inoltre l’anti-riduzionismo professato da Pievani aderendo alla concezione antropologica per cui i tratti umani caratteristici vanno studiati a tutto campo, senza tralasciare “la particolare evoluzione culturale, sociale e cognitiva della nostra specie” (p. 72), oltre a stridere fortemente con il matematismo metodologico sposato – non senza qualche incertezza, come detto – appena sedici pagine prima, morde la coda all’ontologia comunque naturalista avallata subito dopo. Se prevale l’immanentismo del “tutto è nella natura”, vale a dire riducibile a conoscenza, il riduzionismo cacciato dalla porta rientra dalla finestra: è quantomeno singolare come spesso tale prospettiva, trasferita nell’ambito della filosofia morale, si capovolga fino a deprecare ogni riferimento alla “natura” a tutto vantaggio della “cultura”. Nella sua battaglia contro i mulini a vento della metafisica e della trascendenza, Pievani rischia di svellere il chiodo al quale sta appesa la consapevolezza che il darwinismo non conferma né smentisce “se vi sia o meno un’entità ultraterrena”, specie dove l’autore conclude che però esso “ci mostra come non sia più in alcun modo necessario ricorrere ad alcuna causa finale né ad alcun principio finalistico” per spiegare “la storia naturale della materia e degli esseri viventi” (p. 97). Poiché l’idea di “causa finale” rinvia inevitabilmente all’agente che la determina, giova ricordare che il cardine dell’evoluzionismo è e rimane la generazione spontanea della vita, notoriamente indimostrabile e vivacemente dibattuta sin dai tempi di Redi e Spallanzani. L’indebita rimozione del quid metaforico a monte della teoria darwiniana ricorda la tattica dello struzzo; per giunta senza che ci sia alcun motivo di farvi ricorso, se si tiene presente che secondo Lakatos l’adozione di “ipotesi prime” chiuse alla falsificabilità è assolutamente legittimo per una teoria scientifica. Impossibile che Pievani dimentichi la lezione del filosofo ungherese, come peraltro dimostra il reiterato utilizzo dell’espressione “programma di ricerca” a proposito del darwinismo. Perché allora esporsi a queste critiche? Tanto più che, emendato da tutte le aporie del caso, il miglior argomento “in difesa di Darwin” – ovvero: quand’anche la teoria del naturalista inglese fosse falsificata, nulla autorizzerebbe per ciò stesso a cacciare le scienze naturali nella morta gora del creazionismo o nel larvato riduzionismo del “disegno intelligente” – è ottimamente padroneggiato dal saggista.
Tutt’altra temperie permea il libro del genetista romano Giuseppe Sermonti, ormai un classico dell’antidarwinismo. Nella prefazione, l’autore si chiama fuori dalla “disputa tra evoluzionisti e creazionisti”, in quanto “i primi propugnano una teoria sbagliata (che essi stessi hanno abbondantemente contraddetta), i secondi nessuna teoria («Dio solo sa...»)”. In estrema sintesi, per Sermonti la scienza studia le leggi invarianti e ripetibili della natura, mentre è la storiografia ad avere per oggetto gli eventi non sperimentabili, quelli che avvengono una volta sola – tipo l’evoluzione per selezione della singola specie. La critica sermontiana ha sicuramente in uggia l’induttivismo, poiché esalta la necessità contro la contingenza, il testo contro il contesto. Ma quali sarebbero le norme da rendere oggetto di formalizzazione a-storica per descrivere la “frazione codificabile” della cladogenesi? Secondo Sermonti, esse vanno ricondotte alle “leggi della forma” che accomunano i tre regni naturali. Impegnati a sezionare e studiare compulsivamente le unità elementari dei tessuti organici, gli scienziati avrebbero perso di vista le strutture complesse date dalla loro organizzazione.
Il grosso problema del suddetto asse tematico portante viene dalla mancanza di sbocchi teorici in grado di andare al di là della mera suggestione – per quanto affascinanti possano risultare i lirismi pindarici pennellati da Sermonti per restituire l’idea-forza del suo peculiare strutturalismo. L’analogia formale tra la morfogenesi dei viventi e la geometria dei frattali (Mandelbrot, 1975), famiglia di disegni in cui “ogni parte è la riproduzione miniaturizzata della figura di partenza”, non si salda in un impianto teorico dal quale trarre i criteri predittivi atemporali che l’autore giustamente invoca. Tant’è vero che, giunta alle battute conclusive, la trattazione ripara nelle meno tempestose acque dell’ereditarietà proteica, dove si “limita” a denunciare che tra le cause dell’ordine biologico i fattori epigenetici svolgono un ruolo di primo piano. Come del resto intuiva anche Darwin stesso accreditando la teoria della pangenesi, secondo cui “l’uovo era fatto dalle particolarità dell’organismo, che riversavano nel liquido seminale i loro trascorsi terreni sotto forma di particelle. «Pangenesi» vuol dire che tutto l’organismo genera il figlio”. Ma è un ripiegamento nella sfera della storicità e della contingenza anche questo spostare l’hindsight dai filamenti di nucleotidi alle catene di amminoacidi. Forse che l’unica scienza rigorosamente avulsa dall’accidentalità è la matematica?
Tuttavia l’opera di Sermonti ha il merito di voler contribuire senza infingimenti alla riappacificazione tra i due emisferi del cervello dopo la bisecolare dialettica Illuminismo-Romanticismo. L’inconcludenza dell’ermeneutica mitografica e letteraria alla quale l’ex professore ricorre apertamente per metaforizzare molti passaggi del suo discorso, infatti, non deve impedire di respingere la falsa coscienza del determinismo integrale, che ambisce a recintare spazi di oggettività insindacabile nei quali sia finalmente lecito – anzi, addirittura doveroso – abdicare alla fastidiosa necessità di sottoporre i “fatti” all’esercizio dell’interpretazione attiva. Essenzialmente perché non c’è nulla di male nel riempire i vuoti conoscitivi con “preconcetti metafisici, visioni del mondo, teologie e filosofie di vario tipo”: basta non indulgere alla iattante pretesa di potersi/essersi potuti esimere dal transito per questa ineludibile classe di presupposti, s’intende.

Pubblicato il 30/4/2008 alle 14.41 nella rubrica Libri.

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