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Dopo il trionfo

Ieri pomeriggio, mentre le schede elettorali di Senato e Camera scorrevano sotto i nostri occhi di scrutatori e rappresentanti di lista, montava uno stupore congolese. L’orologio della Storia sembrava essersi nuovamente posizionato sul 1992, allorché il Carroccio vestì i panni dell’angelo sterminatore per conto di un tessuto sociale lombardo-veneto esasperato dalla partitocrazia. Lega e Pdl hanno viaggiato per cinquantine parallele (la cui effettiva consistenza numerica è spettato al sottoscritto conteggiare materialmente...) durante tutte le operazioni di spoglio, fino al sorprendente risultato definitivo: il partito di Bossi si è attestato al 30%, col Pdl al 36%. Fatti due conti, se si tiene presente che in paese Forza Italia ha sempre raggiunto il 30-35% in assoluta scioltezza, è evidente che i voti degli aennini locali si sono spostati in blocco sotto i tiepidi raggi del sole alpino. La defezione di strati sempre più ampi della base forzista, comprensibilmente disgustata dall’involuzione feudale e familistica del suo personale politico di riferimento sul territorio, ha fatto il resto. Stamattina, poi, i risultati definitivi per l’intera area comunale mi hanno lasciato definitivamente allibito: Lega 40,64%, Pdl 32,13%. Non esattamente un plebiscito progressista, insomma. Udc ferma a poco meno del 4%, Pd al 14,27%, agli altri le briciole.
A Verona la musica, seppur mitigata dal contesto ideologicamente meno monolitico del capoluogo di provincia, non cambia troppo. Anche se il Pd, con ardimentoso sprezzo del ridicolo, si strombazza “primo partito della città” (29,25%), il fatto che la somma di Lega e Pdl dia un 51% quasi tondo rimane lì a testimoniare come i numeri dell’exploit leghista dell’anno scorso (60%, al quale vanno sottratti il 5,42% dell’Udc e le frattaglie di estrema destra) siano sostanzialmente invariati.
Anche in regione i valori storici del consenso politico restano pressoché gli stessi da almeno quindici anni. Pdl+Lega al 54,3%, Pd+Idv 31,5%: per riaggregare il consueto rapporto di 60/40 occorre usare gli stessi accorgimenti indicati nel caso di Verona, visto che stavolta i due principali contendenti correvano con coalizioni leggere. A questo proposito, la tenuta dell’Udc veneta (5,7%) costituisce uno spunto di riflessione da estendere al piano nazionale.
Perché sarà pur vero che le elezioni hanno decretato la fine dei partiti identitari – quelle formazioni, cioè, che intendono vivere di rendita recintando il perimetro dei “valori” di loro esclusiva competenza – e l’enorme successo della Lega Nord, ma il dato da tenere in maggior considerazione per figurarsi le dinamiche della politica italiana prossima ventura è rappresentato proprio dalla discreta prestazione del partito di Casini. Al loft veltroniano si profila una – letterale – resa dei conti: il Popolo della Libertà, da solo, ha ottenuto grossomodo gli stessi voti del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori messi insieme. Con il tracollo del cartello antagonista messo in piedi da Bertinotti, Diliberto e Pecoraro, per il Pd è da ritenere archiviata ogni ipotesi di alleanza strategica con le forze politiche alla sua sinistra. Quindi nel novero dei progetti per la rivincita democratica rimane solo un patto con l’Udc, il che avrebbe ottime credenziali per divenire il perno della probabile fronda dalemiana in seno alla nomenclatura ex diessina. Fagocitando un’altra razione di democristiani, al prossimo giro la partita sarebbe tutt’altro che scontata: 37,55%+5,62% dopotutto fa un buon 43,17%, sicché basterebbe solo che la Lega perdesse un po’ di mordente protestatario e i giochi sarebbero fatti.
Questa legge elettorale potrebbe favorire la semplificazione del panorama politico ben oltre il livello già registrato dai suoi estimatori dell’ultima ora.

Pubblicato il 15/4/2008 alle 17.48 nella rubrica Diario.

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