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Liste del Pdl: guardiamo la Luna, non il dito

Com’era prevedibile, anche le liste del Popolo della Libertà sono state motivo di delusione, mugugni e polemiche. Nonché di pretestuosa indignazione antifascista all’indirizzo di Giuseppe Ciarrapico.
Cominciamo da qui. L’idea di rendermi anche solo lontanamente complice dell’elezione a senatore del noto maneggione ciociaro mi ripugna, eppure lo strumentale ingigantimento mediatico del caso che lo riguarda non può essere subito in silenzio. Basta leggere la tanto vituperata intervista “nera” che il Ciarra ha rilasciato a La Repubblica, infatti, per rendersi conto di come la notizia della scandalosa esternazione nostalgica sia frutto di una deliberata coartazione fraseologica. Dire che “Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici”, fatta la tara alla sintassi un tantino telegrafica, può solo significare che l’uomo non rinnega la propria adesione giovanile al regime mussoliniano, ferma restando l’assurdità di volerlo riesumare a Duce morto. Altrimenti non si spiegherebbe quel riferimento simil-pragmatico ai “pensieri sconclusionati e antistorici”. In ogni caso, non sarà certo la Sinistra amica di Bassolino e compromessa con gente tipo Romano Misserville a dispensare tronfie lezioni di etica politica o a brandire l’opportunistico manganello dell’antifascismo militante.
Comunque sia le schermaglie propagandistiche fanno sorridere, se confrontate ai pesanti malumori suscitati dalle candidature pidielline presso molti osservatori normalmente bendisposti verso il centrodestra. Più che altro per il carattere superficiale e fuori bersaglio, quando non addirittura snob e contraddittorio, di tante prese di posizione critiche lette e sentite negli ultimi giorni. Il migliorismo liberale, come sempre assai zelante nell’esprimere il comodo dissenso “indipendente” che gli compete, a mio avviso sta argomentando il suo malcontento nel modo sbagliato.
Da un lato si accusano entrambi i partiti maggiori di disomogeneità ideologica, sicura fonte di spaccature trasversali sui temi più disparati, ma dall’altro, nel contempo, li si stigmatizza per aver candidato figuranti di infimo profilo, sbingibottoni e yesmen – caricando magari la reprimenda di toni elegiaci per l’assenza dalle liste di questo o quel bel nome del liberalismo di vaglia. Epperò delle due l’una: o abbiamo un problema con la scarsa disciplina di partito o ce l’abbiamo con l’eccessivo inquadramento. La prima ipotesi fa pensare a un difetto di leadership (da cui non stupirebbe l’affiorare di umori liberali non localizzati dai radar partitocratici alla stesura delle liste), la seconda al suo opposto (nel qual caso l’abbondanza di fedine liberali immacolate tra gli eletti non avrebbe alcun rilievo). Facendo mente locale, è facile comprendere che la situazione del Pdl, specie dopo la rottura con i dorotei casiniani, si avvicina maggiormente alla seconda casistica che non alla prima.
Perciò diventa un vuoto esercizio retorico rimpiangere i Rivolta, gli Sterpa e i Biondi: tanto oggi più che mai si decide tutto ad Arcore. Ecco perché gli strali antistatalisti, per acquistare consistenza politica, dovrebbero appuntarsi all’involuzione fanfaniana del Cav. in persona, non all’obbediente asservimento della probabile futura maggioranza di governo alla volontà del Capo (peraltro abbastanza giustificato, col parlamentarismo a colpi di fiducia che contraddistingue il nostro sistema istituzionale).
Berlusconi che avalla il Tremonti nemico della “tecnofinanza”, che annuncia di voler preservare l’italianità di Alitalia e che punta sull’inflazione edilizia a scopi sociali: questo, non altro, deve destare le nostre preoccupazioni di liberali e di conservatori.

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Pubblicato il 13/3/2008 alle 9.31 nella rubrica Diario.

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