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L'innegabile evidenza dell'anschluss

L’ambiguità congenita del Partito Democratico risiede nel difficile connubio tra cattolici a vario titolo “dissenzienti” e socialisti rimasti orfani del socialismo. Spettava alle sorti del governo Prodi bis emettere l’ardua sentenza: il nuovo soggetto unitario doveva nascere dossettista (cioè a vocazione maggioritaria e tendenzialmente onnicomprensivo) oppure berlingueriano (vale a dire sinistrorso con sbocchi coalizionali su ambo i lati)?
La conclusione della seconda biennale prodiana lascia in eredità al fronte progressista nostrano un percorso evolutivo obbligato, da un lato per ragioni culturali e dall’altro per un motivo contingente. Assieme al boiardo di Scandiano, infatti, è caduta una volta per tutte l’illusione di poter fondere il liberalismo idealista, il cattolicesimo democratico e il socialismo menscevico in un unico blocco politico-elettorale, al prezzo di abiurare parti apparentemente marginali – ma in realtà qualificanti – dei riferimenti ideologici di ciascuna delle tre componenti originarie.
Stante l’inefficacia dell’ecumenismo postconciliare come unico collante tra essenze tanto irriducibili, era logico aspettarsi che l’anima numericamente più consistente della sinistra egemonizzasse il campo democratico.
Eccoci quindi all’attualità, dove trovano conferma un paio di mie considerazioni del recente passato. La composizione delle liste del Pd suggella l’annessione diessina non solo della Margherita, con il trasferimento dei cosiddetti teodem alla Camera (dove saranno inoffensivi) e il siluramento di parecchi nomi eccellenti del popolarismo ulivista (Stefano Ceccanti, Mimmo Lucà e Marcella Lucidi su tutti), ma anche dei Radicali, che di fronte all’ultimatum dei vertici democratici deporranno senz’altro le armi ghandiane agitate in questi giorni. Meglio gabbati a metà che prossimi alla sparizione, dopotutto.
La nutrita rappresentanza rimediata dagli ex democristiani nella costituente del Pd si rivela dunque un fiore all’occhiello presto appassito, come del resto era lecito sospettare già all’indomani delle primarie bulgare tenutesi lo scorso Ottobre. A tutto vantaggio della leadership veltroniana, si dirà. E qui invece entra in gioco il secondo pozzo avvelenato da Prodi durante la sua personale Beresina: nelle more di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, Walter Veltroni subentra trovandosi tra i due fuochi di un tradizionale apparato di partito da sfamare e di un elettorato ideologicamente plurale da attrarre. Per cui l’ex sindaco di Roma deve riuscire nel compito titanico di coniugare innocue candidature “nuoviste” a effetto con abbondanti, ma doverosamente in sordina, posizioni sicure per l’intendenza della quale in realtà è rimasto succube. Sebbene a forte impronta diessina, il personale politico espressione del passato governo è lautamente rappresentato nelle file democratiche. Se il malumore degli esclusi eccellenti mette in risalto questo dato di fatto, Veltroni rischia l’imbarazzo di dover difendere l’operato dell’esecutivo uscente. Se, viceversa, il segretario del Pd volesse davvero rivoluzionare la sinistra italiana con piglio decisionista, perderebbe l’appoggio dei partitocrati che l’hanno fatto mettere dov’è. Si noti il passaggio dall’indicativo al congiuntivo: cronaca recente alla mano, tra le due eventualità W sta in effetti dando preferenza alla prima. Con la fronda dalemiana pronta a mettersi il coltello tra i denti un minuto dopo la probabile sconfitta alle elezioni, non gli si può proprio dare torto.
In definitiva il lascito di Prodi si riassume così: senza di me la sinistra si trasformerà in un mandamento postcomunista, quindi sarà condannata alla minorità.
La prospettiva di facili vittorie nel medio termine avrà funesti effetti sulle già asfittiche attitudini riformatrici dello schieramento opposto, che a questo punto dovrà solo scegliere per quale padre nobile optare tra Fanfani e Almirante. Ho il timore che questo sarà uno spunto di discussione molto frequentato, nel prossimo futuro.

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Pubblicato il 7/3/2008 alle 9.47 nella rubrica Diario.

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