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Urbanistica di cronaca e di mercato

La polemica torinese riguardante l’eventualità di costruire un grattacielo in pieno centro storico assume rilevanza sotto due aspetti, uno di prassi e l’altro di teoria politica.
Commissionato da Enrico Salza per conto di Intesa-San Paolo e realizzato da Renzo Piano, il progetto definitivo dell’opera prevede un corpo di fabbrica alto 180 metri, ai quali ne vanno aggiunti 20 di antenne: il tutto contro i 167 metri di altezza totale coperti dalla Mole Antonelliana. La simulazione fotografica del “prodotto finito” (qui a sx) permette di visualizzarne l’impatto geometrico sul profilo longitudinale della città vecchia.
La prospettiva di una così radicale modifica ai connotati di Torino ha provocato una vivace levata di scudi, da poco sfociata nella convocazione di un referendum comunale da parte dei comitati contrari all’opera. Significativo come l’iniziativa segua la scia della consultazione sulla tramvia fiorentina – e qui veniamo al lato prasseologico del discorso. Lo striminzito dato relativo all’affluenza e la contestuale vittoria dei no in occasione del plebiscito tenutosi nel capoluogo toscano, con buona pace dei fautori della “democrazia diretta”, sono i due sintomi di altrettanti dati di fatto: che il meccanismo della rappresentanza esiste per sollevare la popolazione da decisioni cariche di tecnicalità specialistiche e che, interpellando “la gente”, il più delle volte si ottengono responsi pregiudizialmente votati alla conservazione dello status quo. Inutile e paralizzante, quindi, rimettersi agli istinti più retrogradi del senso comune nella speranza di mutilare il diritto/dovere della politica di governare il cambiamento.
Ma è il versante teorico della questione esemplificata dal caso torinese a destare più interesse e a mostrare le maggiori complicazioni. A nessun settore come a quello dell’economia urbana, infatti, si addice il detto thatcheriano secondo cui l’America si fonda sulla filosofia mentre l’Europa si basa sulla storia. Lo sviluppo delle grandi città d’oltreoceano, avvenuto in tempi relativamente brevi e spesso senza la necessità di adottare vincoli di piano troppo restrittivi, ricalca anche geometricamente il modello “liberista” del mercato dei suoli, che vede il valore unitario delle aree edificabili aumentare con la vicinanza ai vari centri di attrazione territoriale. Basta fare mente locale sullo skyline di New York, per rendersi conto di come l’altezza delle costruzioni vada scemando procedendo da Manhattan verso l’esterno. Questo perché anche la risorsa suolo è soggetta al fenomeno della scarsità, che obbliga a sfruttare al massimo in verticale ogni metro quadro di terreno.
In Europa, e particolarmente in Italia, molti centri storici arrivano invece ad avere una dignità artistica e monumentale databile in millenni. Per cui sovente gli agglomerati urbani europei esibiscono un profilo “a catino”, con le altezze medie crescenti verso le periferie, esattamente speculare a quello delle metropoli americane. La pianificazione urbanistica irrigidisce l’offerta di suoli al punto di invertirne la profittabilità. Il sindaco Chiamparino, derogando al piano regolatore torinese, ha in pratica ristabilito localmente un ordine naturale di mercato. Operazione non priva di rischi e controindicazioni, la sua: sia perché ha elevate probabilità di mettere le esternalità negative dell’intervento (come ad esempio l’aggravio di congestione, usura e inquinamento sulle infrastrutture viarie della città) a carico dell’intera collettività torinese, sia perché può favorire una vera e propria “corsa al grattacielo” da parte di altri committenti facoltosi. Già adesso si parla di altri tre progetti del genere.
Come fare, allora, per coniugare l’esigenza di conservazione a quella di modernizzazione – per non trasformare cioè i centri storici in diroccati musei a cielo aperto, completamente avulsi dai progressi della tecnologia edilizia ed esposti a un diffuso degrado funzionale? Fermi restando i parametri planivolumetrici e la zonizzazione delle aree residenziali vincolate, l’unica risposta abbastanza “liberista” al quesito consiste a mio avviso nel lasciare che il tempo renda sconveniente il saldo tra costi di manutenzione e rendite lorde degli edifici. Quindi favorire la riqualificazione tecnologica delle vecchie costruzioni – tramite l’isolamento termoigrometrico, il rinforzo antisismico e la messa a norma di tutta l’impiantistica – senza voler mitigare per via assistenziale la conseguente dinamica di sostituzione proprietaria e/o locataria. Di modo che la fruizione e il possesso degli immobili in posizione di pregio tornino appannaggio solo di chi può veramente permetterseli. Ecco un esempio di misura sicuramente impopolare nel breve periodo, che si avrebbe gioco facile a bocciare mediante mobilitazione referendaria.

Aggiornamento (26-02-2008): nelle risposte, Hecks fornisce il link alla silloge di elaborazioni grafiche con cui è proseguito il dibattito tra Renzo Piano e gli ambientalisti torinesi. Pare che la tendenza all’esagerazione si confermi anche stavolta il marchio di fabbrica dell’ecologismo, ferma restando la necessità (senz’altro ampiamente presidiata dai progettisti) di inquadrare tutte le problematiche di compatibilità ambientale connesse alla realizzazione di questa come di tutte le “grandi opere”.

Pubblicato il 22/2/2008 alle 9.47 nella rubrica Diario.

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