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Into the wild

Nel 1992, Cristopher McCandless (Emile Hirsch) intraprende un itinerario di rinascita on the road che lo porterà a sfidare le terre selvagge dell’Alaska. Liberatosi dal giogo della sua identità borghese, scoprirà quant’è caro il prezzo da pagare per riuscire finalmente a “chiamare le cose con il loro vero nome” in completa solitudine.
Tratto da una storia vera, Into the wild racconta la sofferta riconquista di se stessi nel lavacro purificante di un vagabondaggio “finalizzato”, laddove il fine consiste nell’intento di misurarsi con la natura in totale assenza di qualsivoglia intermediazione (vincolante perché) in senso lato tecnologica. Nel film, Cristopher si disfa dell’automobile, delle carte di credito, dei risparmi, persino del suo vecchio nome – ma non evade mai del tutto dalla sua innaturalità intrinseca: la dipendenza dall’artefatto, seppur ridotta ai minimi termini, lo accompagna fino alla meta. Strumenti come il fucile, gli abiti, un riparo o qualche rudimento di botanica alimentare si confermeranno a più riprese dotazioni di vitale importanza e questa imprescindibilità, oltre a costituire il vero cuore simbolico dell’allestimento visivo, insinua nel protagonista la consapevolezza di aver lottato contro un falso nemico. Dopo aver arrancato dietro al chimerico proposito di affrancarsi dai legami, Cristopher si rende conto di come, in realtà, conti saper scegliere con chi e come stringerli. Perché nell’isolamento non troverà maggior libertà, ma solo ferace privazione.
Il travaglio dell’uomo preso tra l’incudine della natura e il martello della tecnica, per lo Sean Penn regista, si rivela una sorgente tematica alla quale attingere tra alti e bassi. Un cast di elevato livello (oltre al bravissimo Hirsch, che non si lascia mai staccare gli occhi di dosso, segnalo Catherine Keener nei panni di una hippie di mezza età e Hal Holbrook in quelli di un anziano militare a riposo) e una soluzione narrativa molto appropriata, con la trama suddivisa in due tronconi paralleli (uno per il viaggio e uno per la permanenza in Alaska), vanno annoverati tra i primi. Gli spunti di regia adottati per veicolare visivamente l’antinomia portante, invece, finiscono spesso tra i secondi. Non tanto perché banalotti – come il tradurre in immagini lo scontro natura/cultura mediante il contrasto tra registri espressivi “classici” (campi lunghi e soprascritte) e “moderni” (ralenti e dissolvenze) – o inflazionati (gli stormi d’uccelli in volo, le api tra fiori da impollinare), quanto per la frammentazione espositiva che ripercuotono inutilmente su un plot già amplificato a sufficienza dalla narrazione “in parallelo” di cui si diceva poc’anzi. Spesso si ha l’impressione di veder ripetere concetti perfettamente trasmessi dal testo tramite ridondanti esercizi di stile nel sottotesto, in altre parole.
Peccato, perché l’affiancamento del momento “itinerante”, carico di incontri decisivi lasciati alle spalle nella foga di arrivare a destinazione, a quello “stanziale”, nel quale il novello eremita rielabora e rimpiange i suoi trascorsi più o meno ravvicinati, rendono comunque Into the wild il film più interessante del nuovo anno.

“È [...] nell’interazione che il protagonista “evolve”, nel mutuo riconoscimento di solitudini che rimodella la sua vita (ogni identificazione dell’altro è una re-identificazione di sé)” [Manuel Billi]; “Faticoso, molto faticoso, così che la marcia sia condivisa. Musicato con foga libertaria. Emilie Hirsch scala il ruolo della vita fino a uno dei più struggenti tramonti umani mai visti al cinema” [Alessio Guzzano]

Pubblicato il 4/2/2008 alle 9.31 nella rubrica Film e DVD.

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