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USA 2008: Mac is back!

Un dato emerge con chiarezza dai risultati delle primarie USA svoltesi fin qui, cioè che le presidenziali di Novembre verranno ricordate per aver fatto cadere molte delle consuetudini tradizionalmente legate alla corsa per la Casa Bianca. Hugh Hewitt, nonostante la candidatura del “suo” Mitt Romney stia segnando il passo, si appella ancora al motto “Governors beat Senators”. Brocardo di sicuro effetto, ma a forte rischio di obsolescenza: se le tendenze che vanno delineandosi dopo il voto in Florida troveranno conferma il Martedì Grasso, ci sono elevate probabilità di vedere nominato un senatore da entrambi i partiti. Sorvolando sullo scontato clamore attorno all’eventualità che il prossimo presidente possa essere una donna oppure un afroamericano, il successo dei politici di lungo corso in queste consultazioni rappresenta un fatto di assoluto rilievo. È noto, infatti, come allo yankee medio risulti sgradito l’opportunismo di coloro che, impegnati da lunga pezza nell’ondivaga e remunerativa arte della rappresentanza, durante la loro carriera politica hanno avallato tutto e il suo contrario. Oltreoceano lo chiamano flip-flopping, ovvero barcamenarsi quotidianamente non tra il giusto e lo sbagliato, ma tra l’utile e il controproducente: Hillary Clinton votò a favore dell’intervento in Iraq quando era di moda il patriottismo, ma oggi promette che – se eletta – fisserà una data per il ritiro delle truppe americane dislocate laggiù, tanto per fare un esempio.
Come mai l’elettorato statunitense scende a compromessi con la sua proverbiale intransigenza sui contenuti? A mio avviso perché da ambo le parti non si sono profilate candidature migliori delle due destinate a prevalere. Sul fronte repubblicano, Thompson e Hunter non sono mai stati davvero della partita. Dal canto suo, Huckabee è troppo religioso e lontano dall’ortodossia conservatrice in economia (durante il governatorato in Arkansas alzò le tasse, peccato mortale per ogni right winger che si rispetti). Ron Paul, il mio favorito, è percepito come eccentrico, e meno male che i deludenti risultati ottenuti nelle ultime tornate (appena il 3% in Florida) lo faranno probabilmente desistere dal proposito di candidarsi alle presidenziali da indipendente, con le devastanti conseguenze per il GOP che è facile immaginare. Rudy Giuliani, ahilui, è italiano e cattolico, un combinato di credenziali che in larga parte degli States, piaccia o meno qui nella madrepatria, costituisce ancora un cattivo biglietto da visita. Inoltre ha puntato tutto su una strategia elettorale azzardata e, col facile senno di poi, fallimentare. Romney, benché senz’altro uomo di grande valore, flip-floppeggia alla grande sui temi etici e indulge a un eccesso di retorica (difetto, quest’ultimo, comune anche al suo omologo democratico Obama). Tra i democratici, Bill Richardson ha fatto troppe gaffe, John Edwards è troppo di sinistra e troppo avvocato e Al Gore è troppo impegnato a godersi il Nobel per la Pace. Rimangono dunque solo il già citato Obama, molto amato ma fautore di un ecumenismo bipartisan che – dopo otto anni di presidenza Bush – potrebbe rivelarsi molto meno apprezzato del previsto tra i progressisti americani, e l’ormai probabile candidata novembrina Hillary Clinton. Costei, presso i media della vecchia Europa, è curiosamente dipinta come un’icona femminista, nonostante debba molte delle sue fortune allo status di moglie eccellente.
Ad ogni modo, alla senatrice di New York verrà sicuramente messa in conto una notevole padronanza del politichese senatoriale (qui se ne può trarre un’ottima esemplificazione). Proprio questo tratto malizioso la distingue da un illustre collega come John McCain: il senatore dell’Arizona è sempre stato molto coerente, nella sua peculiarità di liberal schierato a destra. Si tratta di un dettaglio importante, in grado di fornire una valida spiegazione all’inusitata alchimia tra “Mac” e quella base repubblicana che non l’ha mai amato. E, forse, anche di fare la differenza a Novembre.
Un altro luogo comune da sfatare in questo 2008 iconoclasta riguarda l’importanza (non tanto) decisiva dei finanziamenti nel decretare i vincitori delle primarie, visto che Romney insegue McCain nella conta dei delegati (74 a 97) pur avendo speso dieci volte tanto.
Il bello dell’America è tutto racchiuso nel suo sfuggire a qualunque modello di lettura “olistico”, a cui il novero delle regole politiche non scritte può certamente ricondursi. Forse perché, nella nazione occidentale rimasta più all’oscuro della lezione hegeliana, l’impossibilità della reductio ad unum trasforma ogni cittadino, con i processi socio-politici di cui è partecipe, in un piccolo mondo a sé stante e soggetto a imprevedibili dinamiche microevolutive.

Vai a vedere: The Politico, The Page, The Right Nation, Le Guerre Civili, L'Occidentale

Pubblicato il 31/1/2008 alle 9.46 nella rubrica Diario.

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