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Macelleria messicana? No, galera italiana: il caso Bianzino

Poche delle posture lacrimogene a cui la cronaca quotidiana ci ha abituati mi irritano più del querulo piagnisteo solfeggiato dai professionisti della “disobbedienza civile” pizzicati in flagranza di reato. Chiunque scelga di scavare una trincea lungo il tortuoso confine che divide la legalità dall’illegalità e di calarcisi dentro deve – come minimo! – essere disposto a farsi carico in prima persona delle conseguenze del suo conclamato dissenso. Giuste o sbagliate che si ritengano le norme, l’assunto base della democrazia consiste nel loro rispetto fino a nuovo ordine: non è vero che nei regimi liberali la legge non impone un’etica a tutti, quanto piuttosto che essa rinuncia a fissarla una volta per tutte e definitivamente. Per non creare intermediazioni sociali inutili e vessatorie tra individui o gruppi di individui completamente estranei gli uni gli altri, meglio sarebbe legiferare il meno e ricorrere al federalismo il più possibile – ma non divaghiamo.
Il discorso che mi preme fare qui riguarda il limite che lo stato deve tenere presente nell’esercitare il monopolio della forza. La sanzione deve essere proporzionata all’illecito commesso: sembra una banalità di solare evidenza, tanto che nei sistemi giuridici a vocazione retributiva come quello americano i contenziosi si risolvono tramite il vero e proprio risarcimento in solido del danno.
Eppure, proprio nel paese che, plaudendo alla risoluzione ONU contro le esecuzioni capitali nel mondo, si erge a capofila della cultura rieducativa nel bilanciare delitti e pene, appena due mesi fa è stato compiuto un gravissimo crimine carcerario. Incredibilmente silenziato dai principali mezzi d’informazione, per giunta.
La mattina di Venerdì 12 Ottobre Aldo Bianzino, un falegname residente nella campagna perugina, è tratto in arresto assieme alla sua convivente, Roberta Radici, e trasferito nel carcere del capoluogo umbro. Gli viene contestata la coltivazione di centodieci fusti di marijuana, addebito ribadito poi dalle forze dell’ordine anche in conferenza stampa. Il giorno successivo “il legale d’ufficio incontra Aldo alle 14 e riferisce a Roberta [...] che Bianzino sta bene e si preoccupa per lei. Ma la mattina seguente Daniela, un’amica di famiglia, viene avvisata di correre la carcere in tutta fretta. «C’è un problema», le dicono. Il problema è che Aldo non respira più e Roberta, in evidente stato di choc, non ha nemmeno potuto vedere il suo corpo” [fonte]. Gli esami autoptici eseguiti sul cadavere di Aldo hanno riscontrato lesioni massive al cervello e due costole rotte, ma c’è di più e di peggio. Nella lettera che Claudio Bianzino, il fratello della vittima, ha inviato al Presidente della Repubblica viene detto chiaramente che le violenze subite da Bianzino non hanno lasciato segni esteriori. Dunque l’uomo sarebbe stato sottoposto alle torture di aguzzini professionisti, il che aggiungerebbe a questa spaventosa vicenda un dettaglio interpretativo sconcertante. Un trattamento del genere, infatti, ha una minima parvenza di giustificabilità qualora gli inquirenti ritengano di avere a che fare con un pezzo grosso, titolare di uno snodo nevralgico nella piramide del narcotraffico. Aldo Bianzino, al contrario, era un artigiano dedito unicamente ai sacrosanti e intangibili affari suoi. Coltivava piante di “maria”, d’accordo, ma per uso strettamente personale – come un semplice controllo sul suo conto in banca (inesistente!) avrebbe testimoniato fino a prova contraria. “Prova contraria” di cui, dopo una sessantina di giorni, non si ha notizia. Le indagini sulla sua morte, dulcis in fundo, sono state affidate allo stesso PM che ne aveva ordinato il fermo. Ma guai a parlare di conflitto d’interessi: in Italia autonomia e indipendenza della magistratura sono garantite dalla chiusura corporativa della casta tribunalizia.
Forse, tra l’arrestare e il “rieducare”, c’è di mezzo il mare (troppo) magno dell’arbitrio sul quale il ceto dei “rieducatori” può fare pieno assegnamento. Con buona pace di Beccaria, temo.
Non solo: uno svarione come può essere lo scambiare un innocuo padre di famiglia con un maxi spacciatore solleva pesanti perplessità sui criteri di nomina dei funzionari pubblici nel nostro paese. Come se non bastasse, parliamo di ruoli che richiederebbero personale altamente qualificato sotto tutti i profili (intellettuale, psicologico, morale). A questo proposito, se penso alla parola più autenticamente “di destra” che mi sovvenga, non posso che soffermarmi sul concetto di gerarchia. O catena di comando, o filiera decisionale: si tratta dell’allocazione dei soggetti giusti nei posti giusti, un fine che solo la meritocrazia e la competizione possono perseguire con qualche speranza di successo. Stante la terribile ingiustizia subita da Aldo Bianzino e dai suoi cari, coloro che come me stanno a destra non hanno proprio nessun parere da esprimere al riguardo?

Pubblicato il 20/12/2007 alle 11.30 nella rubrica Diario.

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