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Mondo senza fine

di Ken Follett
Mondadori, 1367 pp, € 20,00

«I braccianti stanno scomparendo dai miei villaggi
e quando indago su di loro
scopro che si sono spostati nelle tue proprietà,
dove prendono paghe più alte.»
Caris annuì.
«Se voi metteste in vendita il vostro cavallo
e due persone lo volessero comprare,
non lo dareste a chi vi offre di più?»

Inghilterra, anno Domini 1327. È il giorno di Ognissanti, quando un improvvisato gruppetto di ragazzini – i fratelli Ralph e Merthin Fitzgerald con le amiche Gwenda e Caris – si avventura nella boscaglia oltre le mura di Kingsbridge per giocare liberamente al tiro con l’arco. Nascosti tra i cespugli, sono testimoni del duplice omicidio in cui sfocia la colluttazione tra due guardie della regina e un cavaliere fuggiasco. Ralph, atletico e gradasso, soccorre il ricercato scegliendosi uno degli inseguitori come inconsapevole bersaglio; Merthin, sveglio e affidabile, una volta caduto anche il secondo armigero aiuta il nobiluomo ferito a occultare il messaggio di cui è latore. Il solenne giuramento di non svelare l’ubicazione del nascondiglio prescelto, assieme al potenziale politicamente destabilizzante che il segreto affidato a quel dispaccio acquisisce nel corso degli anni, suggellerà come un patto di sangue la ridda di amori, intrighi, complotti e sopraffazioni destinata a legare il quartetto di fanciulli nel trentennio successivo.
Diciassette anni – circa duecento nella finzione narrativa – dopo I pilastri della Terra, Ken Follett torna a disegnare metaforiche architetture di senso tra le strade e le costruzioni immaginarie della sua Kingsbridge. La prosa ricercata ma sempre scorrevole del più grande scrittore vivente conferisce dunque nuova linfa autoriale al racconto dell’esistenza umana, catalizzandone la volatile temperie mediante il collaudato topos dell’edilizia medievale. Ma mentre ne I pilastri l’allegoria portante faceva premio sulle storie di vita dei protagonisti, interconnesse da un potente collante storiografico e filosofico (il turbinio di vicissitudini amorose e di esulcerate rivalità che attraversava la trama di quel libro, accostato per similitudine all’estenuante processo costruttivo della cattedrale, trovava sbocco in una profonda riflessione sul necessario equilibrio tra potere temporale e potere spirituale, tra fede e ragione), in Mondo senza fine il motivo “cantieristico” si appunta invece alle speculazioni che mettevano capo al testo predecessore, incapsulandole in un tessuto connettivo tipicamente sentimentale. Il secondo membro di questa variazione simbolica per contrappunto individua un nucleo tematico ben preciso: i “pilastri” del vecchio mondo stanno cedendo assieme a tutti i criteri con cui sono stati progettati, perciò occorre sostituire gli uni e aggiornare gli altri. E migliorare la condizione umana significa innanzitutto perseverare nella faticosa lotta contro la superstizione teologica – spesso artatamente fomentata dagli uomini di chiesa più reazionari – secondo cui Dio castiga gli uomini per i loro peccati tramite disgrazie e calamità. Il passaggio da Medio Evo a Età Moderna può in effetti riassumersi nella presa di coscienza collettiva della libertà d’intrapresa quale veicolo di affrancamento dall’atavismo, con tutti gli attriti che l’emancipazione di strati popolari sempre più ampi ebbe a creare tra plebe e aristocrazia.
Nella storia narrata da Ken Follett, l’avventura della libertà incontra a più riprese le resistenze conservatrici opposte dalle categorie interessate al mantenimento dello status quo; queste ultime, rappresentate per esigenze di contesto da clero retrivo e nobiltà sfruttatrice, malgrado i loro sforzi assistono alla costante erosione della propria autorità secolare.
Merthin e Caris, perdutamente e alle volte disperatamente avvinti in un amore metafisico, proiettato al di là del tempo e dello spazio, incarnano alla perfezione il prototipo dell’uomo e della donna moderni, artefici delle proprie fortune grazie al sapere scientifico e alla creatività imprenditoriale. Allo stesso modo Gwenda, seppur calata nella più “rurale” dimensione della servitù della gleba, affronta un percorso di liberazione dal destino capitatole in sorte. Ralph, al contrario, impersona l’arrivismo e lo spirito di rivalsa della nobiltà decaduta in tutta la sua suburra morale. Per i quattro protagonisti la vita si snoda tra esaltanti momenti di successo e drammatici rovesciamenti di fronte, in una giostra di passioni capace di regalare onori e gioie a chi sa giocare con scaltrezza le sue carte, ma anche di infliggere dolorose punizioni agli inetti e agli sfortunati.
Come ogni sequel che si rispetti, anche Mondo senza fine ricalca stilemi precodificati e viaggia su binari tematici piuttosto angusti, dovendo rispettare i canoni espressivi dettati da un’opera-pilota. Così, se Ralph racchiude in sé il corredo psicologico di tre dei personaggi conosciuti ne I pilastri della Terra (vale a dire Will Hamleigh, Alfred e Richard di Shiring), i priori Anthony, Godwyn e Philemon “frammentano” la farisaica santimonia del vecchio Waleran, mentre Caris e Merthin sono la copia conforme rispettivamente di lady Aliena e di Jack il costruttore.
Rispetto all’invidiabile compattezza narrativa esibita nel prequel, in questo seguito appaiono veniali difetti di tenuta tramica (come accade per il repentino cambio di atteggiamento da parte del succitato Godwyn, oppure per il rocambolesco salvataggio di Caris dalle grinfie del tribunale ecclesiastico), qualche caratterizzazione sbozzata un po’ tendenziosamente (il viscido leguleio Gregory e l’intellettuale borioso Sime) e una “chiusura del cerchio” finale abbastanza deludente (il gran segreto nascosto tra i boschi di Kingsbridge si rivela tutto sommato privo di grosse ripercussioni sull’economia della narrazione, dopo aver teso un filo conduttore nemmeno paragonabile alla geniale agnizione di gruppo servita sul finire de I pilastri). Da parte dell’autore persiste poi una certa rigidezza nell’introspezione della crudeltà, sempre descritta come gratuita o banale.
Spiace, infine, che l’esigenza di clamore mediatico a buon mercato abbia spinto Follett a promuovere la sua ultima fatica recitando a soggetto sciocchi refrain antireligiosi. Oltre a lanciare provocazioni corrive, le polemiche a gettone “contro la Chiesa” hanno la ben più grave colpa di far apparire pretestuose e anacronistiche le cornici ambientali tracciate nel libro: se la cultura cristiana medievale avesse davvero incoraggiato il diffondersi di oscurantismo e ignoranza, a quale spinta propulsiva far risalire la capacità di sottrarsi autonomamente al sottosviluppo, alla pestilenza e alla carestia dimostrata dall’Europa premoderna, unico caso di civiltà “a evoluzione endogena” in tutta la storia dell’umanità? Evidentemente la koiné europea doveva contenere in sé già allora gli elementi di una concezione “fluida” del mondo, altrimenti l’azione modernizzatrice esercitata dalle vulcaniche individualità di tipi come Merthin e Caris sarebbe rimasta lettera morta, somma di vuoti accidenti come se ne sarebbero potuti benissimo manifestare di uguali nella Cina o nelle Americhe del tempo. Tanto più che, a dispetto dell’ostentata intransigenza progressista esibita a favore di rotocalco, nel suo libro Ken Follett riesce a rendere conto delle molte anime ideologiche di un’istituzione onnicomprensiva come il cattolicesimo in modo intelligente ed equilibrato.
Ma il logoramento estetico causato dalla riproposizione e dalla promozione di un prodotto letterario di grido può a malapena scalfire il fascino esercitato dal magistrale affresco follettiano dell’anelito d’amore e di salvezza che l’uomo medievale, così come il suo discendente moderno, trae senza sommario, senza requie, senza controprova. Senza fine.

Trackback: Phastidio, Italy Starts Crackdown on Immigrants Deemed a Threat to Society [Weekend Open Trackback]

Pubblicato il 31/10/2007 alle 10.0 nella rubrica Libri.

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