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Due link, due commenti

“Un paio d’anni fa, sul settimanale Famiglia cristiana, fece scalpore la pubblicazione della lista integrale degli azionisti della Banca d’Italia, poichè risultò che il suo capitale era detenuto al 95% da banche private commerciali mentre solo un 5% era in mano pubblica. Questo, in contrasto con lo stesso Statuto dell’ente, che prevede (art. 3) che la maggioranza delle azioni debba essere di proprietà del Tesoro. La questione non è di scarsa importanza, dato che la Banca d’Italia detiene tutt’oggi (seppure oramai di concerto con la Banca Centrale Europea) il monopolio dell’emissione monetaria nel nostro paese. Il fatto che gli azionisti siano privati pone infatti il problema del cosiddetto signoraggio, ossia del profitto derivante dalla emissione di banconote” – Francesco Lorenzetti, Signoraggio, la linfa dei poteri occulti

Da monetarista convinto, sostengo che la moneta sia un bene tra i tanti, dotato della particolare facoltà di consentire la separazione tra il momento dell’acquisto e quello del guadagno (cioè in grado di fornire un’alternativa al baratto). Per cui, se il bene in questione è per qualche motivo inflazionato, meglio optare per investimenti-rifugio come oro o immobili. Morale della favola: se per decenni gli italiani si sono visti remunerare i propri titoli di credito con carta straccia, la colpa è loro. E dei gestori di fondi ai quali si sono affidati corpo e anima, pressoché tutti dipendenti dei “banchieri privati” di cui all’articolo di Francesco.

“gli Stati Uniti, abbattendo Saddam Hussein, hanno servito nel peggior modo possibile i loro interessi. Hanno infatti liberato il loro più feroce nemico nell’area (l’Iran) dal suo più temibile nemico (Saddam appunto) e parallelamente hanno rafforzato l’avversario (i curdi) del loro secondo più importante alleato regionale (la Turchia)” – Andrea Gilli, L’Iraq, la Turchia e la complessità degli affari internazionali

Più leggo gli articoli di Andrea e Mauro Gilli, più la bolla ideologica gonfiata dai neocon mi appare destinata a scoppiare. Con la non trascurabile riserva riguardante l’apparato teorico realista che sorregge le argomentazioni di Gilli, ossia l’esigenza di un’alterità non radicalmente manichea tra i soggetti attivi di una moderna politica dell’equilibrio. Se una o più delle potenze in competizione sullo scenario internazionale si pongono l’obiettivo di esportare un ordine totalitario o distruttivo fuori dai loro confini, infatti, diventa perfino inconcepibile lo strumento della trattativa. Che era all’ordine del giorno nei conflitti regionali settecenteschi, in cui la contrapposizione identitaria veniva mitigata dalla comune matrice culturale dei contendenti. Ma oggi, con un Islam che punta a restaurare il proprio califfato subtropicale annientando Israele, decadono molti dei presupposti necessari a una politica estera davvero liberale (cioè realista) e non idealista (cioè costruttivista).
Consiglio di imparare a memoria il passaggio dell’articolo in cui Gilli confuta i due assunti-base del neoconservatorismo, comunque.

Pubblicato il 24/10/2007 alle 10.12 nella rubrica Diario.

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