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Primarie ex post

Marchiane irregolarità o no, deliberata premeditazione degli esiti o meno, i risultati definitivi delle primarie democratiche di Domenica scorsa hanno comunque da dire qualcosa. Come previsto, gli outsider Adinolfi e Gawronski hanno raccolto percentuali lillipuziane. Ma il dato più significativo riguarda la (tacita) sfida tra il vincitore annunciato e le due eminenze catto-governative – Rosy Bindi ed Enrico Letta – che gli contendevano la scontata nomination. Su 3.517.370 voti validi, Walter Veltroni si è aggiudicato il 75,81% dei consensi. Più chiara di come è scritta in questa schiacciante proporzione di tre a uno, l’Anschluss post-diessina del cattolicesimo democratico non avrebbe potuto essere. Il nervosismo con cui Giuseppe Fioroni si è affrettato a mettere le mani avanti a tale proposito (“i cattolici popolari sono il 50 per cento, le radici cattolico popolari sono presenti. La società civile è solo un’espressione culturale e gli incivili sono tutti nostri?”) è di palmare eloquenza. Gli ex comunisti avranno anche perso qualche compagno duro e puro sul fianco sinistro, ma la contropartita alla loro destra si è rivelata senza dubbio conveniente. Ora rimane da capire se la base elettorale della vecchia sinistra Dc accetterà passivamente la cannibalizzazione dei suoi apparati di riferimento o se, come ritengo, il travaso di voti cattolici da sinistra a destra iniziato con le elezioni politiche dell’anno passato toccherà l’apice. In questa seconda ipotesi, lo spostamento a sinistra del baricentro ideologico del neonato soggetto unitario pregiudicherebbe seriamente le possibilità di successo del fronte progressista nell’eventualità di nuove elezioni a breve termine.
Uno sguardo ai rapporti di forza tra le singole liste a sostegno del sindaco di Roma non fa che confermare la lieve ma inequivocabile fisionomia sinistrorsa impressa dal suffragio al “tema natale” del Pd. La lista “Democratici con Veltroni”, cioè la più quotata in lizza, riscuote il 43,82% dei voti totali, mentre sorprende il risultato di “A sinistra con Veltroni”, che raggiunge il 7,65% sulla stessa base. È probabile che il raggruppamento capeggiato da Massimo Brutti si avvii a raccogliere l’eredità politica del cosiddetto “correntone”, consistente nel ruolo di interfaccia strategica fra la “casa madre” e la sinistra antagonista. L’asse tattico con i prodiani ribelli, come previsto, sta dando i suoi frutti naturali: più che genericamente “democratico”, quindi, il nuovo partito prende vita socialdemocratico. Peraltro la distribuzione geografica del voto fa pensare a una compagine radicata al Centro-Sud ma con poco seguito al Nord, area dalla quale proviene solamente un quarto dell’affluenza. Un ulteriore segnale di disaffezione moderata al nuovo contenitore, quest’ultimo.
In simili condizioni, qualunque proposito di rottura con la vecchia politica in senso riformista – oltre a poter essere soltanto inviso a Romano Prodi, che dell’immobilismo ha fatto la sua cifra e il suo capestro – assume i connotati dell’innocuo annuncio a effetto, privo com’è del percorso di elaborazione e affermazione costato ai pluricitati Blair e Sarkozy decenni di lotte fratricide.
L’insussistenza della discontinuità proclamata da Veltroni a favore di telecamera genera paralisi programmatica e intellettuale anche presso lo schieramento avversario, ormai mollemente adagiato sulla popolarità a buon mercato che le ambasce del Prodi bis gli garantiscono. Aspettando il Godot di un cambio di mentalità da parte della classe politica italiana, sarebbe ingenuo voler anticipare il verificarsi di novità positive tramite eventi purificatori catastrofici e/o repentini sulla falsariga di Mani Pulite, che poi innescano solo speculari fenomeni di riflusso e ripristino dello status quo.
Chi ama la politica e vede senza onirici semplicismi la via d’uscita liberale ai mali d’Italia deve invece rassegnarsi a un ingrato lavoro quotidiano di semina culturale, da svolgersi in ogni circostanza della pur minima pertinenza. Senza il favore della truppa, gli ufficiali non vanno da nessuna parte: fuor di metafora, finché le riforme liberali rimarranno il settario auspicio di ristrette élite intellettuali e/o altolocate, prive di appoggio popolare, i vertici politici potranno tutt’al più farne materia da conferenza stampa.

Pubblicato il 19/10/2007 alle 9.46 nella rubrica Diario.

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