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Eutanasia in progress

Come tutti i sistemi complessi, anche quello giuridico-relazionale che sorregga un consorzio civile di stampo liberale non può essere “perfetto”, non può cioè trarre le sue premesse fondative a partire dallo stesso oggetto che pone univocamente (la libertà). In altre parole, la società liberaldemocratica deve opporre alle sue antitesi altrettante chiusure assiomatiche negative. Di qui l’autoevidenza jeffersoniana del diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (ossia alla proprietà privata), un trinomio di beni ritenuti assoluta prerogativa del singolo titolare al fine di garantire la coerenza interna del “sistema” liberale sotto il profilo della logica formale.
Per fissare il concetto, è possibile fare riferimento a un’ipotetica società basata sul relativismo. Nel quadro di un sistema siffatto, quindi, il principio cardine del vivere associato sarà che tutto è relativo. Affinché tale assunzione teoretica non fagociti se stessa, però, occorrerà imporle una condizione iniziale ben precisa, ovvero che tutto è relativo eccetto il fatto che tutto è relativo. In caso contrario, paradossalmente, il sistema in esame si troverebbe a implodere a causa di un’applicazione autodistruttiva – ancorché formalmente impeccabile – della regola metodologica su cui si basa.
Parlando di eutanasia, certa mistificatoria propaganda ha implicitamente avallato l’idea per cui “io sono mio”, secondo la quale ciascuno è – per cui dev’essere – libero di disporre pienamente del diritto alla vita che gli è interamente proprio. Esprimendo il concetto in termini di diritto reale, ogni individuo deterrebbe allora la nuda proprietà e l’usufrutto di sé medesimo. Qualunque corollario faccia seguito a questa ipotesi di partenza ne “eredita” l’erroneità congenita: della propria vita, infatti, si può disporre soltanto negativamente, risolvendosi per l’alienazione. Senza contare che, a differenza di quanto accade nell’effettivo ambito dei diritti reali, il pieno godimento del bene “vita” implica necessariamente la volontà di non privarsene. Nessun uomo, pertanto, esercita una completa titolarità economica sulla sua vita. Se ne deduce il motivo per cui, anche nelle liberaldemocrazie, è vietato l’omicidio del consenziente: un ordinamento che sanzioni l’omicidio colposo (secondo il giusto criterio per cui non è permesso appropriarsi, nemmeno involontariamente, di ciò che non ci appartiene) non può contestualmente ammettere una particolare forma di omicidio volontario (nella quale si aliena qualcosa che non è totalmente nostro), pena una pesantissima contraddizione in termini.
Detto questo, va specificato che a diritti negativi non corrispondono però diritti incondizionati né, a maggior ragione, obblighi speculari o derivati. Dal diritto alla vita non discende il dovere di non suicidarsi, a meno che non lo si intenda come imperativo morale (vale a dire posto su un piano convergente con ma distinto da quello giuridico), né l’obbligo di iniziare o proseguire qualsivoglia terapia medica. Così come non si può ignorare l’eccezione alla regola data dalla “legittima difesa” da un pericolo incombente.
Grazie alla prima considerazione, si può attribuire legittimità a gran parte dei casi che la cronaca iscrive al novero della eutanasia “passiva”: a meno di non abbracciare uno stolido consequenzialismo, infatti, uccidere e lasciar morire rimangono azioni eticamente distinte. Con estrema prudenza, ma nondimeno con razionale freddezza, stante la successiva estensione del principio di autotutela ci si può spingere ad ammettere l’eutanasia “attiva”, avendo cura di farvi ricorso solo nell’estremo frangente in cui si renda improrogabile la difesa da una vita ormai divenuta minaccia all’integrità individuale. Cioè nel caso di patologie terminali e di dolore non più trattabile.
Per quanto riguarda il testamento biologico mi ribadisco favorevole, a patto che tale dispositivo sia vincolato a precise quote di legittima in merito alle funzioni vitali “minime” che autorizzino il medico curante a cessare quello che per il malato costituisce accanimento. Lo stop alle cure, in pratica, dovrebbe essere riservato “in differita” a pazienti in stato di morte cerebrale, coma irreversibile o malattia terminale unita a lesioni permanenti della sfera del linguaggio. Circostanze di fine vita nelle quali non sia possibile migliorare il proprio quadro clinico, in buona sostanza. Tra l’altro, a mio avviso il tb non dovrebbe assolutamente contemplare il caso dell’eutanasia attiva, una fattispecie – per come la definivo poc’anzi – necessariamente vincolata alla capacità di intendere e volere del richiedente.
Riflettendo sui tre casi-campione che esaminavo in un precedente post sul tema, mi sono poi reso conto che le situazioni di Eluana Englaro e di Terri Schiavo probabilmente non sono lontane come appaiono. In entrambe, un paziente in stato vegetativo viene alimentato artificialmente in assenza di vere e proprie “terapie”. E in ambedue i casi, inoltre, si è voluta rubricare a volontà testamentaria qualche battuta estemporanea davanti a un film drammatico o a un servizio di telegiornale. Lo stato vegetativo è tra l’altro la condizione medica che solleva i maggiori interrogativi etici, essendo spesso molto difficoltoso stabilirne il grado di irreversibilità. Su Piergiorgio Welby, invece, rafforzo il giudizio di legittimità da me già espresso qui.
A margine dell’intera questione rimarrebbe da sviscerare l’aspetto che, più di ogni altro, dovrebbe stare a cuore al filosofo morale (anche se dilettante come me), ovvero non tanto se e come essere lasciati liberi di esaudire i nostri desideri, ma cosa sia giusto desiderare. È giusto gettare la spugna di fronte al nemico dentro di noi, per quanto imbattibile e minaccioso, magari dopo che sulla nostra guarigione sono state investite enormi risorse umane e finanziarie da parte di confidenti, parenti stretti e/o personale medico? Come forse si intuisce, io una risposta – severa ma comoda, in quanto al momento godo relativamente di buona salute – me la sono data da tempo.

Pubblicato il 16/10/2007 alle 9.15 nella rubrica Diario.

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