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Appunti su "Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco"

 “Alla fine tutti noi diventiamo canzoni. Se siamo fortunati”

Negli sterminati e onnicomprensivi cieli della letteratura fantasy, da oltre dieci anni risplende l’astro di George R. R. Martin. L’opera dello scrittore americano è molto vasta; qui mi occupo di stendere qualche nota sull’edizione italiana del suo lavoro più acclamato, cioè Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco.
La pubblicazione del ciclo romanzesco segue una suddivisione in episodi premeditata all’origine, anche se già soggetta a qualche variazione in corso d’opera. La tabella di marcia inizialmente programmata dall’autore prevedeva tre volumi, Il gioco dei troni (A Game of Thrones), Lo scontro dei re (A Clash of Kings) e Tempesta di spade (A Storm of Swords), ai quali, dopo un controverso ripensamento d’intenti, si sono aggiunti Un banchetto per corvi (A Feast for Crows), La danza dei draghi (A Dance with Dragons), I venti dell’inverno, (The Winds of Winter, titolo provvisorio) e Il sogno della primavera (A Dream of Spring, titolo provvisorio). In Italia i primi tre libri sono stati pubblicati da Mondadori, non senza che il loro spezzettamento in due o tre sotto-volumi ciascuno suscitasse qualche giusto malumore, mentre finora del quarto la stessa casa editrice ha pubblicato solo la prima parte (Il dominio della regina).
Va subito specificato che l’inserimento di A Feast for Crows tra A Storm of Swords e A Dance with Dragons, a riempimento di una lacuna cronologica di cinque anni tra i fatti narrati nella prima e nella seconda trilogia, si deve tra l’altro a una vera e propria sollevazione telematica degli appassionati: vedremo in seguito come anche per Martin la poca fermezza nell’ignorare le ubbie del fandom si sia rivelata una cattivissima consigliera.
Le vicende raccontate ne Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A Song of Ice and Fire in lingua madre: non si capisce bene se l’insulsa traduzione italiana del titolo originale, peraltro unico neo nell’ottima trasposizione curata da Sergio Altieri, voglia parassitare il successo del lewisiano Le cronache di Narnia) si svolgono in un mondo immaginario nel quale le stagioni possono durare anni interi e le terre emerse vedono un continente occidentale e uno orientale dirimpettai sui due lati dell’oceano minore, chiamato Mare Stretto. Il baricentro dell’avventura è saldamente situato a Ovest, con uno dei tronconi narrativi salienti più qualche “deviazione” dal tracciato principale dislocati a Est. La regione occidentale del planisfero martiniano, cartografata abbastanza dettagliatamente all’interno di tutte le edizioni del libro, costituisce una sorta di macro-Britannia con sporadici innesti mediterranei. I punti di contatto dell’occidente tratteggiato da Martin con la storia e la civiltà anglosassoni, infatti, sono numerosi e significativi. I sette regni degli uomini, all’epoca in cui scoppia la guerra di successione al trono sulla quale si impernia il racconto, sono ingabbiati nel rigido sistema feudale e centralista creato tre secoli prima da Aegon il Conquistatore, ma in precedenza formavano una confederazione di reami indipendenti: esattamente come l’Inghilterra pre-normanna. Le rare tracce di politologia presenti nel testo, a tal proposito, hanno nell’alternativa tra unione e unità dei regni il loro tema cardine. Il confine settentrionale del mondo civilizzato è un’immensa muraglia di ghiaccio custodita da un ordine di monaci guerrieri, i Guardiani della Notte, e oltre la frontiera Nord si distende una selva abitata da tribù di feroci barbari, i Bruti. La similitudine con il vallo di Adriano, che anticamente proteggeva i domini inglesi dalle scorrerie dei Celti e ancora oggi segna il limitare della Scozia, è palese. Le due casate rivali nel “gioco del trono” sono i Lannister e gli Stark (rispettivamente signori di Castel Granito e di Grande Inverno, ovvero i lord protettori dell’Ovest e del Nord), consonanti perfino nel nome alle case di Lancaster e York che combatterono la sanguinosa Guerra delle Rose nel XV secolo. Tutta l’onomastica delle terre occidentali, poi, si regge su una fonetica che oscilla tra il celtico (Robert Baratheon, Vyseris Targaryen) e l’anglofono (Nestor Royce, Walder Frey, Jacelyn Bywater).
Più scarse sono le informazioni relative al continente orientale; sappiamo che in buona parte esso è organizzato in città libere sul modello delle poleis greche, che in alcuni territori si pratica il commercio degli schiavi e che l’etnografia complessiva del Levante martiniano unisce elementi (medi)orientaleggianti a caratteri più tipicamente europei (come ad esempio la conformazione della città di Braavos, che di Venezia riproduce i canali, i ponti e addirittura le gondole).
Come sempre, ogniqualvolta si profili all’orizzonte un bestseller “di genere”, scatta il riflesso condizionato di paragonarne gli stilemi con l’opera che, a torto o a ragione, viene universalmente riconosciuta quale capostipite del filone. Nel nostro caso, si tratta ovviamente di stabilire il grado di parentela tra i Sette Regni di George Martin e la Terra di Mezzo di John Tolkien.
Dietro una comune estetica a forti tinte medievali, in realtà, tra l’opera dello scrittore americano e del fellow britannico si rinvengono profonde differenze stilistiche e tematiche, pur con una peculiare convergenza nella poetica. Mentre Tolkien si prefiggeva l’obiettivo – a onor del vero raggiunto pienamente solo con gli scritti postumi – di svincolare radicalmente il testo dal contesto, cioè di fare mitologia, Martin è decisamente uno scrittore del nostro tempo. Certo, le sue Cronache non rientrano nel campo del fantasy “debole” ovunque prodotto dopo che la tragedia del Novecento è degradata in farsa, ma gli schemi compositivi adottati al loro interno avvicinano il risultato finale più al romanzo storico postmoderno che all’epos. Non a caso la temperie machiavellica da cui emergono alcune svolte narrative e la crudezza di molti registri espressivi ricordano in svariati frangenti I pilastri della Terra di Ken Follett (libro peraltro eccezionale). Se lo “scheletro portante” della cosmogonia tolkieniana è il Verbo, inteso come potenza (sub)creatrice del linguaggio, lo spessore storico del mondo martiniano riposa su sostegni retrospettivi più a buon mercato: un’abbondante araldica di stemmi, blasoni e segnacoli nobiliari, qualche riferimento cronologico per coordinare la storiografia dei Sette Regni, un arcipelago di credenze religiose stratificatesi nel corso dei millenni. Riguardo al rilievo della religione nell’indirizzare il corso degli eventi, del tutto latente in Tolkien, nell’opera di Martin l’adorazione delle diverse divinità ricopre la funzione – eminentemente politica – di legittimare il potere costituitosi attorno alle varie schiatte aristocratiche. Gli Stark e i popoli del Nord sono devoti al culto animista dei Primi Uomini, mentre nel resto del continente occidentale prevale la tradizionale adorazione dei Sette Dei (di marca “archetipica” vagamente greco-romana). Eppure sono i culti misterici monoteisti che, improntati a un ferreo dualismo ontologico, promettono di fornire all’autore un serbatoio creativo per future invenzioni tramiche. Il Signore della Luce e il Dio Estraneo, così come il Dio Abissale e quello della Tempesta, definiscono antinomie concettuali nette e dispongono di ministri in possesso della facoltà di resuscitare i morti. Ancora da inquadrare rimane la parte in commedia del culto panteista celebrato nella città di Braavos al Dio dai Mille Volti.
Da tali brevi note si desume la differenza forse più marcata tra le scritture di Tolkien e Martin, che attiene all’opposto arco teleologico descritto nelle due epopee: laddove la Terra di mezzo, con la distruzione dell’Anello e la partenza degli Elfi, si accinge a distaccarsi senza appello dalla dimensione magica e soprannaturale e a “secolarizzarsi”, i Sette Regni vivono immersi nel potere, per così dire “stagionale”, di forze (e creature) ancestrali in spola perenne tra quiescenza e risveglio.
Eppure il ruolo giocato dalla magia offre allo stesso tempo anche un interessante motivo di similitudine “poetica” tra i due autori: in Tolkien come in Martin le arti magiche assumono contorni incerti e sfuggenti, determinando un’esemplificazione della capacità di dominio. Il recente fantasy neognostico (ossia a vario titolo debitore di concezioni “elettive” della conoscenza), al contrario, ha sempre in un pervasivo brodo d’empatia stregonesco la sua forza motrice per eccellenza.
In conclusione, resta solo da esprimere un giudizio d’insieme sulla saga letta fin qui. Alla partenza piuttosto naif di A Game of Thrones ha fatto seguito una vistosa maturazione stilistica, culminata nella forsennata ecatombe di A Storm of Swords. Ma l’incognita che minaccia più seriamente il futuro del ciclo martiniano è la volubilità dell’autore che, sommata alla propensione ad accusare la pressione pseudocreativa dei suoi fans più agguerriti, rischia di replicare anche in futuro il mezzo passo falso compiuto sinora con A Feast for Crows. Un libro stancamente interlocutorio, che ignora due dei tre personaggi meglio caratterizzati del cast (il nano deforme Tyrion Lannister e il voltagabbana Theon Greyjoy, quest’ultimo gettato nel dimenticatoio davvero da troppo tempo) e serve al terzo (il keynesiano maestro del conio Petyr Baelish) solo una particina striminzita. George Martin avrebbe dovuto respingere i diktat del fandom e proseguire nella sua idea di frapporre un salto temporale tra le due trilogie con un po’ più di risolutezza, dote che però notoriamente non abbonda tra gli uomini di lettere.

Link utili:

Le voci di Wikipedia su George Martin e su Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco

La Barriera (sito non ufficiale di appassionati italiani: da vedere il loro atlante in flash dei Sette Regni)

Pubblicato il 28/9/2007 alle 15.7 nella rubrica Libri.

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