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Dalla lotta di classe alla lobby continua: il liberismo è davvero di sinistra?

Scegliere tra la Destra e la Sinistra è un fatto dell’anima, purché ci si metta d’accordo su come riempire di significato due parole che – specie nei sistemi bipolari o bipartitici – definiscono l’appartenenza politica di persone e fasce sociali anche diversissime tra loro per esigenze materiali, capacità economiche e valori condivisi. Quando scrivo che, per dirsi dell’una o dell’altra sponda, occorre ad esempio stabilire se e in quale misura la legge è conseguenza della morale o viceversa, sottintendo che ogni possibile risposta a tale problema implichi una nozione sufficientemente chiara del “posizionamento binario” che ne deriva.
Già questa consapevolezza costituisce un requisito decisamente ostico, se consideriamo che a ciascun capitolo di una qualunque agenda politica è assai frequente attribuire pesi specifici molto diversi e magari fornire risposte ideologicamente incongruenti (come può essere il caso di una sindrome not in my backyard combinata al totale disinteresse per gli affari esteri o per la bioetica, circostanza peraltro comunissima). Se poi teniamo presente che ogni questione capitale rappresenta una variazione sul tema dell’uovo e della gallina, sia nella formulazione sincronica (chi dei due è nato prima?) che in quella diacronica (meglio il primo oggi o la seconda domani?), dobbiamo alzare le mani e ammettere l’insussistenza della dicotomia Destra/Sinistra.
O meglio, dovremmo farlo se la realtà storica non ci offrisse un orizzonte di eventi tramite i quali associare cause ed effetti a principi invarianti: ecco allora che l’indole innata può introiettare una scuola di pensiero, o un riferimento intellettuale, frutto della progressiva stratificazione di facies culturali accumulatesi nel tempo. Ferma restando la smisurata ipocrisia insita nella pretesa di sistemarsi la realtà una volta per tutte e definitivamente, rimane comunque legittimo aggiustare il proprio modello di lettura del “mondo fenomenico” in base a una pur perfettibile (cioè umana) scelta tra le alternative poste dai “grandi quesiti”. Uno dei quali è il seguente: in economia, la domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? La risposta del determinista – ossia di colui che, da buon pianificatore razionale, ritiene di poter prevedere e incasellare a priori i bisogni e i comportamenti degli uomini – sarebbe senz’altro “viceversa”. Storicamente, tale è la risposta di chi si ispira all’escatologia della predestinazione: in senso lato, è la forma mentis del socialista. Al realista, invece, non sfugge che la ciclica scarsità delle risorse produttive aguzza l’ingegno e dà origine a ritrovati merceologici sempre nuovi, capaci di incidere profondamente sulla formazione della domanda. I fautori dell’economia di mercato appartengono ovviamente alla seconda “famiglia”.
Sennonché, tornando a bomba al “qui e ora”, capita che Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, illustri editorialisti del Corsera, pubblichino una raccolta di articoli intitolata Il liberismo è di sinistra, dove per “liberismo” s’intende appunto la dottrina delle libertà economiche. Dopo La Casta di Rizzo e Stella, molto prosaicamente, il pensatoio Rcs tenta ancora una volta di conferire dignità intellettuale alla convergenza d’interessi tra i padronati confindustriali e la “sinistra d’affari” diessina. Quel ch’è peggio, sfruttando come collante programmatico temi che, se compitati dai loro “genitori biologici” destrorsi, ridiventano magicamente vieti cascami populisti e antisindacali: l’insofferenza per i costi della politica da un lato, l’efficienza sociale del libero mercato dall’altro.
Eccoci al punto chiave: l’efficienza sociale del liberismo applicata a propositi tipicamente progressisti. Io non conosco Alesina, ma del pensiero di Giavazzi ci si può fare un’idea abbastanza dettagliata leggendo questi suoi due editoriali. In sintesi: la liberalizzazione dei mercati serve a combattere i cartelli collusivo-lobbystici allestiti dagli avidi capitalisti conservatori, mentre la libertà educativa unita alla meritocrazia e alla contendibilità dei mercati finanziari, generando innovazione e maggiori guadagni, accresce i consumi, cioè contiene la depressione della domanda. L’argomento dell’efficienza, basato quasi sempre sull’analisi dei dati macroeconomici risalenti alle esperienze di governo di Reagan e della Thatcher, è però un’arma a doppio taglio. In primo luogo, perché spesso trasforma arbitrariamente dinamiche peculiari in nessi causali: non è affatto detto che la concorrenza comporti per forza un “abbassamento generalizzato dei prezzi”, specie nel breve termine, né che prevenga necessariamente il costituirsi di oligopoli. In secondo luogo, in forza al principio di non contraddizione, perché il criterio dell’efficienza potrebbe anche obbligare – nel caso in cui le riforme liberiste avessero a rivelarsi inefficienti – ad anteporre i fini ai mezzi. E quindi a seguire vie alternative e più efficienti per stimolare la domanda, come ridurre i tassi d’interesse o stampare carta moneta, ricadendo di fatto nel veterokeynesismo. I liberisti di vaglia, impegnati a rendere appetibile un “prodotto” politicamente scomodo, commettono spesso l’errore di promuovere il libero mercato descrivendone esclusivamente l’efficienza sotto il profilo del conto economico (maggiori gettiti fiscali complessivi, maggiore erogazione tributaria presso i quintili più alti della platea contribuente, maggiore mobilità sociale). Di fatto servendo su un piatto d’argento il controcanto ai riformisti: ma allora, aggiustando di pepe antilobbysta e agitando il tutto nello shaker delle class action, il liberismo è di sinistra!
Invece l’argomento che rende tale opzione politica sostanzialmente “di destra”, cioè anti-determinista, è la giustezza del liberismo a prescindere dai suoi risvolti efficientisti. Quelli sono una graditissima sopraddote, naturalmente, ma non influiscono in nessun modo sull’assunto base conservativo, secondo cui è illegittimo che lo stato travalichi il suo unico ruolo, che è quello di garante dell’imparziale applicazione delle leggi nei confronti di tutti i cittadini. L’equivoco del mercato come generatore di domanda e di spensieratezza è stato approfondito e sfatato da Guglielmo Piombini in un saggio su Murray Rothbard, nel quale si legge che “una società libertaria fondata sul puro lasseiz-faire capitalistico svilupperà con probabilità dei costumi sociali ispirati a regole di tipo tradizionale, sul genere di quelle tramandate dall’eredità giudaico-cristiana, e non stili di vita permissivi, edonistici e libertini, da controcultura anni Sessanta o Settanta. Di per sé, infatti, il capitalismo non è un sistema gaudente o materialistico, ma è anzi un sistema che impone a tutti elevati livelli morali di etica del lavoro, impegno, affidabilità, responsabilità personale, risparmio, previdenza, prudenza. Chi non si attiene a questi standard viene colpito da dure sanzioni di mercato (se non produci non guadagni) e sociali (legittime discriminazioni). È solo con l’avvento dello Stato sociale e della redistribuzione statale, che spezza il legame tra comportamento responsabile e disponibilità di risorse, che a partire dagli anni Sessanta del XX secolo in Occidente si sono diffusi a livello di massa stili di vita decadenti ed edonistici” (pag. 11). Cioè in una “repubblica ideale” libertaria esiste semmai una spinta al risparmio e all'investimento ben ponderato, non al consumismo schiavo delle preferenze immediate.
Se la sinistra sposasse il liberismo in questi termini, sarebbe la destra liberale la prima a felicitarsi di aver “convertito gli infedeli”. Ma l’assorbimento giavazzista dei dettami liberali tradisce la volontà di servirsi del mercato per proseguire la lotta di classe con altri mezzi, magari forgiando nel contempo monadi libertine che – immerse in una sorta di avveniristico solipsismo etico – diventino facile preda di mastodontici potentati sindacal-industriali. Vale a dire esattamente l’intendimento dell’accoppiata fissa tra Confindustria (tramite gli usuali terminali editoriali) e riformisti.
Per noi right-libertarian è meglio, molto meglio, lasciare Giavazzi e compagnia corrierina ai loro imbrogli ideologici nati logori e preoccupraci del “nemico” alla nostra destra: il mercantilismo continental-protezionista propagandato con vacuo sfoggio di tradizionalismo spicciolo dal Tremonti ultima maniera. Oggi come oggi il vero rischio fatale è vedere la cosiddetta destra “sociale” neocorporativa rialzare la testa.

Sullo stesso argomento: Zamax, Camelot Destra Ideale, Harry, Alberto Mingardi, Jim Momo

Pubblicato il 11/9/2007 alle 15.21 nella rubrica Diario.

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