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Gli interrogativi di Walter

Rilasciando una pluricitata intervista al Corsera, Walter Veltroni ha rotto gli indugi sul fronte dell’understatement ecumenico e ha assunto la posa del decisionista con le idee chiare. Il sindaco di Roma dichiara infatti: “non ho timore di decidere... Si ascolta, si consulta, si tratta; ma, alla fine, si decide”. E ancora, a margine del suo incontro con il presidente del Consiglio di qualche giorno prima, altrettanto commentato: “Non si può giustificare la vaghezza o l'ambiguità del programma, in nome del feticcio dell'unità della coalizione... in nessuna grande democrazia europea sarebbe immaginabile presentarsi agli elettori con una coalizione priva dei requisiti minimi di coesione interna, tali da rendere credibile la sua proposta di governo”.
Sono parole che si prestano ad almeno tre livelli di lettura. Uno è quello tattico: spezzando l’asfittica triangolazione tra la cerchia prodiana e l’ultrasinistra (cioè il collegamento portante dell’ulivismo stesso), Veltroni punta a ottenere il duplice effetto di fare premio sull’ala più moderata della Margherita e, tramite l’esplicita messa in mora di Romano Prodi e del suo pretoriano, di accelerare il logoramento dell’esecutivo in carica. Negando di voler “sostituire” Prodi e di “poter andare a Palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni”, Veltroni fa ben più che solfeggiare l’ovvio rispetto della legge: il messaggio, obliquo, comporta la rivendicazione di un primato decisionale applicabile all’intera alleanza di centrosinistra.
Onde per cui si arriva al secondo, più intricato piano d’analisi: quello strategico. Se, come sostengono i bene informati, gli scenari che vanno delineandosi trovano un soddisfatto patrocinatore in Franco Marini, un uguale avallo alle manovre politiche in corso non può non provenire dalla decennale sponda diessina del presidente del Senato, ossia Massimo D’Alema. Il doppio placet dalemian-mariniano ai prodromi del Partito Democratico può significare solo che l’ossatura del nuovo soggetto politico – malgrado i propositi maggioritari, bipartitici e meritocratici del Veltroni a favore di telecamera – sarà in grado di soddisfare le esigenze “conservative” più volte manifestate dalle nomenclature di cui Marini e D’Alema sono espressione. Assisteremo a una convergenza parallela cattocomunista strombazzata in un rutilare di annunci a effetto e piccole operazioni di cosmesi mediatica, in altre parole. Ma il passo decisivo del ragionamento riguarda l’evoluzione del quadro politico che le ultime notizie descrivono. Mentre Silvio Berlusconi, tra lo scherno degli ingenui, si assicura contemporaneamente la primogenitura del Partito della Libertà prossimo venturo e una formidabile arma contro gli eventuali effetti aggreganti del referendum Guzzetta, sta a Veltroni progettare la cornice normativa più compatibile con gli scenari a venire. Affinché il Pd non diventi un grosso vaso di coccio circondato da tanti vasetti di ferro, occorrerà infatti un sistema elettorale che coniughi l’avvento di alleanze di “nuovo conio” centrista con la salvaguardia dei partitocrati che sostengono il candidato premier. L’adozione del proporzionale alla tedesca farebbe egregiamente alla bisogna, ma sarebbe un regalo d’oro a un governo tenuto sotto comodo schiaffo da così tanti cespugli, mortalmente minacciati dalla prospettiva di uno tsunami referendario. L’uninominale a doppio turno – a cui Veltroni ha fatto più volte riferimento – sarebbe parimenti funzionale, ma manca il consenso trasversale per approvarlo. Forse il permanere di liste bloccate, previsto dall’ipotesi di legge Guzzetta, rappresenta un inusitato uovo di Colombo sia per il Cav. che per il sindaco d’Italia.
Ma, mentre per Silvio cambierebbe tutto senza cambiare nulla, per Walter – e siamo al terzo strato di significato, quello culturale – una riforma elettorale lascerebbe aperte numerose incognite. Si dice che il “nuovo corso” veltroniano imprimerà una rivoluzione copernicana a sinistra, di modo che finalmente si partirà dai programmi per arrivare alle alleanze e non più viceversa. Eppure nella (tuttora vaghissima) piattaforma programmatica democrat convivono opposti irriducibili, anche prescindendo da qualsivoglia patto con la sinistra antagonista: si va dal doroteo Rutelli al “sinistro” Brutti. La scontata vittoria di Veltroni, in pratica, rende puramente fittizia la selezione di leadership (e di priorità) annessa al meccanismo delle primarie. Con non minore cautela, allora, va presa la notizia di un “tavolo di lavoro sul fisco”, presieduto dai liberal Enrico Morando e Nicola Latorre, in grado di fornire facili panacee contro l’antiliberismo della sinistra.
Il fenomeno Veltroni, anche in relazione a fantomatiche rivoluzioni liberali incompiute a destra, dà l’idea che il progressismo italiano abbia messo a verbale una comprensione davvero superficiale e infantile del berlusconismo. Che non è tanto – o non solo – l’intuizione populista di un teleguitto che, “se avesse appena una puntina di tette, farebbe anche la velina” (questo era Enzo Biagi), ma soprattutto la capacità di rendere credibile la fattibilità un progetto politico ben preciso presso le fasce sociali interessate ad esso. Di scrivere proposte politiche “moderne e avanzate” per poi recitarne a soggetto il canovaccio di fronte a microfoni compiacenti è capace qualunque intendente di partito, ma saper convincere la gente di avere la forza per realizzarle è tutto un altro paio di maniche.
Considerando che, seppur stanti tali premesse, l’azione del passato governo ha faticato moltissimo a imboccare i binari liberisti indicati (d)al popolo delle partite IVA, viene da domandarsi quali potranno essere le “rotture” praticabili da un capopartito come Veltroni, refrattario a qualsiasi vera battaglia culturale.

Pubblicato il 31/8/2007 alle 9.38 nella rubrica Diario.

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