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Abortion International

Rompendo la sua pluriennale neutralità sul tema dell’aborto, Amnesty International apre all’interruzione volontaria di gravidanza in caso di stupro. Al netto delle ragioni di opportunità politica e umanitaria che possono aver spinto la nota associazione per i diritti umani a optare per un’apertura “selettiva”, ritengo che questa presa di posizione rispecchi una pesante incongruenza logica di fondo. Se è pacifico scagionare il feto da ogni colpa concernente l’atto di violenza mediante il quale è stato concepito, infatti, non si capisce secondo quale principio sia lo stupro a rendere il rifiuto di una gravidanza più accettabile che nel caso – per esempio – di malformazione fetale o di probabili complicanze perinatali. La commistione tra linea di principio e linea di fatto, in merito ai “temi etici”, è sempre foriera di assunzioni contraddittorie.
In fatto di aborto non ho mai adoperato mezzi termini: è un omicidio. Come ebbi modo di rilevare scrivendo a proposito dello statuto morale dell’embrione, gran parte della retorica filoabortista riposa su un’aleatoria nozione di processo. Per inciso, tralascio qui ogni estesa confutazione dell’argomento “libertario” in favore dell’IVG poiché, essendo coinvolti nella fattispecie abortiva dai tre soggetti (madre, figlio, medico) in su, qualsiasi discorso inerente l’autodeterminazione “individuale” mi pare destituito di fondamento. Tornando invece all’insieme di trasformazioni che dallo zigote conducono al neonato, il primo impedimento scontato dal funzionalismo determinista – che afferma di poter segmentare la gestazione in un numero discreto di stadi sequenziali ben distinti – consiste nell’impossibilità di scomporre univocamente la cronologia dei “fatti biologici” che si susseguono durante la gravidanza. Accanto a un’indeterminazione temporale (qualunque testo di biologia scrive che la fusione dei gameti dura “intorno alle 24 ore” o che l’annidamento uterino ha inizio “a partire dal sesto giorno”) ve n’è una di tipo “frattale”, nel senso che la fine di alcune fasi della gravidanza avviene con ritardo rispetto all’inizio di certe altre (gli organi cominciano a formarsi a partire dalla terza settimana dalla fecondazione, ma la chiusura del tubo neurale – che prelude allo sviluppo del sistema nervoso – si completa attorno alla quarta settimana).
Ma anche ammettendo una discretizzazione la più conservativa possibile delle discontinuità che articolano il processo gestazionale, cosa che le normative in vigore oggigiorno non fanno, l’ostacolo insormontabile per ogni prospettiva funzionalista rimarrebbe tuttavia la mancata corrispondenza tra il carattere quantitativo di tali “fratture” – inerenti l’accrescimento di grandezze quali l’età, il peso, in senso lato le facoltà cognitive – e l’attributo qualitativo che si pretende di conferire alla “cosa in sé” da un certo punto in avanti. Non è banale osservare che disporre di una funzione non significa necessariamente saperne fare uso. Il tentativo di introdurre, quale variabile di una valutazione tecnico-giuridica, la causa formale del processo-uomo attraverso la definizione di “persona” equivale perciò a caricare il riconoscimento del diritto alla vita di un indebito requisito eticizzante. Oltre a essere scorretto formalmente, ciò difetta anche di laicità metodologica. La discontinuità qualitativa fondamentale a monte del processo-uomo è situata all’atto della fecondazione, per cui l’attribuzione dei diritti umani essenziali non può essere progressiva e/o successiva rispetto a quel momento.
Ciononostante, le considerazioni di cui sopra costituirebbero un presidio etico e giuridico invalicabile sia in linea di fatto che in linea di principio se e solo se il concepito e la madre si trovassero in stato di reciproca terzietà, cioè se fossero fisicamente separati. È questo il caso della fecondazione assistita. La specificità dell’aborto, al contrario, risiede proprio nel “conflitto di interessi” tra soggetti cointegrati e sperequati all’origine. Di qui l’incoercibilità fattuale della gravidanza, che si esplicita nel paradosso per cui volerne vietare restrittivamente l’interruzione porta di frequente alla morte di due individui anziché uno e, in generale, mette la pratica dell’aborto in mano a veri e propri “dilettanti allo sbaraglio”. Lasciate da parte le opinioni sommarie, va dunque detto che un diritto intrinseco non è di per sé stesso incondizionato.
Le peculiarità così descritte per l’aborto valgono a prescindere dai motivi che spingono una donna a interrompere una gravidanza indesiderata. Scrivere una legge con spirito liberale, come ho già avuto occasione di spiegare, implica non particolareggiare circostanze generali (e, viceversa, non generalizzare situazioni particolari). Ecco perché l’eccezione che Amnesty concede al solo caso dell’aborto per stupro, sul piano della logica formale, è del tutto arbitraria. Ed ecco perché una legislazione liberale considera legittimo – ma non per forza lecito, attenzione – abortire anche per ragioni clamorosamente futili come la contraccezione postuma.
In tal senso, appare quantomeno bizzarra l’idea – abbracciata da quanti benedicono l’aborto con il crisma del “diritto positivo” – stando alla quale l’interruzione di gravidanza legalizzata favorirebbe la “presa di coscienza” e l’educazione sessuale delle donne. Forse che l’esigenza di diffondere una sensibilizzazione culturale specifica (per quanto peculiare) si contrappone alla censura dei comportamenti illeciti e alla tutela dei diritti individuali? Che ci si dimentichi con sospetta intermittenza del ruolo di prevenzione svolto dai ritrovati anticoncezionali di massa?
Aveva ragione da vendere l’ottimo Zamax, allorché ebbe a scrivere: “L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici”, laddove io mi permetterei solamente di sostituire “liceità” con “legittimazione”.

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Pubblicato il 25/8/2007 alle 10.8 nella rubrica Diario.

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