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Per la serie "chissenefrega"

Mi associo volentieri all’iniziativa di controinformazione lanciata da Phastidio qualche giorno fa, tesa a denunciare la dilagante fatuità mediatica agostana. Non ho nulla contro la voglia estiva di svago e divertimento, per carità, ma rimango molto perplesso ogniqualvolta l’offerta stagionale di un bene (nel nostro caso l’informazione) si omologa compattamente verso il basso. E quest’estate non si è nemmeno dimostrata delle peggiori: se non altro, Omnibus e Ottoemezzo sono stati trasmessi fino a fine Luglio, e La Storia siamo noi sta andando ancora in onda.
Riguardo al tema brevemente toccato da Mario, mi limito a dire che non sarei così severo nei confronti del Palio di Siena. Sarà forse perché considero le antiche manifestazioni folkloristiche un modo semplice ed efficacissimo di rappresentare i caratteri costitutivi e sociologici dei popoli che le tengono, ma trovo che un variopinto tuffo tra farsetti, fusciacche e gualdrappe, se ben radicato in “tradizioni viventi”, non sia mai l’evento più sciocco di cui rendere conto sui media. Se poi si teme che il certame stracittadino dell’Assunta sia l’ennesimo sintomo di arretratezza culturale di un popolo ancora troppo medievaleggiante per dirsi “avanzato”, basterà ricordare che paesi modernissimi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna pullulano di fiere in costume, di rievocazioni storiche e di raduni esoterici. Non parliamo poi delle feste tradizionali in luoghi attaccatissimi al loro passato come la Baviera.
Ad ogni modo, volete la notizia che mi ha fatto esclamare il fatidico “chissenefrega”? Eccovela qua: secondo la tesi di un Pico de Paperis statunitense (quando si dice il “colore locale”!), “a scoprire l’America furono [...] navigatori provenienti dal Giappone preistorico”. In effetti, il sospetto che i tratti somatici dei nativi americani rimandino a origini asiatiche era sorto svariate decadi fa a qualunque lettore di Tex o appassionato di film western. Vuoi vedere che, prima di essere invaso dalle acque, lo stretto di Bering formava un ponte tra Siberia e Alaska e, quindi, offriva un corridoio di migrazione? Ciò significa forse che gli uomini che lo attraversarono a piedi circa undicimila anni fa “scoprirono l’America prima di Colombo”? Cosa non si arriva a dire, pur di negare che l’unico “disvelamento” storicamente rilevante del Nuovo Mondo fu portato a compimento da uno schifoso italiano (e papista, ça va sans dire), per giunta messo a libro paga dagli spagnoli!
Magagne del relativismo storiografico, che punta a leggere il passato come una successione di avvenimenti banali, di accidenti governati da un ridicolo materialismo episodico e strutturalista. Purtroppo per i nordici (a molti dei quali è perfino toccato chiamare “America” la loro nuova casa, sempre in omaggio al solito navigatore italico), si dà il caso che a Erik il Rosso non basti veleggiare con il suo drakar e il suo rude elmo cornuto verso Terranova, per rivendicare di aver scoperto alcunché. Le “scoperte”, specialmente quelle scientifiche e geografiche, per potersi dire tali devono ammettere una ragionevole sistematizzazione del dato che acquisiscono. Devono cioè avere grandi conseguenze per tutti o – meglio – devono avvenire con ben altra consapevolezza a posteriori che non quella di una ciurma vichinga dell’alto Medio Evo o di una tribù di pastori erranti nell’Asia di dieci millenni fa.
A margine, rimarrebbe da analizzare il risvolto mediatico del successo riscosso da simili “rivelazioni”, per certi versi analoghe a quelle ammannite da libri (e film) come Il Codice da Vinci. Forse i mezzi d’informazione cavalcano lo gnosticismo da fast food per cui “la realtà non è mai come sembra o come te l’hanno insegnata”.
La Storia diventa pret-a-porter con la benedizione dell’ANSA: gli storici “togati” non trovano proprio nulla da obiettare in merito?

Pubblicato il 19/8/2007 alle 11.41 nella rubrica Diario.

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