Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Scemenze che vanno distinte

Francesco Caruso chiama, Giancarlo Gentilini risponde? A giudicare dalla veste grafica adottata dalla stampa per dare conto della duplice sparata – occhielli affiancati o incolonnati su tutte le prime pagine di oggi –, sembrerebbe proprio di sì. Il deputato di Rifondazione sostiene che “Tiziano Treu e Marco Biagi sono assassini” perché “certe leggi hanno armato le mani dei padroni, per permettere loro di precarizzare e sfruttare con maggior intensità la forza-lavoro e incrementare in tal modo i loro profitti, a discapito della qualità e della sicurezza”. Il “prosindaco” di Treviso, dal canto suo, auspica un po’ di sana “pulizia etnica contro i culattoni” e taglia corto: “a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni e simili”.
Esternazioni particolarmente idiote e violente, ma sopra le quali si corre il rischio di rinverdire i fasti di un luogo comune infondato e qualunquista. Uguale imbecillità, infatti, non vuol dire uguale pericolosità, nemmeno sul mero piano politico. Se il primo membro dell’equazione si può dare tranquillamente per scontato, sul secondo c’è la possibilità di illustrare almeno un paio di distinguo.
Gentilini, che sin dai tempi della fantomatica “razza Piave” mostra una spiccata prossimità alla semeiotica della demenza psicofisica, spara a salve. Delle sue invettive, per fortuna, non è mai morto nessuno. Si dà invece il caso che il marxismo giuslavorista del Caruso di turno, recepito presso gli effervescenti vivai extraparlamentari dell’odio sindacale verso le figure tacciate di “collateralismo”, abbia già fatto le sue vittime in passato (una è proprio Marco Biagi). E che, seguendo dinamiche analogamente collaudate, possa farne altre in futuro.
Per quanto riguarda l’equiparazione del “potere di ricatto” esercitato dalle “ali oltranziste” dei due schieramenti politici italiani, poi, prima di teorizzare l’abolizione delle categorie di “destra” e “sinistra” occorrerebbe approfondire su quali criticità si appuntino gli ultimatum di cui sopra. Pretendere il rispetto di patti programmatici che prevedevano l’introduzione di (deboli) elementi di federalismo e di misure più rigide (ancorché male indirizzate) nei confronti dell’immigrazione clandestina, al netto della stupidità comiziale nel rivendicarle, è un “ricatto” al quale un’alleanza di centrodestra dovrebbe sottostare abbastanza serenamente. Inventarsi di finanziare la spesa corrente intaccando le riserve aurifere della Banca d’Italia o di mettere in discussione una controriforma della previdenza già dispendiosa sono diktat sempre e comunque nefasti, perché inconsulti.
Senza attardarmi su quale delle due tipologie di “ricatto” dovrebbe allettare maggiormente i liberali, torno a ribadire che destra e sinistra sono discrimini tuttora carichi di significato, perché rispondono a domande senza tempo. La legge è conseguenza della morale o viceversa? L’ordine della Storia emerge dalla storia dell’Ordine o viceversa? La domanda è conseguenza dell’offerta o viceversa? Le tradizioni pongono un argine alle pretese del potere o la legislazione deve indirizzare gli usi e costumi? La filosofia vince sulla gnosi o viceversa?
Non voglio semplificare troppo le sfumature di gradazione delle risposte che ciascuno può dare a queste domande, ma solo evidenziare come determinati interrogativi rappresentino spartiacque validi per ripartire “di qua o di là” tutte le famiglie politiche, compresa quella liberale. Sicché nel contingente i liberali possono eccome essere “di destra” o “di sinistra”. E nello specifico non tutte le prese di posizione estremistiche si equivalgono.
La caduta delle ideologie (in realtà, del solo comunismo) ha solamente fatto sì che la competizione elettorale non dovesse necessariamente disputarsi tra statalismi contrapposti: è quindi inutile invocare trasversalismi decisionisti tanto ambigui quanto insussistenti.

Pubblicato il 10/8/2007 alle 12.16 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web