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Annibale, Asdrubale e i frutti perversi del consequenzialismo

L’etica consequenzialista – lo dice l’attributo stesso – giudica le azioni in base alle loro conseguenze (sovente associandole allo scivoloso concetto di utilità, ma per il momento lasciamo perdere questo possibile corridoio tematico). Al crescere dell’eccezionalità in cui hanno luogo tali azioni, però, l’assenza di un substrato aprioristico su cui fondare un criterio assoluto di giudizio fa tendere l’insussistenza logica del consequenzialismo asintoticamente all’infinito.
Facciamo tre esempi chiarificatori. Il primo: Annibale è dritto in piedi, guarda giù dall’orlo di un precipizio a strapiombo sul mare in burrasca. Lo sciabordio delle onde rimbomba, i marosi furibondi si frantumano in schiuma biancastra e crepitante. Il poveretto soffre e medita di rendere l’anima al mare, ma non sa decidersi: è un volo di sessanta metri. D’un tratto s’appressa silenziosamente alla scogliera Asdrubale, fratello del tapino. Egli è da tempo a conoscenza delle pene di Annibale, ma anche della sua titubanza a comportarsi di conseguenza. Come da travagliati accordi presi in precedenza, Asdrubale è lì per sopperire alla povertà di risolutezza di Annibale. Appoggia entrambe le mani sulle spalle del fratello. Con gli occhi puntati sulla sua nuca stringe la presa, porta a sé il corpo di Annibale, gli sussurra parole di commiato all’orecchio, poi lo fionda nel dirupo.
Il secondo: Annibale e Asdrubale sono a una ventina di metri dalla scogliera, stretti in un convulso abbraccio. Annibale ha raggiunto il limite della sopportazione e vuol buttarsi di sotto. Il fratello lo ha raggiunto e bloccato appena in tempo, ma adesso tra i due scorre l’impeto della lotta. Annibale, brevilineo e macilento, tenta con tutte le sue forze di divincolarsi dal placcaggio dell’aitante Asdrubale, ma non c’è partita. Sennonché l’aspirante suicida sbotta in una straziante supplica: “Lasciami! A cosa ti serve ostacolarmi? Riproverò a farlo finché non mi riuscirà!”. Come un lampo, quell’evidenza folgora Asdrubale nel profondo del cuore. Lascia la presa e rimane per qualche attimo di fronte al fratello; occhi negli occhi, i due si scambiano i ricordi di tutta una vita. Poi l’abisso.
Il terzo: Annibale è romantico e sognatore. Ha studiato da ingegnere e adesso esercita la professione da par suo. Legge Gadda e Dostoevskij, Foscolo e Leopardi. Dall’età di quattordici anni sta sempre con la stessa fidanzata storica. Ella, però, spasima da lungo tempo per Asdrubale (non credo di dover qui ribadire quali siano i rapporti di parentela tra Annibale e Asdrubale). Ricambiata, la fedifraga consuma in più occasioni l’amore galeotto. Non è che Asdrubale abbia la sensibilità o l’intelligenza del fratello, ma la sua fisicità è magnetica e ammaliante. Sembra che il suo corpo torrido parli una lingua misteriosa e sensuale. Ma i due amanti vengono colti sul fatto a una salsicciata estiva. Disperato, Annibale chiede conto del tradimento all’amata: la femmina, ingannatrice e crudele come si conviene alle esponenti del suo genere, rovescia la sua insostenibile leggerezza sul fidanzato, colpevolizzandolo per le sue manchevolezze caratteriali. Annibale si reca alla scogliera e attinge il nero fondale del mare in tempesta.
Come si vede, gli esiti del comportamento di Asdrubale sono sempre gli stessi: Annibale muore. Ma nessuno sano di mente attribuirebbe un’equivalenza etica alle tre situazioni. Tutta questa apologetica pre-ferragostana, in altre parole, mi serve per affermare che la moralità di un’azione è legata a una eziologia di significato – non può cioè prescindere dalle intenzioni con cui l’atto è compiuto. Anzi, il consequenzialismo, classificando le tipologie fattuali esclusivamente a posteriori, implicitamente vieta di esprimere un giudizio sulle traiettorie comportamentali che conducano a uno sbocco comune.
Da qui (forse) ripartirò per argomentare il mio punto di vista sulla necessaria distinzione tra eutanasia attiva e passiva (presumo si sia capito che intendevo arrivare lì), e sul perché io ritenga lo strumento del testamento biologico più compatibile alla seconda fattispecie.

Pubblicato il 9/8/2007 alle 11.1 nella rubrica Diario.

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