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L'Arciprete e il Cavaliere

di Federico Bozzini
Edizioni Lavoro, pp. 246

Co Venezia comandava,
Se disnava e se senava;
Coi Francesi, bona zente,
Se disnava solamente.
Co la casa de Lorena
No se disna e no se sena.
(filastrocca veneta)

Viva Savoja!
Che i n’à portà ‘na fame roja.
(“motto dialogato” veronese)

“Le rivoluzioni [...] non sono generose, ed hanno
non solo molte passioni, ma anche molti appetiti da soddisfare”
(Luigi Messedaglia)

La storiografia filorisorgimentale, redatta con l’impostazione deduttiva consona alla nuda preparazione scolastica, tramanda i grandi avvenimenti che portarono all’unità d’Italia inquadrandone la progressione entro modelli di lettura funzionali alla dimostrazione di tesi ideologiche in gran parte preconcette. Per cui un retroterra interpretativo carico di razionalismo materialista non può che arrivare a descrivere lo sbocco dei tesissimi contrasti avutisi nell’Ottocento italiano – tra Stato e Chiesa, tra Asburgo e Savoia, tra borghesia e proletariato – come il felice coronamento di un’epica lotta contro la barbarie dell’oscurantismo e le retrive mire temporali del papato. Uno scontro sostenuto in nome di un generoso ideale di emancipazione popolare, naturalmente.
Federico Bozzini (1943-1999), storico non accademico veronese, con questo suo piccolo capolavoro del 1985 volle sovvertire il paradigma deterministico di cui sopra. Riportando le vicende nazionali susseguitesi attorno al ventennio 1849-1869 alla loro dimensione quotidiana e provinciale, egli riesce infatti ad adottare un canone metodologico induttivo, con cui procedere dal particolare al generale. Grazie ad esso, il commentario d’autore alle cronache dell’epoca assume i contorni del racconto romanzesco, ovvero confonde ulteriormente il già incerto discrimine tra storiografo e commediografo. Si tratta di un approccio apertamente debitore della lezione impartita da Georges Duby, secondo il quale “ogni discorso storico è fondato su una struttura narrativa, su un racconto, su un intreccio, e [...] anche quando si tratta di descrivere l'evoluzione dei prezzi durante il XIX secolo, o la natura delle pratiche religiose a un certo momento della storia, i prezzi o la devozione agiscono come personaggi in un racconto romanzesco” e si può “scorgere soltanto una piccola parte del passato e [...] forse è illusorio credere di poter pervenire alla verità, ai genuini atteggiamenti degli uomini di altri tempi, salvo che per quel che riguarda qualche gesto”.
Il libro ci porta dunque a Cerea, paesotto della bassa veronese equidistante da Mantova e dal capoluogo di provincia, negli anni cruciali delle guerre “d’indipendenza”, dell’annessione del Veneto all’italietta sabauda e del dissidio tra il bellicoso Piemonte e il millenario stato pontificio. Il destro per la rigorosa disamina di quel periodo storico è offerto dall’accesa ridda di spassosi dispetti e scortesie istituzionali intercorsa tra due sanguigni personaggi realmente vissuti nel borgo: il sindaco mangiapreti e campione della destra liberale, cavalier Giuseppe Morgante (1817-1904), e il parroco austriacante e reazionario, don Luigi Bennassuti (1811-1882). La vicinanza fisica delle rispettive residenze, ancora oggi individuabili nella canonica parrocchiale per l’arciprete e nell’omonima villa (dove attualmente esercitano un bar, un’argenteria e, sul retro, un’agenzia di assicurazioni) per il cavaliere, non fa che accentuare la valenza sineddotica della contrapposizione tra i due massicci protagonisti. Peraltro non è difficile rinvenire in tale costante tematica, che trasporta una controversia tra strutture storiche nella quotidianità interpersonale, la tecnica narrativa che ha reso celeberrima l’opera di Giovannino Guareschi.
Si va quindi dalle apocalittiche omelie del parroco, che interpretava le frequenti epidemie di colera come castighi divini per punire l’empietà dei bottegai aperti la Domenica, alla laicizzazione della beneficenza operata dal sindaco, con cui il prevosto si vide sottratta la facoltà di certificare a spese dell’autorità comunale la miseria dei villici suoi fedeli. Quisquilie strapaesane come l’ingiunzione di pulizia e definitiva chiusura della latrina parrocchiale, ingombra “d’immondizie tramandanti odori fecali ed esalazioni mefitiche” verso lo splendido parco del sindaco, vanno di pari passo con l’inaudita gravità delle faide postunitarie, culminate nella fuga dell’arciprete a Verona e nelle angherie della Guardia Nazionale asservita al Morgante contro i papalini di più provata fede. Il rientro in pianta stabile del Bennassuti venne ostacolato addirittura disseminando la canonica di cariche esplosive.
Storie di paese che confluiscono nel grande fiume della Storia. Accanto agli screzi che movimentavano la piazza ceretana, si andavano delineando enormi mutamenti socio-ambientali, comuni a moltissimi contesti del nord Italia di allora. La bonifica delle aree paludose fu un fenomeno che coinvolse numerose zone del Lombardo-Veneto. A maggior ragione riguardò Cerea e le sterminate selve acquitrinose che, fino appunto a metà Ottocento, si distendevano tra il basso veronese e l’alto Polesine (e le cui vestigia si possono ancora ammirare percorrendo le rive del fiume Menago). I liberi cacciatori, che abitavano quei luoghi da tempi immemori e regolavano i loro ritmi di vita in base a un antichissimo diritto consuetudinario, si trasformarono di colpo in miserabili braccianti agricoli. Le loro tavole, prima imbandite con abbondanza di nutriente selvaggina, divennero esposizioni permanenti di polenta pellagrosa.
Come se non bastasse, malgrado durante la III Guerra d'Indipendenza avessero fieramente servito nelle forze armate austriache vincendo contro l’invasore italiano in tutte le battaglie utili (compreso il leggendario annientamento della flotta regia a Lissa, dove uomini di ferro su navi di legno sconfissero teste di legno su navi di ferro), i veneti vedevano i piemontesi occupare le loro terre in virtù dell’alleanza sabauda con il vincitore prussiano. Il passaggio dell’esercito italiano per quelle contrade si atteggiò a ignobile parata, nel sollucchero delle élite liberali altolocate, finalmente esplicitato in libertà. “Il primo impatto dei patrioti di Cerea con i loro «fratelli» italiani è sconsolante. Questi ufficiali imbelli e cialtroni, che si portano sulle spalle la vergogna senza scuse di una guerra perduta, si dimostrano bellicosi e petulanti nell’esigere la loro privata stanzetta personale” dalla gente del posto. Il ricorso alla democrazia plebiscitaria è l’unica legittimazione che resta a chi è stato sconfitto militarmente. Vale la pena di riportare per intero la descrizione che Bozzini fa delle circostanze in sui si svolsero le consultazioni referendarie per l’annessione del Veneto al Regno d’Italia: “Il contadino illetterato esce di chiesa, viene spinto a votare dalla folla patriottica, prende il suo biglietto, deve scrivere o farsi scrivere il sì o il no, e poi tra due ali di folla, sotto gli occhi dell’autorità comunale, delle persone «intelligenti e patriottiche», della «possidenza», magari dello stesso padrone sotto il quale deve lavorare il giorno dopo, può «liberamente» scegliere verso quale delle due urne dirigersi. Non è finita. Dopo aver deposto il suo voto, l’elettore deve recarsi dal segretario del seggio che tiene un registro dove scrive i nomi dei «votanti mano a mano che si presentano». I protocolli sono due, «uno pei votanti che presentano il viglietto del, l’altro pei votanti che presentano il viglietto del No, per modo che il numero complessivo dei viglietti [che], finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all’ultimo numero progressivo del protocollo. Nel protocollo pei viglietti del No si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini». La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale”.
Assieme al “tirannico” dominio asburgico, lascia il Veneto anche la consolidata trasparenza con cui gli austriaci gestivano la cosa pubblica. Il boom delle spese di polizia, dovuto alle “migliaia di mandati di cattura che i Carabinieri devono eseguire a causa della Guardia Nazionale”, fa il paio con il subitaneo dilagare della malversazione nei pubblici uffici. “Tutti indistintamente gli Stati che nell’avventura «risorgimentale» erano stati conquistati avevano accollato al nuovo padrone i loro vecchi debiti. C’è un unico territorio che, quando viene annesso, ha il suo bravo bilancio in attivo: il Veneto. «Iddio che ama, com’ella sa, gli spensierati, – scrive lo studioso che stiamo citando [Ruggiero Bonghi, NdIs] – ci dava la Venezia; il cui bilancio, presentando un’entrata di circa 79 milioni di lire ed un’uscita di circa 54 per la sua interna amministrazione e il proprio debito, ci dava un avanzo di 25 milioni, che scemavano d’altrettanto il peso della spesa comune a tutta Italia»”. Come si conviene a ogni avventura imperialistica che si rispetti, tutti gli alti gradi delle forze armate, della burocrazia e dell’istruzione presenti in territorio conquistato divennero preda dei voraci appetiti coloniali del gruppo politico invasore, cioè dei piemontesi. Sicché la Venezia Euganea entrò a far parte di un pubblico erario che, nel solo anno fiscale 1866, subiva per infedeltà e maneggi vari un danno di 1.318.708,59 Lire.
Immiserito, vessato e tartassato, ben si capisce come mai il Serenissimo idillio libertario dei tempi andati si sia potuto trasformare in una roccaforte clericonservatrice. Con i savoiardi al potere, la Chiesa rappresentò per molti decenni l’unico riparo socio-solidale per un popolo sconfitto e ridotto alla fame. I primi a porsi il problema della questione sociale, nelle forma che oggi viene definita “responsabilità sociale d’impresa”, furono i liberali della cosiddetta Sinistra Storica. Tra le loro fila militò il mio trisavolo Nereo Grigolli, citato da Bozzini nelle ultime pagine del libro per un motivo curioso: giovane di belle speranze, egli fu amico e assiduo frequentatore proprio dell’ormai crepuscolare parroco Bennassuti, libero di accedere alla biblioteca e all’archivio del dottissimo arciprete. Nella bizzarra miscela ideologica scaturita dall’incontro di due personalità tanto dissimili, il modello veneto – per quanto in nuce – prendeva forma con tutti i suoi rischi economici (per aver voluto “umanizzare” la gestione della sua azienda agricola, il Grigolli finì in bancarotta) e la sua atavica liquidazione identitaria (al primo refolo di benessere, le specificità venete furono quasi tutte rimosse alla stregua di retaggi contadineschi e perciò vergognosi).
L’escursione di Bozzini nei “destini incrociati” dell’Ottocento veronese e ceretano, soprattutto, mette la permanenza dei toponimi e dei cognomi in grado di richiamare corsi e ricorsi storici – quanto si somigliano, l’agitato passaggio di consegne tra cattolici e liberali nel 1866 e quello tra Ulivo e Cdl capitato appena due mesi fa! – nonché la memoria di antichi padri e, talora, i volti di vecchi amici.

Pubblicato il 2/8/2007 alle 16.37 nella rubrica Libri.

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