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Harry Potter e l'Ordine della Fenice

A quanto è dato dedurre da una frequentazione esclusivamente cinematografica della saga, l’enorme successo di Harry Potter va attribuito alla bravura di J.K. Rowling nel calare l’introspezione formativa dei suoi fantacollegiali rampanti in vicende autoconclusive a forti tinte gialle, armonizzando la (premeditata, dunque rigida) suddivisione dell’eptalogia in anni scolastici tramite la progressiva stesura di fili conduttori generazionali (i rapporti dei giovani protagonisti con le rispettive famiglie e/o fazioni), estetici (un brodo d’empatia decisamente gnosticheggiante) ed epici (la lotta contro Voldemort) che attraversano tutta la serie.
Da preponderante che era nei primi tre episodi, la componente mystery ha però scontato un’evidente rarefazione nel quarto, per poi letteralmente volatilizzarsi – assieme alla fanciullezza dei personaggi principali – nel quinto. A ulteriore detrimento dello specifico filmico e – ho il sospetto – letterario conservato dall’impianto narrativo generale di un’opera ormai ampiamente proiettata oltre il medio termine: ne rimane un apparato testuale privo di interposizione diegetica tra psicologia adolescenziale e ampio respiro politico. Cioè un contenitore vuoto di sostanza.
Checché ne dica tanta (troppa) critica mainstream, e come ripeterò fino allo sfinimento, nelle arti figurative il mezzo non è il messaggio. Per quanto la “morale” veicolata nel quinto capitolo di HP si rifaccia a valori assolutamente lodevoli – il rifiuto dell’omologante (e paralizzante) programmazione scolastica ministeriale, la critica della proliferazione legalistica, il bisogno di legami affettivo/educativi per riuscire a combattere il male dentro di noi – e funzionali all’apertura della cornice ambientale potteriana al mondo “fuori da Hogwarts”, nessun cambio di prospettiva sulle vicissitudini raccontate può giustificare la pressoché totale assenza di nucleo drammaturgico che pesa su L’Ordine della Fenice.
La crisi d’identità in cui versano le nuove avventure cinematografiche del britishmago è dovuta a una trasformazione narrativa che, a lume di naso, sembra avere in serbo spettacolari sviluppi (guerreschi?) per il gran finale dell’epopea. Ed è pacifico trasmettere tali mutamenti passando per reiterate panoramiche su sottotrame in predicato di convergere, di modo che purtroppo l’effetto-transizione ricada sull’adattamento filmico del libro attraverso la clausola di approvazione rowlinghiana alla sceneggiatura. Vincolo piuttosto contraddittorio, da parte di una scrittrice che inneggia all’antiautoritarismo, all’apertura mentale e all’indipendenza creativa; addirittura deleterio, se subito da registi facili ad appiattirvisi.
David Yates, similmente al suo predecessore Mike Newell, staziona a metà strada tra lo yesman Chris Columbus (autore dei primi due, bruttissimi film della serie) e il visionario Alfonso Cuaron (direttore dell’affascinante, ancorché malscritto, Prigioniero di Azkaban). Per cui, se appare semplicemente risibile illudersi di comunicare per immagini la “sprovincializzazione” del mondo potteriano con qualche ripresa aerea di Londra a volo di scopa, sono invece molto ben visualizzate da repentine distorsioni percettive le intrusioni mentali e le conseguenti lezioni di “occlumanzia” protettiva. Una cinepresa incline a qualche manierismo di troppo conosce sia momenti di solare banalità (il montaggio alternato tra le misure draconiane adottate dalla prof Umbridge e le lezioni clandestine autogestite da Harry e compagni) che simpatici controcampi (la suddetta professoressa si presenta nel refettorio e invoca “risa e applausi”, ma nelle tavolate non si muove una foglia; nel bosco Luna Lovegood dà a una bestia un pezzo di carne da mangiare a bocconate e poi la scena passa a Ron, che si ciba più o meno allo stesso modo). La morte di Sirius, staccando in ralenti sulla disperata reazione di Harry, cita apertamente la jacksoniana caduta di Gandalf ne La Compagnia dell’Anello. Notevoli i take di frangenti segnati da crolli rovinosi, come la frana dei decreti affissi al muro o la pioggia di ampolle nella stanza dei misteri: che il regista, caricando d’enfasi il tema visivo dell’implosione, abbia voluto mettere simbolicamente in guardia la sua datrice di lavoro sui rischi dell’allungo interlocutorio nello scrivere i libri e degli eccessi di “dirigismo” nel supervisionare le trasposizioni?
La sceneggiatura è costretta a saltare di palo in frasca; talora lasciando irrisolti alcuni discorsi (come il necessario chiarimento tra Harry e Cho, forse rimandato ai prossimi episodi), talaltra del tutto inutilmente (la parte riservata al “fratellastro” di Hagrid si poteva tranquillamente sforbiciare). Tra il cast spiccano Alan Rickman (Piton) e l’eccelso comprimario Gary Oldman (Sirius), al quale basta fare l’occhiolino per rubare la scena ai protagonisti; meno incisiva la recitazione “teatrale” di Imelda Staunton (Dolores Umbridge), che smorza la sensazione di presa diretta. I ragazzi, peraltro serviti da un copione abbastanza legnoso, sembrano sempre meno convinti di quello che fanno. Soprattutto Rupert Grint (Ron) è davvero sottotono.
Gli effetti visivi brillano nelle scenografie ma, come al solito, lasciano molto a desiderare quanto a creature digitali. La colonna sonora è estremamente raffinata ma manca di mordente, orfana com’è del grande John Williams. Il quale, a dispetto dell’ostracismo riservatogli dai musicologi di vaglia, conosce a menadito i due requisiti aurei della musica da film: semplicità ed efficacia (il cinema non è l’opera wagneriana).
In definitiva, un film di buon livello tecnico ma minato da inemendabili malformazioni congenite.

Il mio commento a Harry Potter e il Calice di Fuoco.

Alcuni interessanti spunti di riflessione libertari sulla poetica potteriana, chez Fausto Carioti e Leonardo Facco.

La parola agli esperti: “ogni ingrediente è al suo posto [...] la sceneggiatura di Michael Goldenberg rasenta la perfezione” [Miss Prissy]; “l'Ordine della Fenice, il dispotismo della Umbridge, l'Esercito di Silente, le paure di Harry restano tasselli di un puzzle a sé stanti, che non riescono ad unirsi, spesso solo descritti dal di fuori e non approfonditi” [Eco]; “nelle scene d'azione ci sono gli inciampi più evidenti, causati principalmente dall'incapacità di Yates a creare scene clou, climax forti” [Pungolo]; “Nell’anno delle metà oscure di storici personaggi, quella di Harry Potter funziona che è una malvagia meraviglia” [Alessio Guzzano]; “il delicato equilibrio fra il lato infantile e quello adulto, abilmente mantenuto negli episodi firmati da Chris Columbus, Alfonso Cuaron e Mike Newell, va a farsi benedire. Va bene passare all’età adulta. Ma di questo passo il povero Harry Potter rischia di finire in un talk show” [Fabio Ferzetti]

Addendum (28-07-2007) - Due belle recensioni di Harry Potter and the Deathly Hallows, a firma di Massimo Introvigne. Qui e qui.

Pubblicato il 18/7/2007 alle 9.47 nella rubrica Film e DVD.

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