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Liberalizzazioni: cosa resta da fare?/2

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Seguiva quindi il dibattito sul tema “cosa resta da fare?”, moderato da Gianfranco Fabi de Il Sole 24 Ore. Per gli interlocutori politici, il classico problema è stabilire se il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno. Secondo il diessino Franco Bassanini, per paradossale che possa sembrare stando alle contrapposte retoriche di parte, ha liberalizzato più il centrosinistra del centrodestra. Forse l’illustre esponente di Astrid dimentica la Legge Biagi e la riforma della Banca d’Italia, varate nel corso della passata legislatura, oltre che la pertinace contrarietà del suo partito a ogni ipotesi di intervento “aperturista” sulle fondazioni bancarie, ma non formalizziamoci. Anche perché, sul piano strettamente culturale, è molto più interessante evidenziare un appunto rivolto dall’ex ministro della Funzione Pubblica agli estensori dell’indice. Per Bassanini alligna un approccio sottilmente ideologico nel contemplare alla voce “liberalizzazioni” solo la libertà degli operatori di mercato: se incombe un monopolista, occorre infatti tener presente la necessità di adottare “misure temporanee pro-competitive”. In appena due battute, si è potuto toccare con mano il profondo divario che separa il mercato “di sinistra” da quello “di destra”. A Bassanini non passava neppure per l’anticamera del cervello di specificare se il “monopolista” a cui si riferiva fosse pubblico o privato, cioè se la sua posizione dominante derivasse da un’indebita ingerenza dello stato nei commerci umani oppure fosse lo sbocco “naturale” per certi segmenti di mercato (come quello dei computer). Il discorso si è chiuso poi con qualche lamentazione di prammatica riguardo le “larghe intese” elettorali, che impediscono agli esecutivi di seguire iter di governo ben definiti.
È toccato poi a Roberto Formigoni proseguire la discussione. Grazie ai “miglioristi” come Bersani e Bassanini – ha detto il presidente della Lombardia – le logiche di mercato hanno fatto breccia anche a sinistra. Ma con poco coraggio e molto a senso unico, ovvero colpendo di proposito solamente gli interessi del blocco sociale avverso. Strano come al governatore sfugga che, nei sistemi bipolari, gli assetti socio-economici si modificano un passo alla volta proprio secondo lo schema dei “turni di castigo”. Quando la dissertazione ha imboccato la temibile china delle “convergenze tra riformatori”, inoltre, si è avuta la netta impressione che tutto il ragionamento puntasse dritto verso le solite prospettive terzopoliste accarezzate da volenterosi sempre più impazienti. Invece Formigoni ha recuperato bene invocando la liberalizzazione della scuola e dell’educazione, la meritocrazia come opportunità per i meno abbienti, la sussidiarietà e l’antistatalismo come portato di un nuovo umanesimo politico, il federalismo fiscale come veicolo di trasparenza e oculatezza nel governo della cosa pubblica.
Roberto Mazzotta ha preso la parola stigmatizzando la dilagante ipocrisia di chi è liberale solo nel giardino degli altri. Ma soprattutto facendo notare che i liberalizzatori “di riva sinistra” come Bersani sono degli inguaribili regolatori che, seppure con benevolenza, guardano agli spiriti animali della concorrenza e della competizione come a belve da ingabbiare. C’è più “zoo” che “savana”, in altre parole, negli scenari immaginati dal socialismo di mercato. Scenari tutto sommato condivisi dall’opinione pubblica italiana, che è assai meno liberista di quanto si possa pensare. Quando poi il più promettente uomo politico europeo di oggi – ha concluso il presidente del Cda della Popolare di Milano – difende la tutela politica delle autorità bancarie continentali, è come una campana a morto che rimbomba.
Francesco Giordano ha invece ricordato che nel settore bancario non ha senso parlare di “liberalizzazione” tout court, poiché un quadro regolatorio del comparto è imprescindibile, ma è necessario sottoporre la regolamentazione specifica a un continuo monitoraggio critico. Considerazioni valide per qualunque ambito economico, a dire il vero: nessun mercato può fare a meno della rule of law, quale che sia la sorgente giuridica – consuetudinaria o positiva – di quest’ultima. Incalzato da Bassanini, il responsabile pianificazione, strategie e studi di UniCredit ha infine convenuto che l’attuale governo si stia impegnando più del precedente nell’obiettivo di rafforzare le autorità indipendenti, fondamentale per addivenire al “monitoraggio continuo” di cui sopra.
Tornando sul tratto intrinsecamente contraddittorio delle “bersanizzazioni”, che aprono i mercati regolamentando severamente poche formule contrattuali insindacabili, Alberto Marras (Fondiaria Sai) ha portato la discussione sul terreno del mercato assicurativo. Essenzialmente rimarcando che ogni iniziativa di apertura richiede assunzione di responsabilità e consapevolezza da parte di una clientela spesso intellettualmente e culturalmente pigra. Occorre pertanto che gli operatori contribuiscano attivamente alla formazione culturale dell’utenza, senza la quale diventa impossibile giudicare correttamente il numeratore del rapporto qualità/prezzo.
Leonardo Bellodi (Eni) si è difeso dall’accusa di scarsa liberalizzazione del mercato del gas spiegando che le ricette su cui si attarda la comunità internazionale, risalenti al 1996, sono ormai divenute inattuali. In quel periodo il petrolio – alla cui quotazione il gas naturale è agganciato – stava a 10$ al barile, perciò liberalizzare sul lato della domanda avrebbe incrementato la “forza contrattuale” dei paesi consumatori. Oggi, con la materia prima alle stelle e la progressiva statalizzazione dell’offerta, per raggiungere i tre scopi “aurei” della distribuzione (abbondanza, sicurezza, convenienza) occorre coordinare strategie di politica estera e industriale. Avrebbe insomma ragione Tremonti quando dice che, mentre noi europei facciamo il mercato comune, fuori allestiscono oligarchie comuni: io preferisco pensare che agli arroccamenti dirigisti del caudillo di turno si possa e si debba rispondere con la diversificazione dell’approvvigionamento e delle fonti energetiche, non con reazioni verticistiche di segno uguale e contrario. Stranamente non sono state approfondite le ragioni della riluttanza di Eni a scorporarsi da Snam, a mio avviso giustificate dalla poco allettante prospettiva di veder finire la rete gas in pasto al fondo prodiano denominato F2I.
Prima dei saluti di rito, Daniele Garofalo (Enel) ha fatto in tempo a osservare che l’ampia liberalizzazione del nostro mercato elettrico nazionale – largamente attestata dall’indice 2007 – è stata in parte vanificata dai costi delle materie prime e che, da solo, un mercato aperto non offre alcuna garanzia di fronte alle sfide globali (come la crisi climatica) e tecnologiche (in contesti liberalizzati nessuno fa le centrali nucleari).
L’ultimissima parola è stata nuovamente di Roberto Mazzotta, che ha ripreso il tema della diversità italiana in chiave di politica economica: le “due Italie” avanzano istanze diametralmente opposte anche in merito alle liberalizzazioni, e sarebbe insensato dare a entrambe le stesse risposte. Analisi dialetticamente brillante ma politicamente inservibile, temo.

(2.Fine)

Pubblicato il 17/7/2007 alle 10.7 nella rubrica Diario.

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