Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

Liberalizzazioni: cosa resta da fare?/1

Nel tardo pomeriggio di Giovedì, l’Istituto Bruno Leoni ha presentato ufficialmente il suo Indice delle liberalizzazioni 2007, il primo tentativo di misurare il grado di apertura dei mercati italiani e di divulgare gli esiti del rilevamento al grande pubblico. Il convegno si è svolto in forma di tavola rotonda, grossomodo tra le 18.00 e le 20.00, nella maestosa cornice architettonica offerta dai saloni di Palazzo Clerici (Milano).
Lo spirito rigorosamente non-partisan dell’iniziativa trova pronta conferma nella variegata estrazione politica e professionale dei relatori intervenuti. Quale rappresentante del maggior patrocinatore dell’evento (Google Italia) ha aperto i lavori Andrea Salvati, che non poteva esimersi dal convogliare i lineamenti generali dell’argomento dibattuto su qualche spunto di riflessione a carattere (anche) promozionale. Nel suo discorso ha avuto ampio risalto il tema della democratizzazione della domanda attraverso la digitalizzazione del sapere. In altre parole, Salvati ha voluto sottolineare come tramite internet e i motori di ricerca il consumatore possa “autoprofilare” le sue necessità in misura sempre maggiore. Il lancio dei prodotti – di qualunque genere: finanziari, telematici, multimediali – avviene perciò in modalità betatesting, vale a dire in un’ottica di avvicinamento progressivo tra proposta dell’offerente ed esigenze dell’acquirente. L’utilizzo delle parole-chiave provvede ad agevolare il marketing mirato, quindi contribuisce di fatto a liberalizzare i mercati globali. Interessanti le due code provocatorie all’intervento. Una, lanciata all’IBL parafrasando l’intuizione di Thomas Friedman relativa all’«indice McDonald’s» (che individua un rapporto di proporzionalità inversa tra il tasso di conflittualità globale e l’espansione planetaria della nota multinazionale), è l’idea di mettere a punto un «indice Google» sulla stessa falsariga. L’altra, rivolta invece al mondo delle pubbliche amministrazioni, rimprovera alla politica una scarsa attenzione nei confronti dei nuovi media: mediante opportune convenzioni con i motori di ricerca, alcuni flop comunicativi (Tfr docet) si sarebbero potuti evitare.
Dopo questa prolusione “preparatoria”, la parola è passata all’instancabile Carlo Stagnaro, che ha illustrato la filosofia e la metodologia seguite nell’elaborazione dell’indice. Innanzitutto, misurare il grado di liberalizzazione equivale a quantificare il tratto che rimane da percorrere sulla strada di una completa apertura dei mercati italiani. Adottare l’approccio analitico delle scuole di Chicago e di Vienna nel definire il concetto di “mercato liberalizzato”, poi, consente di utilizzare coordinate di valutazione agili e intuitive: il livello di interposizione legale all’accesso; l’interventismo della mano pubblica; la distinzione tra liberalizzazione e consumerismo; l’attenzione più per la cornice regolatoria che per i risultati finali dei processi di mercato (nessuna fobia per le famigerate “posizioni dominanti”, in pratica). Grandezze che permettono di comparare lo scenario italiano a dei benchmark, ossia competitori di riferimento, selezionati tra le nazioni più “mercatiste” dell’area europea. Fatta 100 la libertà economica di questi elevati termini di paragone in otto settori-pilota (elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporto ferroviario, trasporto aereo, poste, professioni intellettuali e mercato del lavoro) ed espressa la situazione italiana disaggregata tramite altrettante percentuali qualitative, la media non pesata di tali valori fornisce il risultato cercato. Ne esce un paese libero al 52%, cioè a metà. Promossi solo elettricità (72%) e trasporto aereo (66%), per motivi opposti: buona volontà – spesso ricompensata con il dirigismo strategico dei partner limitrofi – nel primo caso, paletti comunitari nel secondo. Cinque settori stazionano tra il 40 e il 60%, mentre la maglia nera spetta alle poste (38%). Tirando le somme, le riforme si sono iniziate ma attraversano una fase di stallo; il che significa aver pagato i costi del parziale rinnovamento apportato nell’ultimo quindicennio senza averne potuto godere i benefici.

Vai alla seconda parte
 

(1.Continua)

Pubblicato il 16/7/2007 alle 9.35 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web