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Gianfranco, Daniela e il moralismo farisaico

Gianfranco Fini e sua moglie Daniela si separano. Cotanto naufragio matrimoniale al vertice della destra postmissina sta provocando una ridda di compiaciute esternazioni presso i media di area “laica”. Corrivi riflessi sessantottini si sommano alla strumentalità politica, nello stigmatizzare il capolavoro di ipocrisia che – a detta dei gongolanti fautori della destrutturazione familiare – accompagna un fallimento emblematico della scarsa tenuta dei valori tradizionali alla dura prova della modernità. Vizi privati e pubbliche virtù; parlano bene e razzolano male; cristiani di nome, peccatori di fatto: è fin troppo facile sintetizzare i giudizi che fioccano sulla vicenda.
Tali prese di posizione, però, si limitano a lasciar trasparire l’inaridimento morale che colpisce sempre più vasti settori della società italiana ed europea, culturalmente collocati soprattutto alla sinistra dell’agone politico. Innanzitutto perché è sempre disdicevole godere delle altrui disgrazie, magari per avervi trovato conferma dei propri modelli di lettura degli “inesorabili destini della storia”. E poi in ragione del decadente percorso di senso che l’induttivismo antinuziale di cui sopra contribuisce a delineare.
Da un lato sotto il profilo logico, in quanto chiunque può benissimo sposare una causa a prescindere dal suo vissuto personale: credere nel valore della solidità matrimoniale pur avendo divorziato; sostenere l’antiproibizionismo pur non avendo mai toccato nemmeno un Mon Cheri; difendere la depenalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza pur deprecandola. A meno, naturalmente, di non voler avallare l’adagio illiberale secondo cui “il privato è politico”, oppure di non voler sostenere che la veridicità di una proposizione – sia essa di segno restrittivo o meno – dipende dalla biografia di chi la pronuncia. Al contrario, se un ladro afferma che rubare è sbagliato, la logica formale impone di dargli ragione.
Dall’altro, come detto, sotto il profilo morale. Tramite la moralità, l’uomo si costruisce un codice comportamentale in grado di razionalizzare l’insieme di difficoltà oggettive cui la natura – della quale i rapporti interpersonali sono parte integrante – lo sottopone stabilmente. L’idea di poter raggiungere lo stadio finale di questo processo, d’altra parte, rappresenta una degenerazione totalitaria della moralità. Essa è ottimamente esemplificata dal fariseismo, cioè dalla volontà di redimere il mondo attraverso un sistema di leggi “definitivo” nel sostituirsi alla tensione morale (e, di conseguenza, nel negarne la necessità). La moderna retorica del disimpegno esistenziale a tutto campo esibisce spesso i tratti di una deriva farisaica, poiché postula tra le altre cose l’inutilità di assumere impegni vincolanti in ambito sentimentale e, con essa, promuove l’esaurirsi dell’etica nel pedissequo rispetto della norma positiva. Stabilita dunque la (ridotta) misura del giusto in “ciò che è permesso fare”, ogni fallito tentativo di oltrepassarla si rivolge a punti d’approdo automaticamente sbagliati. O, bene che vada, inattuali.
Eppure la libera adesione a verità trascendenti consente di mettere in predicato il vietarsi ciò che la legge permette e l’eventualità di inciampare su ciò che si ritiene moralmente sbagliato per tutti. “Parlare bene e razzolare male”, allora, diventa un rischio concreto per tutti coloro che non si rassegnano ad abdicare alla propria autonomia morale, ossia al proprio libero arbitrio.
Forse solo chi non agisce mai razzola sempre bene.

Pubblicato il 21/6/2007 alle 9.27 nella rubrica Diario.

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