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Gods of Metal 2007: qualche parola in libertà

Il Gods of Metal 2007 è stato calendarizzato per il 2, il 3 e il 30 Giugno. Con l’università ormai alle spalle, per la prima volta dalla Maturità a questa parte non devo più trascorrere il sesto mese dell’anno in quarantena pre-esame. Quindi Domenica scorsa ho potuto partecipare in tutta tranquillità psicologica all’annuale fiera del metallo pesante, ormai stabilmente dislocata presso l’Idroscalo di Milano.
Le abbondanti piogge cadute sulla Brianza nei giorni precedenti hanno trasformato l’area concerti – tranne gli spiazzi asfaltati situati nelle “retrovie” – in una distesa di fango acquitrinoso, con sporchevoli conseguenze sul vestiario degli incauti indossatori di pantaloni lunghi e delle graziose ragazze in completo dark. Bastavano un po’ di attenzione e un bel paio di bermuda, comunque, per uscire pressoché intonsi dalla giornata.
Per quanto riguarda le altre note “ambientali”, ho osservato stand gastronomici qualitativamente passabili ma economicamente esorbitanti (costava tutto dai 4 € in su, eccezion fatta per l’acqua in bottiglietta) e un pubblico molto composto. Dopo le accese polemiche infuriate in passato circa la condotta metallara sul piano collettivo (di cui la sassaiola contro i Methods of Mayhem nel 2000 fornì un esempio eclatante) e individuale (con le donzelle gettate senza alcun ritegno nella mischia pogante, a mo’ di ordalia, fino a uscirne lacere e contuse: poi non stupiamoci se il gentil sesso preferisce riparare tra le braccia di qualche truzzo discotecaro...), l’ho trovato un bel segnale di miglioramento. Probabilmente a selezionare la platea sul lato dell'offerta – anche numericamente: a occhio e croce saremo stati diecimila – ha contribuito non poco il salatissimo prezzo del biglietto, 55 € più 8 di prevendita per una sola giornata.
Ecco le mie valutazioni gruppo per gruppo:

Sinestesia: non pervenuti, ahimè. Mi sarebbe piaciuto molto ascoltare dal vivo la performance del quintetto toscano, ma l’inizio della loro esibizione – previsto per le 10.30 – ha anticipato il mio arrivo sul posto. Per riuscire a godermeli, avrei dovuto svegliarmi alle 6.30: troppo presto, per una band che nemmeno conosco.

DGM: come molti altri gruppi della scena Power-Progressive italiana baciati dal successo, anche questi quattro ragazzi di Roma sanno unire un’ottima preparazione tecnica, una buona creatività musicale e una discreta presenza scenica. Eppure anch’essi scontano in pieno l’annoso difetto di gran parte del Metal italico, ossia la mancanza di un’identità nazional-stilistica sufficientemente definita. Un problema che il quartetto capitolino condivide con mostri sacri del calibro degli Extrema o con altri emergenti quali i Browbeat, tanto per fuoriuscire dal ristretto ambito del sottogenere in questione. E che non pregiudica minimamente il mio positivo giudizio sulla “bravura” dei DGM, intendiamoci bene.
Ma se mi avessero detto che, anziché italiana, la band era svedese o tedesca, non avrei avuto alcuna difficoltà a fidarmi sulla parola.

Anathema: portabandiera della variante “triste” e psichedelica del Gothic, gli Anathema hanno coraggiosamente sfidato i gusti del pubblico convenuto, seguace più di un robusto Prog-Power che di un ricercato Rock d’autore. E hanno fallito, anche e soprattutto per colpa di un fonico da denunciare ad Amnesty International: l’amplificazione della sezione melodica ha risentito durante tutta l’esibizione di un antipatico effetto-sordina.

Symphony X: i meglio mixati della giornata. I cinque del New Jersey suonano un classicissimo Power Metal, e al Gods hanno beneficiato di una riproduzione in grado di coniugare elevata pulizia e alto volume. Una botta micidiale, tanto da provocare tra il pubblico svariati casi di intorpidimento delle cavità auricolari, che sta ai concerti heavy metal come il rilassamento post-orgasmico sta al sesso. Bravi.

Dark Tranquillity: riescono dove gli Anathema avevano fallito poco prima, cioè a spezzare con successo la continuità “di genere” che segnava la giornata. Bella forza: indiscussi maestri del Death Metal, gli scandinavi si producono in un’esecuzione quasi indistinguibile da un lavoro di studio. Mikeal Stanne, singer dalle corde vocali d’acciaio, non accusa mai la benché minima defaillance. Le capigliature dei chitarristi mulinano come le pale di un elicottero; quando attaccano con Final Resistance la folla va in visibilio. Peccato che non abbiano eseguito la grandiosa Feast of Burden, ma è del tutto comprensibile che la scaletta abbia privilegiato i brani tratti dall’ultimo album Fiction.

Dimmu Borgir: loro ci provano, a emulare i Cradle of Filth, ma non ci riescono proprio. Onore delle armi: va pur detto che, nel Black Metal, riuscire a essere contemporaneamente credibili e originali è impresa ardua. Ne approfitto allora per una birra e un panino allo stand apposito. La prima è annacquata; il secondo è con salsiccia, peperoni e zucchine: buono, ma il pane freddo gli fa perdere punti. Avrebbero potuto dare una scaldata sulla piastra anche a quello, considerato l’esborso complessivo (otto euri!).

Blind Guardian: consci di stare attraversando un inesorabile declino artistico dopo l’abbandono del loro batterista storico (Thomen Stauch) e il periglioso imbocco della lunga e difficile via della sperimentazione, i quattro guerrieri teutonici danno ampio spazio al repertorio più amato dai fan. Per cui largo ai capolavori Imaginations from the other side e Nigthfall in Middle Earth, che riecheggiano il sottofondo ispirativo fantasy-tolkieniano caro alla band. Le sezioni vocali non coprono il ventaglio polifonico di studio, però sono comunque di alto livello. Consumato trascinatore di folle, il buon Hansi raggiunge l’apoteosi con Time stands still: nel cantarla all’unisono, pubblico e musicanti si stringono in un ideale abbraccio collettivo.

Dream Theater: incontri ravvicinati del terzo tipo. Non posso essere obiettivo nel valutare i più grandi progster di tutti i tempi. Quando poi James LaBrie (sempre dato per sfiatato, ma per la verità sempre in formissima) ha annunciato che, in occasione del quindicesimo anniversario dalla sua uscita, Images & Words sarebbe stato eseguito per intero, ho rischiato di sciogliermi in una pozzanghera di lacrime. Esecuzione, va da sé, tecnicamente mostruosa, con la benedizione di qualche inserto pazzoide qua e là (batteria veloce, riarrangiamenti estemporanei, assoli chilometrici). Nei dieci minuti che avanzavano, gli alieni hanno suonato le prime due canzoni dell’album successivo, Scenes from a memory, al fine di sottolineare il filo conduttore che unifica la loro discografia in assoluta continuità. Poi sono saliti sull’astronave che avevano lasciato parcheggiata dietro al palco e hanno fatto ritorno al loro pianeta d’origine.
Quiquiqui alcuni estratti da Pull me under, Take the time e Metropolis pt. I. Vi esorto all’indulgenza nei miei confronti: ero spintonato ed emotivamente assai suscettibile.

Heaven & Hell: chi fossero costoro l’ho appreso Lunedì, consultando le schede dei gruppi disponibili alla pagina web con il calendario dell’evento. Trattasi dei Black Sabbath nella lineup del dopo-Ozzie. Dunque la bizzarra headline di Domenica – con i Dream Theater penultimi – trova verosimilmente spiegazione nel cervellotico proposito di creare una tensione competitiva con quella in programma per il 30 Giugno, quando a chiudere le danze sarà proprio Ozzie Osbourne. Sarà, ma visti i copiosi deflussi seguiti alla performance dei marziani rimango poco convinto della bontà “strategica” di questa scelta: in effetti, ho fatto più fatica a uscire che a entrare. Sì, perché gli orari ferroviari erano tiranni, dunque gli H&H mi risultano non pervenuti. Sarà per un’altra volta.

Pubblicato il 6/6/2007 alle 17.31 nella rubrica Diario.

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