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Amministrative 2007: la valanga veronese (e "bassarola")

Sono state elezioni amministrative amare, per la sinistra di governo e non. A dispetto dei titoli cubitali apparsi tra ieri e oggi sulle testate giornalistiche prodiane, infatti, il successo della Cdl non è rimasto affatto circoscritto alle sole “acque amiche” del Nord, ma si è esteso anche ai tradizionali feudi rossi dell’Italia peninsulare, dove l’Unione registra un cospicuo calo di consensi anche nel riconfermarsi. Né si può tralasciare che la vittoria del centrosinistra ad Agrigento, strombazzata a più non posso sulla suddetta stampa amica a riprova di un inesistente “pareggio” elettorale tra i due schieramenti, consiste nell’ascesa a sindaco di un transfuga udiccino che dovrà fare i conti con un consiglio comunale a larga maggioranza polista.
I risultati di queste elezioni ribadiscono una volta di più la tendenza alla normalizzazione manifestata dall’elettorato italiano dopo il moto di “oscillazione smorzata” innescatosi con Mani Pulite. Ancorché i pennivendoli a libro paga di Rcs si ostinino ad ammannire l’ipnagogia collettiva di una fantomatica “crisi della politica”, il furore antipolitico dei primi anni ’90 segna il passo a tutto vantaggio di una rinnovata appartenenza individuale a visioni politiche identitarie di massima, che solo la dialettica tra partiti può segmentare armonicamente e organicamente. Con cui non intendo affatto difendere la partitocrazia, ma solo sottolineare la funzione di garanzia per il cittadino svolta da trasparenti apparati politici multilivello.
Questa breve premessa mi è utile per esporre un’analisi prettamente territoriale del voto di ieri, perché sarebbe limitante ridurne le ricadute ai soli capoluoghi di provincia. Concentrandomi quindi sulla mia zona, il primo dato da prendere in considerazione riguarda senza dubbio il comune di Verona. La città scaligera, dopotutto, ritorna a essere quello che è sempre stata – cioè non la “Bologna nera” (semplificazione, quest’ultima, molto popolare ma profondamente sbagliata), bensì il centro forse più democristiano del pianeta Terra. I risultati elettorali confermano tale assunto proprio perché, liberata dalla camicia di forza del “partito dei cattolici”, come ai tempi della prima Lega Nord la cittadinanza veronese converge su una destra – nominalmente – liberista, federalista e legalitaria, in pieno accordo con i dettami dell’autentico cristianesimo politico. Le astiose recriminazioni confessionali del sindaco uscente (lo scialbo dossettista Paolo Zanotto, il quale si domanda polemicamente “che tipo di cattolici ci siano a Verona”), perciò, lasciano il tempo che trovano, offrendo casomai un ottimo spaccato delle contraddizioni che lacerano la sinistra italiana a tutti i livelli di governo. Per completezza di informazione aggiungo qualche notizia sul nuovo primo cittadino, Flavio Tosi: eletto con oltre il 60% dei suffragi, il neosindaco ha 37 anni, è programmatore, ha un diploma di maturità classica e da due anni è assessore regionale alla Sanità (il più votato nel Veneto).
Arrivo poi al capitolo pianura veronese: qui come altrove nel Lombardo-Veneto, l’ultima tornata elettorale ha visto rifluire la marea montante dell’antipartitismo che la sinistra locale, per oltre quindici anni, ha cavalcato mascherando le sue candidature da “liste civiche”. Le parole d’ordine dei diessini in incognito, sempre accompagnati dai fidi liberali miglioristi e da (più o meno) ampie schiere di cattolici adulti, sono state competenza, concretezza e non-appartenenza ideologica “per meglio garantire il buongoverno”. Discorsi analoghi a quelli portati avanti da Berlusconi con Forza Italia, peraltro lungo lo stesso arco temporale e a partire dal medesimo Big Bang antipolitico, obietterà il lettore più smaliziato. Eppure la credibilità del berlusconismo procede da una leadership carismatica, sancita con alterne fortune dal voto popolare, a una copertura della domanda politica su tutto il territorio nazionale, dal più basso al più alto livello di governo. Non sono differenze di poco conto: l’autoreferenzialità delle liste civiche paesane, rendendo impossibile appellarsi a segreterie di partito sovraordinate in caso di negligenze o abusi da parte degli amministratori, risolve le buone intenzioni pragmatiche di cui sopra in clamorose eterogenesi dei fini. Se un sindaco di Forza Italia si comporta come un podestà prepotente, ci saranno senz’altro dei giudici a Berlino. Ma se un sindaco della Rondinella, dell’Aquilone o della Mongolfiera approfitta indebitamente della sua posizione, a chi può rivolgersi il malcapitato cittadino?
Il problema non si è nemmeno posto a Roverchiara, a Ronco e a Villa Bartolomea, dove le uscenti giunte di centrodestra sono state rielette senza problemi. Peccato per Casaleone, che riconferma con appena 29 voti di scarto il forzista scissionista Gabriele Ambrosi. A Bovolone la Cdl di Osvaldo Richelli spodesta il leghista Giorgio Mantovani.
Ma dove l’antifona è stata recepita con più nettezza è a Cerea. Paolo Marconcini, candidato della Casa delle Libertà, cancella con un incredibile 60% l’era della Coccinella, listone para- e cripto-ulivista ideato da Franco Bonfante (sindaco dal 1994 al 2002) nella nemmeno troppo lontana epoca in cui le procure demolivano a suon di manette tintinnanti il sistema dei partiti tradizionali. Il risultato ottenuto da Marconcini impressiona per la portata e l’omogeneità: 14 sezioni vinte su 14, compresa l’imprendibile roccaforte “rossa” di Cherubine. La vittoria del centrodestra restituisce anche Cerea alla normalità, confermando un orientamento politico chiaramente manifestato in tutte le elezioni non-amministrative (qui la Cdl ha totalizzato il 72% alle politiche dell’anno scorso). L’ora fatale del coleottero rossonero ha messo fine a un’esperienza politica locale che dimostra come, sottratte a una filiera di governo “tracciabile” e a efficaci strumenti di contropotere civico, anche le migliori intenzioni si traducano nel loro esatto opposto. “Non siamo di destra o di sinistra, siamo persone capaci”, dicevano a ogni pie’ sospinto gli sconfitti. Sì, capaci di affidare il riordino della viabilità a un professore di lettere e al comandante dei vigili urbani, con conseguente proliferazione di sensi unici assurdi e di rotatorie grandi come torte per sei persone. Capaci di sconvolgere l’arredo e il tessuto urbano di Cerea con la costruzione della nuova, orrenda piazza di Via Paride, nota per il fondo stradale misto porfido-pietra d’Istria (!), per le panchine alte due metri (!!) e per le supposte paracarro in metallo rugginoso (!!!), che hanno reso il nostro millantato “salotto” la barzelletta delle Valli Grandi Veronesi. Capaci di affidare il settore dell’edilizia a un ingegnere (prima) e a un architetto (poi) curiosamente fatti segno a una cospicua pioggia di incarichi solo dopo la nomina ad assessori (prima dell’investitura le committenze scarseggiavano per entrambi, potenza del libero mercato). In linea generale, capaci di e intenzionati a snaturare l’assetto socio-economico del comune con una velleitaria “Area Exp” carente di infrastrutture, sottoutilizzata e munita del relativo, dispendioso ente (pubblico) di controllo, ma anche ventilando la realizzazione di un parco tematico alle porte del paese (sì, paese: le città, cari politicanti provincialotti, purtroppo o per fortuna stanno altrove e hanno ben altre dimensioni). Dopo la piazza degli orrori, a traffico limitato e priva di parcheggi, quest’opera mastodontica e fuori scala avrebbe assestato il colpo di grazia agli esercenti del centro storico, senza contare i problemi di fattibilità e di compatibilità ambientale che avrebbe sicuramente comportato.
Finché a portare avanti questa politicuzza dell’apparire a prescindere dall’essere è stato Bonfante, spregiudicato arrivista ora sistematosi in consiglio regionale tra le fila della lista Uniti nell'Ulivo (alla faccia dell’indipendenza politica!), il gioco ha retto grazie alla sorridente affabilità e alla spietata determinazione dell’uomo. Ma con Claudio Tambalo, suo mandatario, medico di base noto per la fastidiosa alterigia che l’interclassismo ceretano (sì, ceretano: “cereano” suona cacofonico, oltre a essere filologicamente scorretto) usa bollare con il marchio dell’infamia, il palco è crollato miseramente. Altro che “effetto Prodi”, altro che “voto ideologizzato”, cari signori. Oltre a testimoniare di un offensivo – e tipicamente sinistrorso – giudizio sulla capacità di discernimento dell’elettorato, che capisce bene quando vota per l’Unione ma perde la sinderesi allorché sceglie diversamente, tali chiavi di lettura mancano il reale punto della questione. Che attiene soprattutto alla bocciatura di una compagine che ha malgovernato.
Ora sta a Marconcini formare una giunta credibile e blindata per sopportare gli attacchi incessanti che, con ogni probabilità, partiranno da un’opposizione composta di gente rimasta senza lavoro o senza più le credenziali necessarie a proseguire la scalata al potere. Ma io sono sicuro che Paolo saprà dimostrare benissimo quale e quanta sia la differenza tra chi si dà da fare per prendere voti e chi, viceversa, prende i voti per darsi da fare.

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Pubblicato il 31/5/2007 alle 16.35 nella rubrica Diario.

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