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Libertari o gobettiani?

Del liberalismo – parola dalla carica ideologica che, com’è noto, non amo e al cui campo semantico preferisco riferirmi in termini di liberalesimo – esistono sostanzialmente due interpretazioni “cugine” ma rivali. La prima definisce una concezione gnoseologica che pone univocamente la libertà individuale a oggetto di un canone conoscitivo basato sull’adeguamento del pensiero teorico alla realtà. È il ramo empirista della biforcazione filosofica che caratterizzò il liberalismo sin dalle sue origini, erede del tomismo, del rasoio di Ockham, del fasificazionismo popperiano e friedmaniano. La seconda variante nega invece l’esistenza di “noumeni” (cioè di fondamenti oggettivi del mondo sensibile), riconducendo ogni percezione al soggettivo palesarsi di “fenomeni” e rimproverando all’empirismo di costeggiare una vera e propria apologetica del reale.
Volendo azzardare una partizione dialettica forse fin troppo netta delle antitesi generate dalla “cuginanza significante” testé illustrata, si potrebbe dire che in epistemologia si assiste alla lotta tra realismo e costruttivismo, che in filosofia si fronteggiano liberalismo e idealismo e che in politica competono conservatorismo e progressismo. Ipotizzare il superamento delle logore categorie ottocentesche di “destra” e “sinistra” nella contrapposizione tra “liberali” e “conservatori” equivale perciò a confondere piani di paragone ben distinti.
A proposito delle difficoltà di definizione del liberalismo, secondo il politologo Giovanni Sartori «un liberale americano non sarebbe chiamato liberale in nessun paese europeo; lo chiameremmo un radicale di sinistra. Viceversa, un liberale italiano negli Stati Uniti sarebbe definito un conservatore». Valerio Zanone, attualmente senatore della Margherita, sostiene che «in quanto radice della libertà, la ragione, figlia della discussione, si contrappone ai dogmi coltivati nella clausura: è antimetafisica, relativistica, tollerante e, di conseguenza, democratica. Le prime origini di questa filosofia politica vanno ricercate nel pensiero classico, presso i sofisti». Al contrario – prosegue – «da Platone a Tommaso d'Aquino a Dante, i metafisici furono sempre spregiatori del principio di maggioranza in nome del principio di autorità». L’economista austro-britannico Friedrich A. Von Hayek, infine, distingue tra il liberalismo anglosassone (o liberismo) e quello continentale (fortemente permeato di laicismo, vale a dire l’etica pubblica per cui la laicità non è più “solo” un dovere dello stato, ma anche e soprattutto un obbligo del cittadino e del politico). Anche Von Hayek scrive che le due forme di liberalismo derivano da diverse concezioni filosofiche di fondo: «La prima – quella anglosassone – poggia su una interpretazione evoluzionistica di tutti i fenomeni della cultura e dello spirito e sulla visione dei limitati poteri della ragione umana. La seconda si basa su ciò che è chiamato razionalismo “costruttivistico”, una concezione che tende a considerare tutti i fenomeni culturali come il prodotto di un preciso disegno, e sulla fiducia che sia possibile e desiderabile ricostruire conformemente ad un piano determinato ogni istituzione storica. La prima forma, di conseguenza, rispetta la tradizione e riconosce che ogni conoscenza e ogni civiltà riposano sulla tradizione, mentre il secondo tipo la disprezza poiché ritiene che un ragionamento sia di per se stesso in grado di esprimere una civiltà. (Si pensi all'asserzione di Voltaire: “Se volete buone leggi, bruciate quelle che avete e datevene di nuove”)».
«Un risultato di questa differenza – conclude l'autore – è che il liberalismo della prima forma è perlomeno non incompatibile con le credenze religiose e spesso è stato sostenuto e persino sviluppato da uomini con una fede religiosa molto salda, mentre il liberalismo di tipo “continentale” è stato spesso contrario a tutte le religioni e politicamente in costante conflitto con le religioni organizzate» [fonte].
Nel liberalismo anglosassone descritto da Hayek, che io sposo pressoché integralmente, le facoltà intellettive individuali collaborano con il patrimonio culturale tramandato dall’ethos nella perenne costruzione di una civiltà giuridica consuetudinaria. L’innovazione continua – fatta di trasformazioni, per così dire, quasi-statiche – pur rifiutando l’immobilismo non rigetta il buono del passato, poiché nessun cambiamento benefico si è mai realizzato con materiali interamente nuovi. Il razionalismo di marca francofona, al contrario, predica l’assenza di correlazione tra la fenomenologia (l’Essere) e l’etica (il Bene) e considera dunque il pensiero come fondamento e principio di ogni realtà fattuale.
In un bellissimo articolo intitolato Salviamo il libertarismo dall’azionismo, il patron dell’IBL Carlo Lottieri affronta da par suo più o meno le stesse tematiche sviluppate sin qui. Gliene dà occasione un intervento di Dino Cofrancesco, nel quale si prendono pannelliani per libertarians. Alcuni brani tratti dalla riflessione del professor Lottieri, da leggere comunque tutta: «Cofrancesco critica con forza il “libertarismo”, espressione con cui egli designa una versione tutta particolare della democrazia moderna, legata nel nostro Paese alla “ideologia gobettiana e azionista” e a quella visione anti-comunitaria e in larga misura giacobina che vorrebbe fare di ogni individuo una monade isolata: “senza Dio né padroni”. A questa visione del tutto astratta e artificiosa (destinata, per giunta, a convertirsi facilmente in statalismo nel momento in cui mina alla radice le principali protezioni storiche della persona: la famiglia, le chiese, le associazioni, e via dicendo), Cofrancesco oppone la tradizione liberale classica, la quale non demonizzava in alcun modo le istituzioni sociali ma invece esaltava quella libertà di entrata e di uscita (exit) e quel dinamismo concorrenziale che “assicuravano ai consoci di assecondare le rispettive vocazioni”».
«[...] la “democrazia libertaria” è intimamente avversa ad ogni valore che non si rappresenti come precario e provvisorio: ad ogni idea di verità, ad ogni universalismo e ad ogni retaggio morale. Tutto deve essere spazzato via affinché sia lasciato libero campo a quel “signorino soddisfatto” (per usare una felice formula di Ortega y Gasset) che da decenni domina la scena e non conosce altro che pure volizioni, illimitati desideri, ingiustificate pretese».
«[...] quando si è cancellato l’intrico di relazioni comunitarie e associative degli antichi “corpi intermedi” gli isolati individui che si volevano sovrani sono in realtà pronti a diventare sudditi di un Leviatano che tende a farsi onnipotente».
«Detto anche “Mr. Libertarianism”, Rothbard [...] si definisce “aristotelico-tomista”, poiché difende un diritto naturale che costantemente metta in discussione le decisioni del potere sovrano e crei una perenne tensione tra legalità e legittimità».
Il diritto naturale, che traduce la corrispondenza tra realtà e razionalità (assolutizzata dai totalitarismi e negata dai sofismi) in principi che non cambiano al volgere del tempo, si conferma quindi la base normativa necessaria a fondare sistemi politici nei quali le prerogative degli individui non siano mere concessioni del sovrano. Difficile conciliare questa constatazione con l’applicazione estensiva del “principio di maggioranza” tanto caro a Valerio Zanone e agli “azionisti gobettiani” stigmatizzati da Lottieri.

Vedi anche: Ventinove Settembre, Il libertarismo non esiste

Pubblicato il 2/5/2007 alle 9.37 nella rubrica Diario.

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