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Merce avariata: brevi note su 2001 - Odissea nello spazio

Gli impegni si accavallano e al cinema non danno nulla che mi ispiri, perciò ripropongo – con qualche ritocco qua e là – un breve intervento postato ai tempi della mia “vita internautica precedente”. Enjoy!

Le analisi semiologiche di 2001 – Odissea nello Spazio vanno esposte con grande senso della misura, specie se ad avventurarsi nella lettura “in controluce” di cotanta celebratissima pietra miliare è un critico dilettante come me. E poi dubito che il film meriti davvero il diluvio di disquisizioni teologiche e filosofiche piovute su di esso dal ’68 a oggi, essendo un’opera a metà tra il cinema propriamente detto e la videoarte informale. Insomma, non vorrei dire delle fesserie, e specie il trip caleidoscopico nel finale mi sembra tutto fuorché un simbolismo di agile comprensibilità.
L’interpretazione più accreditata del testo clark-kubrickiano verte sulla dicotomia istinto-ragione in chiave nietzscheana, ma io ho sempre visto l'odissea di Kubrick come il racconto della Conoscenza portata alle sue estreme conseguenze, all'ombra di una visione teologica strettamente deista. Nell’ambito di questa prospettiva, Dio consiste in una sorta di "motore immobile" aristotelico, pronto a elargire tekhné sotto forma di monolito seguendo una tempistica del tutto casuale. La presenza del blocco scuro si manifesta all'improvviso, non per attuare un disegno etico provvidenziale, bensì per perpetuare il corso del cosmo purchessia.
In questo senso non identificherei il monolito tanto con l'istintualità o l'inintelligibile, quanto con la conoscenza totale, assoluta, infinita e perciò stesso concepibile solo a livello di astrazione. Il rapporto tra Conoscenza e Potere è il tema portante di tutta la produzione kubrickiana, ma in questo film il regista vi si concentra in modo particolare, raffigurandone le ricadute – letteralmente – universali.
Che non vedono tanto la contrapposizione tra ragione e istinto, quanto quella tra una conoscenza ontologica (cioè assoluta) e una conoscenza trascendentale (ossia limitata ad approssimazioni successive, come può esserlo quella umana). HAL rifugge dall’obsolescenza, dal confronto diretto col monolito di Giove, cioè con la vetta totale e totalizzante del progresso tecnico e scientifico. Gli esiti della spedizione, se coronata da successo, vedrebbero il superamento del traguardo - pur ragguardevole - raggiunto con la fabbricazione di un prodotto avanzato come lui.
E alla fine, per quanto boicottata dal calcolatore pensante, il compimento della missione rivela che dietro al sapere totale si cela il ritorno all’alba dell’uomo (l'utero materno come metafora di primordialità).
Come nelle distopie anarco-apocalittiche, quindi, l'avvicinarsi del genere umano a uno stadio semi-divino di totale onnipotenza precede la caduta collettiva. E come in Tolkien, se vogliamo, che partendo da posizioni cattoliche (quindi invise al deismo laicizzante) preconizza la sventura di chi indossa l'Anello inseguendo la chimera dell'immortalità e del rifiuto di una limitante “creaturalità”.

Vedi anche la pagina dedicata al film da Wikipedia, da MyMovies.it e da Intercom.

Pubblicato il 23/4/2007 alle 10.7 nella rubrica Film e DVD.

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