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L'innatismo dei Predestinati

Tra i nomi nuovi del centrodestra europeo, Nicolas Sarkozy è rimasto l’unico capace di farmi guardare con ottimismo al futuro degli euro-conservatori, soprattutto grazie alla sua notevole – per un francese – apertura di credito verso gli Stati Uniti e alle sue non convenzionali – per un laico – vedute in materia di etica pubblica. Altrove, purtroppo, si intravedono solo buone occasioni perse per troppo tatticismo preelettorale (Angela Merkel); pretestuose operazioni d’immagine, conservatrici giusto nel brand (David Cameron); incapacità di ricostruire il proprio fronte politico dopo sconfitte tanto luttuose quanto catastrofiche (Mariano Rajoy). Sull’asfittico gerontocomio italiano, poi, meglio sorvolare per carità di patria.
Ma il primo turno delle presidenziali francesi si svolge Domenica e la politica, specie quella praticata all’ultima ora, è l’arte di trafficare col letame senza sporcarsi le mani, cioè di intercettare con sapiente dialettica sensibilità socio-culturali disparate quando non addirittura antitetiche. Nemmeno Sarko ha potuto esimersi dal mettere in scena il classico pezzo di teatr(in)o a soggetto quando, in una recente intervista apparsa su Libération, il candidato all’Eliseo dell’Ump ha esternato il suo punto di vista sull’eziologia degli orientamenti sessuali dichiarando: Personalmente non mi sono mai posto il problema di scegliere la mia sessualità. Per questo trovo scioccante la posizione della Chiesa che considera l'omosessualità un peccato. Non si sceglie la propria identità. E la stessa cosa per la tendenza a ingrassare o a dimagrire”. E ancora: Sono nato eterosessuale, ma non mi sono mai interrogato sulla scelta della mia sessualità. Ed è questo il motivo per cui considero ‘scioccante’ la posizione della Chiesa, la quale dice che l'omosessualità è peccato”. Poi concede: “non tutto dipende da fattori acquisiti, [...] una parte [dell’identità personale, NdIs] può essere innata. In quale proporzione? Non sono un esperto”. Affabulazione cerchiobottista, si dirà, e probabilmente non a torto: a una precisa affermazione di principio fanno puntualmente seguito il recupero di una visione d’insieme della problematica trattata (dopotutto di innata c’è solo una parte della propria identità) e la facile scappatoia dell’incompetenza (“Non sono un esperto”).
Riconosciute al candidato gollista – il quale reputo comunque il meglio che le destra europea abbia da offrire di questi tempi – tutte le attenuanti del caso, è nuovamente opportuno ribadire come il determinismo genetico possa essere considerato il “naturale” contrappunto dialettico del determinismo sociologico solo a uno sguardo molto superficiale del tema in esame. Perché se in un’ottica liberale – ossia focalizzata sul margine di autonomia dell’agire umano rispetto alle sue “condizioni al contorno” – vanno rifiutate con decisione le geremiadi progressiste tese a giustificare il crimine e la suburra attribuendone le cause alla povertà e/o all’emarginazione, nello stesso spirito è parimenti inaccettabile ammettere che il libero arbitrio dilegui quasi interamente nel corredo genetico. Quando gli educatori si trovavano ancora nelle condizioni di poter svolgere serenamente il loro compito precipuo – cioè appunto quello di “condurre fuori” (e-duco) i discenti dal loro complesso di attitudini e di comportamenti limitato e introflesso –, giustificarsi di qualche intemperanza piagnucolando “sono fatto così” era il miglior modo per inasprire ulteriormente l’inevitabile punizione (compiti extra, pietanze sgradite a tutto pasto, giri di campo doppi o panchina fissa fino a nuovo ordine). Le propensioni innate, da sole, non esauriscono l’esigenza di stabilire un nesso razionale tra identità, responsabilità e morale. Il pedofilo si sentirà irresistibilmente attratto dai bambini per motivi poco o punto legati a “fattori acquisiti”, ma deve comunque imparare a dominarsi. L’obeso sconterà pure una naturale predisposizione a ingrassare (di solito a causa di “ritenzione idrica” o di “un’ossatura pesante”), ma per rimediare esistono le diete. Per contro anche se la biotecnologia riuscisse un giorno a trasfondere nei feti i cromosomi della genialità, giungendo a un fantascientifico controllo dell’evoluzione del genotipo nel fenotipo, rimarrebbero lo studio, l’impegno e i professori giusti a determinare in larghissima misura il successo negli studi di ciascuno.
Più in generale l’eugenismo e il sociologismo declinano, a seconda dei contesti in cui trovano applicazione fattiva, dottrine antropologiche magari radicalmente divergenti nelle finalità, ma analoghe nelle premesse e negli strumenti intellettuali attuativi. Entrambi gli ideologismi, infatti, partono dal presupposto che gli uomini, salvo ristrette cerchie di privilegiati, non nascano “liberi” se non in minima parte. E che quindi le masse, per non disgregarsi con effetti dirompenti sulla coesione sociale, vadano governate attraverso una minuziosa pianificazione della vita collettiva, magari fidando nel timore delle “libere coscienze” verso il rischio del pubblico biasimo. Non proprio un trionfo di liberalesimo, diciamo.

Mi occupavo (molto) più estesamente degli stessi argomenti in Meta(bio)genetica (#1, #2, #3, e #4). Lunedì ha commentato le esternazioni di Sarkozy, con le consuete pertinenza e lucidità, l’ottimo Phastidio.

Pubblicato il 19/4/2007 alle 10.56 nella rubrica Diario.

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