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Milton Friedman - Una biografia intellettuale

di Antonio Martino
Rubbettino/Leonardo Facco, 198 pp., € 13,00

“L’evidenza dei fatti non può mai ‘provare’ la validità di un’ipotesi;
può solo non riuscire a smentirla”
Milton Friedman

La storia della teoria economica novecentesca – e, concretamente, dell’azione politica intrapresa sulla base di essa – si può rappresentare in metafora come la lotta tra due titani. Uno fu John Maynard Keynes (1883-1946): elitista, aristocratico e abile “consigliere del Principe”, con il suo contributo al pensiero economico seppe enormemente influenzare il terzo quarto del secolo scorso. L’altro fu Milton Friedman (1912-2006): figlio di ebrei poverissimi emigrati negli USA dall’Europa orientale, prese in mano le redini della Scuola di Chicago e lasciò la sua impronta soprattutto sulla decade dominata dal binomio Reagan/Thatcher. Con questo compendio biografico dell’avventura intellettuale di Friedman, da discepolo affettuoso e riconoscente, l’ex ministro della Difesa rende conto anzitutto della contrapposizione totale tra due concezioni della scienza, della politica e della convivenza associata.
Una riflessione che Antonio Martino sottopone al lettore solo al termine della sua monografia – ripubblicata in versione integrale nel 2005 con il patrocinio dell’Istituto Bruno Leoni – va forse richiamata subito. Tirando le somme sui caratteri costitutivi e metodologici del cosiddetto monetarismo, vale a dire il complesso di ipotesi teoriche del quale Friedman è ovunque considerato il capofila, l’autore si domanda: “Cosa c’è di ‘-istico’ nelle teorie monetarie di Friedman? Il suffisso ‘-ismo’, infatti, sembrerebbe suggerire l’esistenza di un pregiudizio ideologico, una forse irrazionale predilezione per una dottrina sociale, per una filosofia politica [...]. [Ma] anche se Friedman è per molti versi l’economista liberista per antonomasia, il ‘monetarismo’ costituisce semplicemente un’ipotesi scientifica, uno strumento tecnico che può servire, e serve, benissimo qualsiasi padrone”. È importante sottolineare che il lavoro di ricerca friedmaniano pervenne a conclusioni sempre rigorosamente avvalorate da una scrupolosa raccolta di dati empirici, poi elaborati tramite compensazione e modellazione numerica.
Colui che annunciò al mondo l’avvento di una verità rivelata, tramite la palingenesi di una sistemazione teorica tanto onnicomprensiva quanto sprovvista di avallo sperimentale, fu proprio un peso massimo dell’Accademia togata come Keynes. Egli si lasciò andare ad “affermazioni di portata biblica, sia sul risparmio che sugli investimenti, ‘senza un briciolo di supporto empirico’. Ci viene chiesto di accettarle perché conformi alla sua ‘conoscenza della natura umana’, oltre a non meglio precisati ‘fatti particolareggiati dell’esperienza’”. In altre e più prosaiche parole, Keynes fu uno dei tanti – tantissimi! – profeti che scesero dalla Montagna folgorati dalla Visione e dissero ai loro seguaci: armiamoci e partite. Già agli albori della rivoluzione keynesiana, oltretutto, sul reale tenore divulgativo del Verbo aleggiava il sospetto della mimesi pura e semplice, in quanto “anche gli scritti di Keynes appartenevano ai classici nel senso di Stigler [tutti ne parlano ma nessuno li ha letti, NdIs], dal momento che il Trattato sulla moneta era raramente citato, la Riforma monetaria semplicemente ignorata ed il numero di coloro che avevano effettivamente letto la Teoria generale era insignificante”.
Ma in cosa consistette la tanto acclamata teoria keynesiana? Nata prendendo le mosse dalla necessità di spiegare le cause strutturali della Grande Depressione (1929-1933), essa ruota attorno alla legge detta “del ristagno secolare”, ossia alla tesi secondo cui la propensione al risparmio cresce all’aumentare del reddito. Si tratta di un classico esempio di “legge inesorabile del destino storico”, di un teleologismo gabellato per autoevidente. Le variabili e le inferenze in gioco vengono descritte con grande chiarezza da Martino: “se quanto la collettività produce (l’offerta globale, il reddito prodotto) è maggiore di quanto la collettività è disposta ad acquistare (la domanda globale, la spesa aggregata), i produttori ridurranno i prezzi oppure [...] contrarranno la produzione. Perché un dato livello di reddito prodotto possa essere mantenuto, quindi, è necessario che la collettività effettui una spesa complessiva di pari importo, in modo che quanto viene prodotto sia effettivamente venduto. Altrimenti, il livello di produzione e di reddito si contrarranno, perché ogni produttore cercherà di produrre solo quanto riesce a vendere. Nel tentativo di ridurre la produzione, infine, verrà ridotto l’impiego dei fattori produttivi, compresa la manodopera, con conseguente disoccupazione. È questa, in  parole povere, la recessione dovuta all’insufficienza della domanda globale: una diminuzione di reddito prodotto e di occupazione determinata da una spesa globale troppo bassa. E questo è anche ciò che determinò, per unanime ammissione, la Grande Depressione”.
Per Keynes, la spiegazione della dinamica recessiva è da rinvenire in un eccesso di risparmio globale, a sua volta automaticamente causato dall’aumento dei redditi. All’ottusa pertinacia dei privati-risparmiatori può porre rimedio solo una politica di bilancio “anticiclica”, capace cioè di stimolare la somma di consumi e investimenti durante le crisi e di frenare la domanda globale durante le fasi espansive. Lo strumento principe per attivare questo sorta di volano macroeconomico è la politica di bilancio: deficit (più uscite) in caso di domanda insufficiente, avanzo (più entrate) allorché la spesa aggregata va in esubero. Vale la pena di tenere presente come la legittimazione dei disavanzi di bilancio – vero grande portato storico del keynesismo – di fatto abolì l’antica prassi del pareggio contabile, da sempre posta a salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente della cosa pubblica. L’esplosione dei deficit di bilancio che derivò da cotanta “rivoluzione modernizzatrice”, inoltre, rese frequente (quando non necessario) il ricorso all’inflazione da ripianamento. Unitamente all’adozione di sistemi tributari altamente progressivi, l’artificioso rigonfiamento dei redditi imponibili fa scattare aliquote marginali più elevate e, quindi, consente all’erario di mettere a bilancio maggiori entrate. È il fenomeno che la vellutata anglofonia degli economisti ha denominato fiscal drag, ma sarebbe meglio ribattezzarlo grassazione fiscale.
Tuttavia l’aumento dell’inflazione, per Keynes, non rappresenta un problema. Casomai può offrire allettanti opportunità su diversi fronti, tra cui quello del tasso d’interesse: “Uno squilibrio monetario [...] si riversa sul mercato dei titoli a reddito fisso: se c’è ‘troppa’moneta in circolazione (più di quanta il pubblico sia disposto a detenere), la gente acquista titoli a reddito fisso; se, invece, ce n’è ‘troppo poca’ (meno di quanta la gente vorrebbe possedere), il pubblico venderà obbligazioni, nel tentativo di procurarsi la liquidità desiderata. [...] Se [...] aumenta la quantità di moneta in circolazione, la domanda di titoli a reddito fisso aumenta; l’aumento del corso delle obbligazioni si traduce in una diminuzione del rendimento; il più basso tasso d’interesse, a sua volta, stimolerà gli investimenti e, quindi, la domanda globale”. Vi sarebbe poi l’asserito rapporto di proporzionalità inversa tra inflazione e disoccupazione. Nelle parole di Friedrich A. Von Hayek a commento delle vedute keynesiane in materia: “La causa normale della disoccupazione diffusa consist[e] in salari reali troppo elevati. Il passo successivo [è] rappresentato dalla proposizione che una riduzione diretta dei salari monetari [possa] essere realizzata solo attraverso una lotta così penosa e prolungata da non poter essere presa in considerazione. Quindi [...] i salari devono essere ridotti in virtù del processo di riduzione del valore della moneta. Questa è in realtà l’essenza della politica di ‘pieno impiego’”. Oppure, infine, la messa in circolazione di valuta estera funzionerebbe come dispositivo stabilizzatore del mercato dei cambi: “Quando si verifica un eccesso di domanda di divise estere, quando cioè la quantità di valuta estera che gli operatori intendono acquistare è maggiore dell’offerta, la banca centrale, per impedire che la moneta nazionale si svaluti (che, cioè il prezzo della valuta estera aumenti), vende divise estere”.
Gli studi e le ricerche di Friedman consentirono di riformulare – quando non di confutare – radicalmente tutte le prospettive sopra illustrate. Nell’ottica che presiede alla teoria quantitativa della moneta – espressione più idonea dello spregiativo monetarismo a definire la produzione scientifica friedmaniana –, “la moneta rappresenta una delle attività patrimoniali e compete, nelle preferenze del pubblico, con una vasta gamma di attività, sia finanziarie che ‘reali’”, alla stregua di qualunque altra categoria merceologica. Perciò anche per la moneta un eccesso di offerta rispetto alla domanda – tramite l’input inflazionistico ceteris paribus – alla lunga genera deprezzamento, cioè calo del potere d’acquisto.
In primo luogo, secondo Friedman “un aumento della quantità di moneta avrà sempre un effetto di stimolo alla domanda globale, sia che venga realizzato per finanziare un deficit pubblico, sia che abbia luogo a saldo del bilancio pubblico invariato. Un deficit, invece, a meno che non determini un aumento della quantità di moneta, non influisce sul livello della domanda globale. La politica di bilancio in senso stretto [...] è quindi inefficace”. I benefici effetti sulla spesa aggregata registrati a margine di politiche di bilancio espansive, quindi, non vanno attribuiti al ricircolo forzoso di danaro manlevato ai contribuenti, bensì all’aumento di inflazione sfruttato per finanziarle. Non vanno poi dimenticate le voci di spesa tipicamente privilegiate dalla mano pubblica: “Il governo si indebita per finanziare spese per trasferimenti; quando un privato prende a prestito, invece, per lo più lo fa per effettuare investimenti. La domanda di credito dei privati, in altri termini, è prevalentemente (anche se non esclusivamente) destinata a soddisfare esigenze di investimento, mentre quella pubblica viene spesso destinata prevalentemente al consumo. Il disavanzo, quindi, sottrae fondi all’investimento per destinarli al consumo; il suo effetto netto è una minore accumulazione di capitale (in inglese: capital consumption, consumo di capitale), con conseguente minore crescita economica”.
La visione keynesiana del ruolo della moneta nella formazione della domanda globale – indiretto perché mediato dal tasso d’interesse, eventuale perché privo di un nesso di causalità vero e proprio con la spesa aggregata – viene a cadere sulla mancata distinzione tra tasso nominale e tasso reale d’interesse. Perché investire al 5% di rendimento in assenza di inflazione equivale infatti a investire al 10% quando l’inflazione è del 5%. Su questo banale rudimento di matematica finanziaria il marchingegno keynesiano si inceppa senza speranza. Ciò che rileva non è “il” tasso d’interesse, ma lo scarto tra il tasso nominale e quello d’inflazione, cioè il tasso reale d’interesse. Del resto è sufficiente il comune buonsenso per intuire che la moderazione monetaria conduce a bassi tassi reali, mentre viceversa la politica del permissivismo inflazionistico genera tassi reali molto elevati. L’inflazione può stimolare un certo “effetto liquidità” solo se imprevista, e solo a breve termine.
Ecco spiegata l’erronea lettura keynesiana della Grande Depressione: l’idea che l’autorità monetaria federale avesse attuato una politica espansiva, incredibilmente desunta dal perdurare di bassi tassi durante la crisi, e che quest’ultima nulla avesse potuto contro l’inesorabilità del “ristagno secolare”, è semplicemente sbagliata alla radice. La recessione del ’29, al contrario, fu determinata da una dirompente pressione deflazionistica. Malgrado la prospettiva keynesiana si focalizzi sull’investimento finanziario per il tramite del tasso d’interesse semplice, la quantità di moneta ha un’influenza diretta sulla spesa aggregata, perché il pubblico impiega denaro anche nell’acquisto di beni durevoli e quasi-durevoli (per esempio immobili e mezzi di locomozione). Money matters.
Il tempestivo adeguamento delle rivendicazioni salariali all’abbattimento del valore della moneta, magari ottenuto tramite clausole di indicizzazione quali la “scala mobile” di berlingueriana memoria, smonta poi l’ipotesi keynesiana dello stabile tradeoff tra inflazione e disoccupazione. Scrive Martino: “Quando l’inflazione effettiva viene correttamente prevista, l’effetto espansivo sull’occupazione scompare perché le richieste salariali incorporano il tasso atteso d’inflazione e questa, quindi, non riesce a ridurre i salari reali. [...] Per poter ridurre durevolmente la disoccupazione al di sotto del livello ‘naturale’, quindi, non basta che ci sia inflazione, è anche necessario che essa sia sempre superiore a quella attesa, cioè che acceleri continuamente. [...] Quanto maggiore è il tasso d’inflazione di cui il Paese ha esperienza, tanto minore sarà la probabilità che l’inflazione colga di sorpresa la collettività. [...] Nei paesi con consolidata esperienza inflazionistica [...] le aspettative si formano e modificano con grande facilità”.
Quanto alla parità valutaria programmata, l’analisi friedmaniana porta a considerazioni altrettanto impietose: “Se l’eccesso di domanda di divise estere non è un fenomeno passeggero, destinato ad esaurirsi spontaneamente, ma continua nel tempo, la banca centrale dovrà continuare ad attingere alle riserve ufficiali per impedire la variazione del cambio. Le riserve, prima o poi, si esauriranno e, se nulla cambia, anche l’indebitamento e la concessione di prestiti esteri serviranno solo a posporre l’inevitabile. Il tentativo di controllare il cambio sarà servito soltanto a rendere possibile la crisi di bilancia dei pagamenti, il deficit [...], il tutto al costo di far contrarre al Paese debiti con l’estero”. Parole che dovrebbero far riflettere attentamente gli impudenti che, a suo tempo, ritennero opportuno analizzare il default argentino (dovuto proprio all’ostinata parificazione valutaria tra Peso e Dollaro USA) straparlando di monetarismo e di liberismo. Per la verità il “monetarismo” non è nemmeno la naturale antistrofe del liberismo: “Un gran numero di economisti liberisti di scuola ‘austriaca’, seguaci delle idee di F. A. Hayek e Ludwig Von Mises, propendono per la denazionalizzazione della moneta [...] e la concorrenza tra monete. Altri liberisti ritengono desiderabile un ritorno al sistema aureo o ad un sistema in cui il valore della moneta sia in qualche modo ancorato ad una base reale (un paniere di beni, per esempio)”.
Nel capitolo conclusivo (“L’ideologo della libertà”), che ricapitola le più celebri proposte politiche liberali, liberiste e libertarie avanzate da Milton Friedman fuor di impegno specialistico (dal buono scuola al buono sanità, dall’imposta negativa sul reddito al fervente antiproibizionismo), fa capolino l’unico neo concettuale che mi permetto di rimproverare alla pur eccellente trattazione di Antonio Martino. Alla domanda – retorica – Friedman conservatore? Martino risponde alimentando un vecchio equivoco di significato – peraltro tipico di molta letteratura e pubblicistica liberale – riguardante la categoria politica del conservatorismo, visto quasi come sinonimo di reazione o di misoneismo. “Il conservatorismo – scriveva Hayek – è naturalmente incapace di offrire un’alternativa alla direzione verso cui muoviamo. [...] Ciò che il liberale deve chiedersi, prima di tutto, non è a che velocità o quanto avanti dobbiamo andare, ma in che direzione dobbiamo andare”. Occorre forse ricordare che il liberalesimo si pone sul piano del metodo, facendo capo all’epistemologia così ben sintetizzata dall’esergo “falsificazionista” scelto per questa recensione, precisamente negando che la Storia proceda verso una “direzione” univoca e meno che mai inesorabile. L’applicazione di tale assunto al merito politico ha potuto attecchire in area conservativa grazie al suo rigetto dell’annoso paradigma etico ed esistenziale secondo cui “nel lungo termine saremo tutti morti”. Ma il merito e il metodo sono piani distinti: il liberalesimo è l’unica forma pre-, peri- e meta-politica di conservatorismo possibile (in quanto pone la libertà come oggetto primario di un sistema associato) e il conservatorismo è l’unica sostanza politica compatibile al liberalesimo (giacché mira a conservarne l'oggetto).

Pubblicato il 5/4/2007 alle 10.15 nella rubrica Libri.

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