Blog: http://Ismael.ilcannocchiale.it

A New Republic

Premesso che non esistono sistemi politico-istituzionali perfetti, giacché il fattore umano reca seco la benedizione dell’imprevedibilità, in questi giorni di omertà mediatica e di vanità umanitaria spacciate per equilibrato buonsenso io mi gioco la carta della speculazione oziosa, dell’interludio fantapolitico. E passo a descrivere nei suoi tratti salienti la formazione del consenso nella mia Repubblica ideale.
La legge elettorale. Non sono al corrente di tutte le soluzioni adottate all’estero, ma ho la presunzione di ritenere che il metodo di voto da me ideato sia abbastanza innovativo. L’ho denominato maggioritario multinominale: ogni circoscrizione elegge un solo rappresentante, ma le singole liste possono candidare un numero di persone variabile a loro piacimento. Alla lista di maggioranza relativa spetterà esprimere l’eletto, che a sua volta sarà colui il quale abbia totalizzato la maggioranza relativa di preferenze all’interno della sua compagine. Se, per esempio, nella circoscrizione della Val Sircana si confrontassero tre liste – la Casbah delle Libertà, il Girasole che Piange e Restaurazione Piduista – e l’esito della votazione attribuisse loro rispettivamente il 32, il 33 e il 35 per cento dei consensi, l’eletto andrebbe cercato tra le fila di RP. E se ai quattro candidati di quel partito – Cormano Brodi, Elvio Bernasconi, Massimo D’Ulema e Gino Contrada – lo scrutinio assegnasse il 25, il 25, il 24 e il 26 per cento dei suffragi ottenuti dalla lista comune, l’eletto sarebbe Gino Contrada.
Malgrado il mio sistema elettorale possa dare l’impressione di incoraggiare la frammentazione, trovo che al contrario sia in grado di coniugare governabilità, pluralità, spinta aggregatrice e rappresentanza territoriale. Oltre a favorire un bipartitismo di fatto, perlomeno a livello locale, esso costringe i vari candidati a ponderare attentamente – specie sotto il profilo del fund raising – la scelta di ingrossare i ranghi della propria formazione anziché far convergere voti e risorse finanziarie su nomi di sicuro richiamo. Non solo: assegnando i seggi nel modo illustrato, si accorpano i due turni della formula alla francese o, se si preferisce, elezioni primarie e politiche si svolgono in contemporanea. Con felici conseguenze sulla democraticità della dialettica interna ai partiti, risolta dal popolo nelle urne e non dal sindacato dei capisezione.
L’architettura istituzionale vedrebbe la convocazione di due assemblee: una Camera Bassa, formata da trecento membri eletti in circoscrizioni di uguale peso demografico (in Italia ognuna avrebbe circa 190000 abitanti), e una Camera Alta con due componenti per regione (in Italia sarebbero quaranta membri). Il criterio adottato per la prima assemblea sarebbe “una testa, un voto”, mentre per la seconda varrebbe il principio “un soldo, un voto”. Il senato federale, in altre parole, verrebbe eletto per classi di censo, di modo da esercitare potere di veto in materia economico-tributaria. Nei sistemi democratici in vigore oggigiorno, infatti, ampi strati della popolazione hanno facoltà di alleggerire il portafogli dei concittadini abbienti e numericamente indifesi: ma dieci lupi e un agnello che votano su cosa mangiare per cena non è giustizia, è dittatura della maggioranza. In più, il riconoscimento di un’adeguata classe di censo disincentiverebbe la cittadinanza a evadere il fisco.
Da presidenzialista convinto, non vedo con favore il meccanismo della fiducia parlamentare. Preferirei invece che la base elettorale della Camera Bassa eleggesse separatamente il capo dell’esecutivo, magari attraverso liste bloccate di “grandi elettori” da presentare collegio per collegio. In alternativa, la fiducia parlamentare – votata solo dalla Camera Bassa – potrebbe trovare compensazione nel potere di scioglimento delle camere da parte del premier, a sua volta  bilanciato dalla possibilità di sfiducia costruttiva. Ma il parlamentarismo è una soluzione comunque foriera di reciproco indebolimento tra potere esecutivo e legislativo.
La magistratura giudicante riceverebbe nomina politica e vitalizia, mentre quella inquirente sarebbe elettiva e severamente giurisdizionale – potrebbe cioè indagare solo su illeciti denunciati entro il suo comprensorio di appartenenza.
Di solito, arrivato a questo punto mi sveglio e sento che i media parlano di cose tipo la “diplomazia dei movimenti”. Da cui deduco che lavorare di fantasia giova molto all’elaborazione politica, altroché.

Pubblicato il 22/3/2007 alle 9.25 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web