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Proibizionismi all'orizzonte?

La cultura politica del divieto come strumento di “igiene morale” delle dinamiche sociali è il frutto perverso – uno dei tanti, a dire il vero – del materialismo storico e dialettico. L’idea di poter redimere il mondo attraverso la Legge è la quintessenza del dispotismo, che vede trionfare il principio sofista secondo cui la virtù si insegna a chiunque e ogni uomo nasce “buono”. Pertanto, se la bontà e la cattiveria si determinano sul piano del mero benessere socio-economico conseguito da ciascuno, alla politica non rimane che seguire due strade perfettamente complementari: o proclamare il giusto (e imporlo) o stigmatizzare lo sbagliato (e vietarlo).
L’intrusione ex ante del potere costituito nel processo di interiorizzazione della responsabilità morale andrebbe invece mantenuta ai minimi termini. Viceversa si lascia campo libero all’incontrollata proliferazione di norme cavillose e, per riflesso tecnolatrico, al loro recepimento da parte delle autorità indipendenti e/o dei corpi sociali intermedi nella forma di quei capolavori di ipocrisia farisaica che sono i codici di autoregolamentazione.
Consideriamo il provvedimento adottato dal garante per la privacy al fine di codificare pro domo Sircana il concetto di “discrezione giornalistica”. È fatto divieto di riferire a mezzo stampa condotte private che non abbiano interesse pubblico; di dare notizia di dettagli e circostanze eccedenti rispetto all’essenzialità dell’informazione; di descrivere particolari della vita privata delle persone, divulgati in violazione della tutela della loro sfera sessuale. Senza attardarmi in osservazioni spiritose sul luogo comune che vorrebbe “sferico” il sesso, noto come il documento redatto dal garante offra un ottimo esempio di artificio deontologico. “Interesse pubblico”, “essenzialità” e raggio della “sfera sessuale” sono infatti nozioni labili e autoreferenziali, che preludono a interpretazioni fantasiose del loro significato e a sanzionamenti tanto iniqui quanto arbitrari del loro mancato rispetto. Per liberare l’afflato etico dell’informazione professionale si dovrebbe stampare tutto lo stampabile e lasciare al criterio binario verità/menzogna il compito di punire la diffamazione. Tale è lo spirito con cui lavora la tanto citata – a sproposito, come provincialismo comanda – stampa anglosassone.
C’è stata poi la sentenza con cui il Tar del Lazio ha sospeso il decreto Turco, che innalzava da 500 mg a un grammo la quantità di cannabis oltre la quale scattano le sanzioni penali. Il ministro della Sanità sostiene, non senza ragioni, di aver semplicemente applicato un coefficiente moltiplicativo discrezionale, come previsto dalla legge attualmente in vigore (l’orrenda Fini-Giovanardi, degna erede della Jervolino-Vassalli). Ma una scelta tecnica – qui casca l’asino – deve essere preceduta da un’istruttoria parimenti tecnica che giustifichi il raddoppio del parametro, è il giudizio del Tribunale. Il nodo gordiano da spezzare senza indugio, anche in questo secondo caso, riguarda nello specifico il determinismo normativo che pretende di sostituirsi all’autonomia morale. Sul punto mi concedo un approccio drastico: non solo non dovrebbero esistere “dosi minime consentite” di alcunché, ma nemmeno sostanze vietate al consumo. La continua vigilanza – meglio nota come “il prezzo della libertà” –  dovrebbe casomai mettere le forze di polizia nelle condizioni di colpire con durezza i comportamenti che attentino o nuociano all’incolumità altrui.
No, non sono diventato comunista. E nemmeno radicale: personalmente, tra un drogato perso e un 110 e lode in Fisica Nucleare, non ritengo plausibile frapporre alcun elemento di indifferenziazione etica. Né dubito che drogarsi di bamba o di resca porti a fare un uso autodistruttivo della libertà, in accordo con la concezione puramente operativa che oggigiorno circola di quest’ultima. Ma il proibizionismo è la risposta sbagliata (e dispendiosa) a un problema (l’assuefazione in senso lato) che, almeno in linea di principio, riguarda solo l’individuo, la sua autodisciplina ed eventualmente le strutture di sostegno a cui egli scelga di rivolgersi per uscire dalla propria dipendenza psicofisica.
Dulcis in fundo, l’autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni ha emanato un divieto draconiano di trasmissione di immagini pornografiche. Volete che non ci scappi la tautologia, nel definire il significato di “immagini pornografiche”? Eccola servita: le immagini hard sono  «immagini pornografiche che prevedono la descrizione, l’illustrazione o la rappresentazione visiva e/o verbale di soggetti erotici e di atti o attività attinenti alla sfera sessuale che risultino offensivi del pudore». Oltre a insistere con esilarante abuso della geometria pura sulla “sfericità” del sesso, il provvedimento mette al bando non solo la rappresentazione visiva, ma anche quella verbale dei “soggetti erotici”. Vietato ansimare, in pratica. Bontà loro, sono esentati i programmi «ad accesso condizionato, ovvero criptato, e che siano protetti da un sistema di parental control con cui i genitori possono bloccare l’accesso ai minori».
No, non mi sono fatto sequestrare il portatile da Fabrizio Rondolino. E non auspico una retrospettiva su Moana Pozzi in fascia protetta. Voglio solo sperare che, d’ora in avanti, i decoder distribuiti in comodato d’uso dal gestore della pay-tv siano tutti muniti della funzione di parental control. E che i pornofili abbonatisi a Sky per l’anno in corso possano chiedere e ottenere la sostituzione del loro apparecchio, ove mai quest'ultimo fosse fuori norma.
In altre parole, mi sembra che aleggi un brutto clima. Un clima sbrigativamente, farisaicamente e inutilmente liberticida.

Pubblicato il 19/3/2007 alle 9.47 nella rubrica Diario.

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