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Or sono tre anni

Lunedì scorso ricorreva il terzo “compleanno” della controversa Legge 40/2004, attorno alla quale si è riacceso in modo veemente il dibattito pubblico sulla laicità dello stato italiano. Il referendum per la parziale abrogazione delle nuove norme in materia di fecondazione assistita, per un’imprevedibile somma di criticità, si tenne quasi in concomitanza con l’ascesa di un teologo morale del calibro di Joseph Ratzinger al soglio pontificio. L’eterna lotta tra positivismo e naturalismo giuridico conobbe in quel frangente un momento di confronto particolarmente intenso.
All’epoca questo blog non esisteva ancora, per cui reputo di qualche interesse ripercorrere l’itinerario intellettuale che mi condusse al voto di quel Giugno 2005.
In famiglia tutto si svolse come da usuale ripartizione etica: mia madre stette a casa, mio padre andò e mise quattro ‘sì’. Io invece studiai uno spacchettamento del tetra-quesito:

-         sulla prima scheda (Salute della donna) apposi il mio unico e convinto ‘sì’. Le limitazioni all’accesso previste dalla legge, pur muovendo dal comprensibile intento di tutelare la salute dei soggetti coinvolti nelle pratiche di fivet, configurano un’ingiustificata intromissione del legislatore nel rapporto medico-paziente. I divieti e i vincoli stabiliti da un testo normativo, in teoria, dovrebbero servire a prevenire abusi indiscriminati o a soddisfare precisi requisiti tecnico-qualitativi. In quest’ottica, la gradualità nel ricorso alle terapie per curare l’infertilità (raccomandata in particolare all’Art. 1 comma 2 e all’Art. 4 comma 1) deve rimanere un orientamento a disposizione degli interessati, non un obbligo di legge: le pesanti ricadute di un ciclo di iperstimolazione ovarica non possono che essere rimesse al consenso – informato, va da sé – del(la) paziente al medico. Nessuno, del resto, si sognerebbe di obbligare alla gradualità i malati di cancro, lasciando loro la chemioterapia solo come extrema ratio. Allo stesso modo, il limite massimo di tre embrioni non trova fondamento in alcuna reale esigenza tecnica, ma sembra quasi dettato dal gusto di vietare gratuitamente. Per una donna giovane tre embrioni sono probabilmente troppi, mentre per una primipara attempata magari sono pochi. Nello spirito della legge – che condivido, come avrò modo di argomentare a breve – l’importante è che nessun concepito venga congelato in quanto “sovrannumerario”;

-         sulla seconda scheda (Fecondazione eterologa) barrai il ‘no’. Fu una scelta molto travagliata, perché io non sono affatto contrario all’eterologa in sé, ma solo all’imposizione di libertà a scapito del concepito insita nell’anonimato del donatore esterno alla coppia. Essendosi trattato di un referendum abrogativo – né avrebbe potuto essere altrimenti –, ritenni opportuno premunirmi rispetto all’eventuale assenza di una esplicita disposizione in tal senso. La libertà delle coppie sterili di procreare in via “adulterina” (valida per tutti i nuclei affettivi già “in natura”) non può ignorare il bisogno di ciascuno di disporre della propria identità biologica. È un aspetto della norma su cui, teoricamente, potrebbe intervenire una puntuale correzione da parte del legislatore;

-         idem come sopra per quanto riguarda la terza scheda (Libertà di ricerca scientifica). Anche in questo caso, non fu tanto la rosa di metodi o tecniche su cui insisteva il quesito (il trasferimento nucleare e la crioconservazione) a preoccuparmi, ma il merito etico cui preludeva. Unitamente alla cancellazione di alcune tutele al concepito, la terza domanda proponeva, almeno nel medio-breve termine, di ridare libero corso alla distruzione di embrioni in laboratorio;

-         non ritirai la quarta scheda (Per l’autodeterminazione e la tutela della salute della donna). Ai referendum è possibile far mancare il quorum selettivamente: scelsi di adottare un diniego tanto rigido verso l’ultimo quesito per affermare che i diritti essenziali (di cui quello alla vita costituisce la punta di diamante) non possono essere subordinati ad alcun criterio di attribuzione progressiva, qualora l’individuo di specie umana venga a trovarsi in condizioni di terzietà fisica. Nella codifica delle leggi, gli aspetti oggettivi (umanità) devono avere la precedenza su quelli soggettivi e/o convenzionali (personalità) senza tema di riduzionismo, poiché è assolutamente logico che il diritto applichi la sua sovranità al campo dei dati di fatto (come la specie) e lasci invece alle singole sensibilità ogni ulteriore restrizione motivata da fattori morali trascendenti o indimostrabili (come la presenza o meno dell’anima o la presunzione dell’autocoscienza). Diversissimo il contesto giuridico dell’interruzione di gravidanza, in cui l’antagonismo tra madre e figlio non si esplica in stato di separazione dei due soggetti.

Le linee-guida della legge hanno aggiunto alla normativa un’indicazione piuttosto contraddittoria: pur rimanendo severamente vietata la diagnosi genetica di preimpianto, viene permessa l’analisi osservazionale degli ovociti fecondati. La quale, ove dovesse avere esiti infausti, può mettere nelle condizioni di “lasciar morire” l’embrione. Ora, io mi domando: non è più sensato consentire anche i test genetici ed eventualmente ricorrere alla stessa soluzione, piuttosto che impiantare in utero embrioni difettosi da sottoporre a riduzione fetale certa?
Più in generale, il dibattito sulle biotecnologie mette a confronto diverse concezioni epistemologiche. Nella mia, le domande sul senso della vita e sui confini etici entro cui l’intervento su di essa è compatibile con la dignità dell’uomo sono le domande più autenticamente razionali. Il miglior attestato di dedizione alla scienza – detto da uno che ha passato tutta la vita a studiare materie scientifiche – consiste proprio nell’opporsi a ogni tentativo di separarla da questi interrogativi o di caricarle sulle spalle la missione impossibile di risolverli da sola. E nel ragionare attorno alle implicazioni della (bio)tecnologia per i destini dell’umanità, anziché accettare in modo incosciente e irrazionale una visione meccanicistica dell'uomo e dell'individuo.

Pubblicato il 23/2/2007 alle 11.37 nella rubrica Diario.

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