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Uno sguardo all'America del prossimo futuro

Mancano ancora due anni all’insediamento del prossimo presidente USA, eppure l’interesse dei media per la corsa alla Casa Bianca del 2008 sta già montando. I motivi di un clamore tanto precoce stanno nella fortuita combinazione di apparenti “stranezze” che promettono di incidere trasversalmente i confini della geografia politica americana.
Per comprenderne la natura, è necessario tenere presente che nel sistema elettorale yankee – severamente ancorato a un metodo ultra-maggioritario anche al caro prezzo di sacrificare al bipartitismo gran parte della partecipazione al voto – non esistono una “destra” e una “sinistra” a collocazione partitica fissa. Gli Stati Uniti sono una democrazia capitalistica, nella quale il successo politico si misura con la capacità di mobilitare risorse finanziarie a sostegno di una piattaforma ideale, data dalla risultante degli interessi particolari espressi da platee elettorali vastissime. All’interno di queste ultime, in ambedue i partiti nazionali, trovano spazio istanze riconducibili a tutte le culture politiche, con pesi specifici variabili a seconda del periodo storico a cui si faccia riferimento. Prima che Lyndon Johnson apponesse la sua firma sull’atto di de-segregazione dei neri (1964), ad esempio, nel Partito Democratico era presente una vivace e nutrita ala conservatrice e i Repubblicani rappresentavano la confederazione interconfessionale delle chiese protestanti americane. La dialettica interna alle due compagini, com’è noto, si risolve attraverso il meccanismo delle elezioni primarie, che sanciscono tramite una vera e propria asta – ovvero: le vince letteralmente chi offre di più – la personalità individuale più adatta a incarnare la compositio oppositorum su cui si basa la formazione delle classi dirigenti d’oltreoceano.
Ecco perché, a dispetto delle sciatte corrispondenze offerte dagli inviati italiani negli USA, non deve stupire il profilo politico estremamente singolare che contraddistingue i probabili futuri candidati alla carica più importante del mondo.
I due frontrunners repubblicani – John McCain e Rudolph Giuliani – esercitano paradossalmente maggiore attrattiva sull’elettorato indipendente che non su quello conservatore o “di destra”. Questo perché il primo, 72enne senatore dell’Arizona, è considerato pregiudizialmente ostile alla destra cristiana, verso la quale ha avuto uscite anche molto polemiche, oltre che un egocentrico di dubbia affidabilità. Interventista in politica estera e ortodosso senza eccessi in bioetica, gli basterebbe forse un buon candidato vice per stemperare l’immagine di vecchio anticonformista “a prescindere” che comunica all’esterno.
L’ex sindaco di New York, dal canto suo, è ritenuto ancora più liberal di McCain sui temi sociali: pro-choice e favorevole al matrimonio gay, ha vissuto per qualche tempo con due suoi amici “pacsati” e ha marciato vestito da donna alle parate dell’orgoglio omosessuale. Il giudice italo-americano, tuttavia, può rassicurare i repubblicani più destroversi giocando sulla distinzione tra le sue convinzioni etiche personali e i provvedimenti politici che intende assumere o preservare: Giuliani, infatti, sarebbe contrario all’aborto, ma ne sostiene la depenalizzazione come male minore. È poi fresco di pronuncia l’endorsement che Ted Olson, ex vice Procuratore Generale degli Stati Uniti, ha rivolto al “sindaco d’America”. Una frase per tutte: “Le vedute di Rudy su molti, molti punti di principio si dimostreranno compatibili con quelle delle persone appartenenti alla comunità politica conservatrice”.
Mitt Romney ha ricoperto fino allo scorso Novembre la carica di governatore del Massachussets (un po’ come se vi fosse stato per anni un forzista alla guida dell’Emilia-Romagna) e l’altro giorno ha annunciato ufficialmente la sua discesa in campo. Anche lui presenta un identikit politico assai composito: contrario alle nozze omosessuali e alla clonazione terapeutica, è però favorevole alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. Oltrettutto è mormone e, come tale, facente capo a una morale confessionale scarsamente compatibile con la democrazia liberale, in quanto – similmente all’islamismo – la dottrina che professa afferma di poter obiettare alla legge positiva. Per esempio riguardo alla poligamia, che i mormoni ammettono e, nelle comunità agricole, incoraggiano: ironico che, tra tutti i papabili nelle fila del GOP, l’unico ad essersi sposato con una donna sola sia proprio Romney (gli altri sono tutti pluridivorziati).
Newt Gingrich è decisamente il mio candidato ideale. Artefice del Contratto con l’America, che nel ‘94 ha riportato i repubblicani in maggioranza a Capitol Hill dopo quarant’anni di egemonia democratica, Gingrich personifica alla grande il programma di taglio delle tasse e di “cura dimagrante” per l’apparato statale in grado di attrarre ogni buon federalista. In vista dell’appuntamento presidenziale del 2008, Newt sta comportandosi come un novello Cincinnato. Percorrendo in lungo e in largo gli USA con le sue ricette ultra-liberiste per riformare la sanità, l’energia e la sicurezza nazionale, l’ex professore di storia cerca di ovviare alla sue scarse entrature nella macchina organizzativa del partito coagulando attorno a sé un consenso di lungo termine presso la base elettorale – e difendendo un’immagine da candidato restio a sporcarsi con la politica attiva ma decisivo-per-il-nostro-tempo (vedi Fortune).
Jeb Bush, il fratello del presidente, sarebbe il miglior articolo del lotto se gli Stati Uniti fossero una monarchia e non una repubblica. Chiude l’esperienza da governatore dello stato-chiave della Florida con un gradimento al 60%, attira voti centristi benché ideologicamente molto più “a destra” di George W. ed è ovviamente il più gradito alla base conservatrice, ma il terzo Bush in vent’anni sarebbe davvero troppo. Si pensa che possa presentarsi in ticket con il prossimo candidato repubblicano e, di conseguenza, rimandare la sua nomination di qualche legislatura.
Su tutti i candidati del GOP, ovviamente, pende la spada di Damocle del conflitto iracheno. Proprio Newt Gingrich si dice convinto che, se non migliora la situazione a Baghdad, “vincere sarà durissimo”.
E i democratici? Il partito dell’asinello, per le issues fortemente progressiste che hanno preso il sopravvento al suo interno da parecchio tempo a questa parte, mi interessa molto meno del suo diretto concorrente. Ignoro quale tipo di ragionamento possa spingere Christian Rocca, uno degli unici due americanisti attendibili rimasti nel panorama giornalistico italiano (l’altro è Maurizio Molinari), ad asserire che Hillary Clinton abbia già la vittoria in tasca. Personalmente l’irresistibile ascesa dell’illustre consorte, analogamente a quella di Ségolene Royal in Francia, mi sembra galleggiare su una fragile bolla mediatica. Non va meglio con Barack Hussein Obama, variante coloured del sogno kennedyano, il quale somiglia a un Rutelli all’ennesima potenza: anche lui – come la Clinton, per la verità – pensa di poter drenare in scioltezza voti religiosi agli avversari semplicemente riempiendosi la bocca con il nome di Dio. Probabilmente considera gli americani degli ingenui pronti a ingoiarsi la sua retorica tutta d’un fiato, e si sbaglia di grosso. Ancora meno avvincente è la strategia attendista adottata da Al Gore, che rimane all’inguatto nella speranza di potersi approfittare delle numerose giravolte compiute dalla Clinton sulla politica estera e di difesa.
Più interessante è invece l’incrinatura tra conservatori e libertari aperta dal sorgere, nel midwest, di figure democratiche moderate (come il governatore del New Mexico Bill Richardson) e liberal-populiste (come il suo collega del Montana Brian Schweitzer), capifila di quei bluedogs che hanno guidato i dems alla riconquista dei due rami del Parlamento. La coalizione reaganiana, cementata dalla battaglia comune contro le tasse e lo stato, rischia di perdere la sua componente libertaria a causa dell’attivismo religioso dei social conservatives sul fronte etico. I riformisti finiranno tra le braccia dei democratici? Dubito anche di questo perché, se al partito dell’asinello riuscisse contemporaneamente – anche solo in parte – la manovra inclusiva di cui sopra nei confronti dell’elettorato cristiano, il conflitto tra posizioni laiche e confessionali non farebbe che spostarsi da “destra” a “sinistra”. Dove si mescolerebbe con esiti esplosivi allo statalismo fiscale che alligna tra i progressisti.
Mentre gli americani dispongono del sistema politico più idoneo a far germogliare idee e contaminazioni sempre nuove e avvincenti, in Italia tengono banco la fusione fredda tra cattolici adulti e postcomunisti e l’utilizzo dell’identità cristiana a mo’ di bandierina politica micro-reazionaria. Sospiro.

Per saperne (molto) di più: Camillo, Alla conquista della West Wing, S’avanza uno strano liberal, I quattro candidati-ombra sulla riva del PotomacHillary sì, Hillary no e Metro-Republicans

Pubblicato il 15/2/2007 alle 9.52 nella rubrica Diario.

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