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Il punto sulle bersanizzazioni/3

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Ma veniamo alle truffe realmente colossali, ché finora si è scherzato. Con il furto dei cosiddetti conti correnti “dormienti”, cioè inutilizzati da almeno dieci anni e automaticamente dati per abbandonati, il governo Prodi assumerà nella Pubblica Amministrazione dai 300 ai 350 mila precari. Che, sommati alle assunzioni programmate nel settore scolastico (150 mila in tre anni), significano un bacino clientelare pari a 500 mila unità. Per non tacere dell’indotto familiare che tale regalia di massa si trascinerà dietro: si parla in ogni caso di voti a centinaia di migliaia. Il bagno di statalizzazione così enumerato fa il paio con la strombazzata riforma del pubblico impiego, che l’esecutivo ha voluto includere nel suo piano di ristrutturazione del sistema-Italia in senso liberale. Quest’ultima parola, ormai sottoposta a un pauroso livello di pressione inflazionistica, grida vendetta per l’ennesima ferita infertale da un martellamento mediatico senza precedenti per mistificazione politica e diffusione di informazioni tendenziose.
Nel testo di riforma, la mobilità dei dipendenti è prevista solo se volontaria e il personale non dirigente è sottratto dalle valutazioni di efficienza e produttività, che riguardano comunque le strutture operative nel loro complesso, ma mai il rendimento dei singoli impiegati. Tali “verifiche”, lungi dall’essere affidate ad autorità esterne e imparziali, saranno condotte da Amministrazioni Pubbliche e sindacati, in palese conflitto d’interessi rispetto alla loro reciproca funzione di controllo.
L’input di sindacalizzazione negli apparati dello stato configura un enorme rischio per gli equilibri democratici – già piuttosto labili – dell’Italia. I controlli di efficienza e produttività si risolveranno in una massiccia “mobbizzazione” degli elementi non iscritti al sindacato, troppo reazionari, e nella prevedibile messe di favoritismi nei confronti degli sfaticati con la tessera giusta in tasca.
Si sente parlare, a buon diritto, di “cogestione sindacale dei poteri pubblici”: la concertazione dell’assetto degli organici e degli avanzamenti di carriera tra sindacato a Pubblica Amministrazione esibisce pesanti pregiudiziali di incostituzionalità. Essa violerebbe i principi della “imparzialità dell’amministrazione” (art. 97, comma 1) e dei dipendenti pubblici “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98, comma 1). Un golpe strisciante, in altri termini.
Per chiudere in bellezza, qualche nota sul fondo infrastrutturale (F2I) tenuto a battesimo da Tommaso Padoa-Schioppa nei giorni scorsi. Trattasi di società di gestione del risparmio nata lo scorso anno su iniziativa della Cassa Depositi e Prestiti. La Cassa ne detiene il 14%; Unicredit e Intesa/San Paolo hanno il 10% a testa; fondazione Cariplo, fondazione Cassa di Risparmio di Torino e fondazione MPS il 5,7% ciascuna. Stessa quota spetta a un consorzio di altre quattro fondazioni bancarie: CR di Bologna/Padova, Cuneo, Forlì e Rovigo. Il 3% va alla cassa previdenziale dei geometri. Può darsi che entrino nell’azionariato Lehman e un’altra banca straniera con il 15% a testa. La leva finanziaria permetterebbe al fondo di raggiungere anche i 10 miliardi di Euro di partecipazioni.
L’ex ministro Giulio Tremonti, ospite di Otto e Mezzo Martedì sera, difendeva il monopolio della mano pubblica nella realizzazione di infrastrutture di rete di interesse collettivo. Ma cifre tanto enormi possono significare soltanto il progetto di acquisire – in parte nazionalizzandoli – beni infrastrutturali già esistenti, non di costruirne ex novo. Questo IRI “frammisto” e consociativo fornirebbe una possente diga per marginalizzare l’impresa privata italiana e, nel contempo, darebbe corpo all’unico punto programmatico compiutamente formulato in quel casellario di anacoluti e sgrammaticature varie che è il maxi-programma elettorale dell’Unione: il conferimento al settore pubblico del controllo delle reti di distribuzione. Snam Rete Gas e la rete fissa di Telecom Italia – già adocchiata mesi addietro dal consulente prodiano Angelo Rovati – sarebbero le prime ghiotte prede del mega-consorzio. Ecco perché Antonio Catricalà, per conto dell’Antitrust, e Lamberto Cardia, in nome della Consob, si oppongono a una misura all’apparenza dettata dal buonsenso liberale come la separazione di rete (Snam) e distribuzione (Eni) in materia di risorse energetiche: temono che a un’implementazione anti-mercato se ne sostituisca un’altra ben peggiore. Ed ecco perché tante banche facoltose scelgono di impegnare i loro soldi a interessi verosimilmente più bassi di quelli di mercato: meglio incassare profitti bassi ma sicuri che alti ma incerti. Si fa all’italiana, per giunta, poiché molte delle risorse finanziarie provengono dai forzieri dello stato, che a sua volta si gode la supremazia su un fondo misto pur possedendone percentuali azionarie relativamente basse.
Confusione di cause ed effetti; uso spregiudicato della terminologia liberista davanti ai microfoni; sistematico riassetto degli equilibri di mercato in favore degli amici degli amici; il tutto dietro le parole d’ordine del peggior consumerismo all’americana, in cui si sostanziano le residue velleità di lotta di classe da parte di tanti tartufi baffuti.
Abrogare il “liberalismo” e riaprire l’era del liberalesimo: questa dovrà essere la prima autentica liberalizzazione politico-culturale del nuovo secolo.

Per saperne (molto) di più: Jim Momo, Così si puntella il regime, Riforma degli statali, una truffa clamorosa e pericolosaAltro che riforma, un attentato alla Pubblica Amministrazione e E intanto Prodi ricostituisce il suo impero pubblico.

                                                                                                       3.Fine

Pubblicato il 3/2/2007 alle 9.35 nella rubrica Diario.

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