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"Prodienko": torti e ragioni

La ricostruzione della connection Guzzanti-Scaramella-Litvinenko-Prodi, per il modo frammentario e contorto in cui è stata fornita dal circuito mediatico (anche e soprattutto su internet), continua a lasciarmi con numerosi dubbi irrisolti. Ne ho esposti parecchi qui, ma ne ripeto e aggiungo qualcuno in breve: la lista esaminata dall’informatore napoletano e dall’ex spia russa al sushi bar di Piccadilly Circus conteneva i nomi delle potenziali vittime di ritorsioni putiniane (come sostenuto ad esempio qui e qui) oppure un elenco di indiziati dell’omicidio di Anna Politkovskaja (vedi qui e qui)? Se la risposta giusta è la prima, perché mai Scaramella avrebbe dovuto provare tanto sconcerto – al punto da attraversare precipitosamente la Manica – leggendo il suo nome e quello di Guzzanti tra i possibili bersagli, se tale status di perseguitato gli era noto già da un anno grazie a una dritta dello stesso Litvinenko (ulteriori dettagli qui)? Se invece fosse buona la seconda, a qual pro tirare in ballo l’equivoco ruolo giocato dal faccendiere Eugenij Limarev, prima accusandolo di aver “forgiato” la mail responsabile dell’infingarda trasferta londinese di Scaramella e poi sollevandolo da ogni responsabilità in quanto strumentalizzato e manipolato dai giornalisti-fabbricatori di Repubblica? E ancora: di quale credibilità può godere l’ex consulente della Commissione Mitrokhin, con quel curriculum vitae che sembra uscito dalla penna di Maurizio Milani?
Sono poi dello stesso schietto avviso di Arturo Diaconale, quando approfitta dell’intricata faccenda per rimproverare “di sponda” a Guzzanti alcune sue innegabili idiosincrasie. Più in generale, non se ne può davvero più dei tanti orfani del sinistrismo – ex comunisti, ex PotOp, ex FGCI, ex Lotta Continua, ex PSI, radicali cannibalizzati da Pannella e quant’altro – che, approdati buoni ultimi ai meno disastrati ma culturalmente più disomogenei lidi di centrodestra, pretendono di imporre a tutta una parte politica il loro elitismo intellettuale da operetta e il loro modus operandi. Con precisi – e, dal mio punto di vista di liberalconservatore mai ricreduto, inopportuni – effetti anche sul modo di fare informazione e di rapportarsi alle proprie fasce sociali di riferimento. Da cui quella venatura di micro-settarismo rinfocolatore che contraddistingue coloro che, come ultimamente capita abbastanza spesso a Paolo Della Sala, sembrano ritenersi gli isolati depositari di una superiore comprensione della realtà di cui, “per mancanza di garantismo, per viltà, per ignoranza, o per furbizia”, il gregge dei “candidi babbioni di centrodestra” si ostinerebbe a privarsi. Anche dopo essere passati dall’altra parte della barricata politica, in pratica, taluni non perdono il vizio di voler ammaestrare masse ritenute incapaci di capire appieno e autonomamente il mondo che le circonda, e mi rincresce profondamente dover prendere a modello di questo atteggiamento proprio uno dei cinque blogger presenti sin dal mio primo giorno di “vita” tra i link disponibili a destra dello schermo.
Magari Paolo non ci crederà ma, di fronte ai primi particolari trapelati a margine di questa spy story anglo-sovietica, il mio primo pensiero fu che, di fronte alla notizia di presunti legami di Berlusconi con la CIA, si sarebbero immediatamente mobilitati i potenti mezzi della stampa più accreditata. E che Prodi, invece, avrebbe beneficiato ancora una volta del solito speciale riguardo in cui il mainstream media progressista tiene i suoi beniamini. Capirai che osservazioni risolutive. Per fronteggiare questo stato di cose, io che di sinistra non sono (mai stato) voglio poter adoperare strumenti controintuitivi diversi da quelli utilizzati dai miei avversari. Il gioco delle retoriche contrapposte – cioè delle antitesi dialettiche forzose – non mi interessa e non mi appartiene.
Quindi, prendendo visione di questo articolo pubblicato lo scorso 26 Novembre su La Repubblica (molto interessante, anche per ragioni che illustrerò in seguito), tutto mi era venuto da pensare meno che tralasciasse di specificare quale fosse stato l’argomento di discussione tra Litvinenko e gli italiani. Eccone un estratto molto significativo:

“Ho raccontato come l'Fsb, il nuovo servizio segreto russo, sia una struttura mista di intelligence e crimine organizzato. Ne ho spiegato le origini nella dissoluzione del Kgb. Ho offerto i nomi degli uomini che avevano operato in Italia, ma Mario insisteva su tre questioni.
a) Il sequestro Moro e i rapporti di Prodi con il Kgb. Mario mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi.
b) Le attività dei Verdi. Mario sembrava ossessionato dal gruppo dei Verdi. Non avevo particolari informazioni. Piuttosto fui io ad ascoltarlo attentamente, mentre sosteneva che dietro la loro attività politica potessero nascondersi interessi del Kgb.
c) La Olivetti. Mario voleva sapere se gli affari dell'Olivetti nell'ex Unione Sovietica nascondevano legami con il Kgb”.

Laddove a parlare in prima persona è Alexander Litvinenko (e la sottolineatura è mia): basta una lettura frettolosa, per cogliere al volo la materia del contendere, ossia le infiltrazioni dei servizi segreti sovietici negli ambienti della sinistra italiana e in particolare la posizione preminente attribuita a Prodi in questa rete di collaborazionismi. Da notare che il testo repubblichino viene presentato come la trascrizione di un colloquio tenutosi il 3 Marzo 2005 tra l’ex tenente colonnello del Kgb e alcuni inviati del quotidiano. Il nocciolo della contro-testimonianza sta in un ribaltamento di prospettiva, per cui Litvinenko dichiara di aver collaborato con la Commissione Mitrokhin solo allo scopo di evitare che suo fratello Maxim – residente a Rimini con un visto studentesco – fosse espulso in Russia e consegnato a morte certa. L’esule russo, poi, non risparmia attacchi pesantissimi a Berlusconi, accusato di aver scambiato con Putin le informazioni raccolte da Scaramella (tramite Litvinenko stesso) per ottenere “altro” in contropartita. Cosa fosse questo “altro” non è dato sapere, ma del resto è noto che l’importante è calunniare: qualcosa resta sempre.
Facciamo mente locale. Repubblica dispone di notizie scottanti già nel 2005, ma le tiene nel cassetto in vista di un loro pronto utilizzo contro i “mestatori” al soldo della Mitrokhin. Una sincronia precognitiva alquanto sospetta, tenuto conto della spendibilità preelettorale di uno scoop antiberlusconiano di tale portata. Passo fondamentale dell’articolo è però quello in cui Litvinenko afferma di non aver mai sentito parlare di Romano Prodi prima di essere interrogato da Mario Scaramella. Gli aficionados di questa vicenda non possono altresì ignorare che l’indiscrezione secondo cui Prodi sarebbe stato “l’uomo del Kgb in Italia” fu trasmessa a Litvinenko dal generale Trofimov quando, nel 2000, l’ex spia mediatava di muovere verso il Belpaese. Qui c’è qualcuno che non la conta giusta, a quanto sembra, perché delle due l’una: o Litvinenko sapeva dei trascorsi prodiani già nel 2000 o gliene ha dato contezza solo l’interrogatorio protetto con Scaramella, nel 2005. Chi è che mente?
Ieri La Repubblica ha dato alle stampe un nuovo articolo inerente la connection, stavolta per smentire l’attendibilità del video – in cui compaiono Scaramella, Litvinenko e suo fratello in veste di interprete – trasmesso Lunedì sera da Panorama della BBC. Nello speciale si dà conto precisamente della soffiata su Prodi e sulle sue implicazioni con il regime sovietico, ma i republicones sostengono si tratti di una montatura orchestrata da Scaramella nel Febbraio 2006, con relativa imbeccata di due complici per forza di cose (ancora per via del “ricatto al fratello” di cui sopra, si presume). Le date combacerebbero peraltro con quelle a cui alludeva l’eurodeputato inglese Gerard Batten nel suo celebre intervento (repetita iuvant, qui il video e qui la trascrizione) del 3 Aprile 2006.
Ora, tra il Marzo 2004 – periodo in cui Litvinenko, stando alla sbobinatura di Rep., dice di aver incontrato Scaramella per la prima volta – e il Febbraio 2006 intercorrono più di due anni. Un lasso di tempo più che sufficiente per permettere a una ex spia di sottrarre se stesso e i suoi cari alle macchinazioni occulte escogitate da Berlusconi e dai suoi sgherri. Va bene che parliamo di una “barba finta” un tantino arrugginita, stante la sequela di trabocchetti e di fregature in cui il Nostro è caduto senza mai mettersi sull’avviso, ma rimanere passivamente ostaggio dei mandatari della Mitrokhin per tutto quel tempo diventa troppo anche per lui. Uno che realizza di essere stato “usato” dagli uomini di “un piccolo bugiardo, degno della stessa considerazione che si dà al proprio cagnolino cui si dà da mangiare sotto il tavolo” (dove il grazioso attestato di stima è riferito a Berlusconi), tratte simili conclusioni organizza qualche contromossa. Non rimane a collaborare con gente che lo paga in nero e gli cripto-sequestra il fratello. Invece, secondo Repubblica, in due anni Litvinenko deve quantomeno aver dimostrato di sapersi adattare piuttosto remissivamente alle disavventure impreviste e alle consulenze sottobanco. Lui, fuggito in modo rocambolesco dalla Russia putiniana, capace di mettere al sicuro anche suo fratello in un contesto simile e ammazzato atrocemente assieme alle sue scomode verità, sarebbe stato un individuo così meschino? Si fa fatica a crederlo.
Anche le versione di Rep. tradisce discrete dosi di tendenziosità e di approssimazione logica, per farla breve. Se a questa constatazione si aggiunge che Paolo Guzzanti accusa il giornale del gruppo DeBenedetti di non disporre delle registrazioni dell’intervista postuma a Litvinenko datata 2005, il sapore della faccenda vira al fiele.
Lasciando perdere ogni mia ubbia sull’ermeneutica del giusto modo di “essere di destra”, qui abbiamo un senatore della Repubblica (italiana, beninteso) che si protesta vittima di una diffamazione a mezzo stampa mutilata del sacrosanto diritto di replica. Ma non solo: dagli attacchi di Rep. traspare la volontà di screditare le risultanze peritali dei lavori di una commissione parlamentare d’inchista con metodi estranei alle procedure democratiche. Di più: i cadaveri di Trofimov, della Politkovskaja e di Litvinenko chiedono giustizia. Ancora di più: con accuse che investono la reputazione del Presidente del Consiglio, alle prime, comprensibili cautele (da dilettante allo sbaraglio, pensavo che la grande stampa stesse attendendo il momento giusto per mettere in campo notizie di prima mano, previo vaglio di fonti informative auspicabilmente riservate ed esclusive) continua a fare seguito un silenzio che francamente inizia a preoccupare. A fronte di ipotesi che mettono pesantemente in discussione l’onorabilità dei vertici istituzionali non si può fare finta di nulla, specie ove si appartenga organicamente alle strutture di quel “quarto potere” che, per l'appunto, dovrebbe essere nella condizione di potere (e volere) guardare ai grandi temi di attualità da posti di osservazione ben più esaustivi di quelli di un blogger munito delle sue brave nozioni di riporto.
Insomma: Presidenti di Camera e Senato, testate giornalistiche rinomate, dove siete? Cosa aspettate a ristabilire un minimo di correttezza istituzionale? La democrazia è fatta di forme, sapete?

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Pubblicato il 25/1/2007 alle 12.26 nella rubrica Diario.

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