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Tri-dazer

1 – Fuoco

Non occorre possedere un eccezionale esprit de finesse per arguire che, da queste parti, il giudice Clementina Forleo non gode di grande considerazione, né umana né professionale. Questa seconda, decisiva categoria di valutazione ha ricevuto anche le stigmate della Corte di Cassazione, allorché ieri l’altro la sentenza di assoluzione a suo tempo formulata dalla magistrata noglobal nei confronti di alcuni membri di Ansar al Islam (formazione terroristica islamica facente capo al network di al Qaeda) è stata proclamata – per l’appunto – cassata.
Nelle motivazioni del verdetto, tra l’altro, si afferma che:

 

“Costituisce atto terroristico anche quello contro un obbiettivo militare, quando le peculiari e concrete situazioni fattuali facciano apparire certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile, contribuendo a diffondere nella collettività paura e panico. [...]
[Sono quindi considerati atti terroristici non solo quelli] esclusivamente diretti contro la popolazione civile ma anche gli attacchi contro militari impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”. [fonte] 


Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Ma nemmeno per sogno. Gli stralci di cui sopra, infatti, suscitano un interrogativo per nulla secondario: e se i militari coinvolti negli attentati non fossero affatto stati “impegnati in compiti del tutto estranei alle operazioni belliche e a queste neppure indirettamente riconducibili, quale lo svolgimento di aiuti umanitari”? Sarebbero forse apparse meno “certe ed inevitabili le gravi conseguenze in danno della vita e dell’incolumità fisica della popolazione civile”, provocate dall’attacco a tradimento lanciato da formazioni armate sprovviste di uniformi, mandato democratico e autorità giudiziarie di riferimento? Bisogna pensare qualche momento a dove si possano rinvenire dati giurisprudenziali in grado di far luce sul rovello in questione.
Ecco: magari pescando tra le passate sentenze della Suprema Corte. Ma in quali circostanze può essersi mai verificato uno scenario para-bellico paragonabile a quello creatosi nell’Iraq di oggi, con truppe di occupanti colpite dai sabotaggi e dalle imboscate di cellule armate spontaneamente organizzatesi tra la popolazione civile? Mumble mumble.
Ecco: la lotta partigiana in Italia dal 1943 al 1945. Lungi da me ogni parallelismo fuori luogo, s’intende: americani e nazisti non costituiscono certo la medesima tipologia di “occupanti”, né mi sogno lontanamente di assimilare la lotta partigiana alle poco eroiche gesta dei tagliagole capeggiati dal fu al Zarqawi. Però anche in quel contesto furono condotte operazioni militari informali che causarono “danni collaterali” tra i civili. Ma quali, in particolare? Pensa che ti ripensa...
Ecco: l’attentato di Via Rasella del 23 Marzo 1944. Basta un clic su Google e salta fuori un bilico di risultati. L’ultima sentenza relativa all’episodio di specie risale al 1999, ed è stata emessa proprio della Cassazione. Dopo aver motivato l’accoglimento del ricorso da parte degli attentatori – precedentemente fatti oggetto di una archiviazione in malam partem – con osservazioni di carattere sostanziale e procedurale, la sentenza entra nel merito. E, tra l’altro, dice che:

 

“L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri nei giorni seguenti), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti. [...]
Il fatto oggetto della richiesta di archiviazione proposta dal P.M. e del provvedimento impugnato per la qualità di chi lo commise, per l'obiettivo contro il quale era diretto e per la finalità che lo animava, rientra, in tutta evidenza, nell'ambito di applicazione del D.L.vo Lgt.12.4.1945 n. 194, che dispone: «Sono considerate azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute dai comitati di liberazione nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita». [...]
La legittimità dell'operazione considerata, unitaria nell'azione e nello scopo perseguito, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di «azione di guerra». Le azioni predette sono purtroppo per loro natura caratterizzate da effetti consimili, come emerge dal «bombardamento» disciplinato dal Titolo II, Capo II Sez. II della legislazione di guerra di cui al R.d. 1415 del 1938, all. A.
[...] Esclusa così la configurabilità del reato di strage contestato, il provvedimento d'archiviazione impugnato, abnorme, può essere riportato a legalità sostituendosi, a quella parte nella quale si dichiara la responsabilità dei denunciati per il reato predetto e si motiva l'archiviazione sulla base dell'amnistia disposta con D.L.vo Lgt. 5.4.1944 n. 96, la motivazione inerente alla non previsione del fatto come reato dalla legge”. [fonte]

 

Laddove naturalmente le sottolineature sono mie. A questo punto, per non contraddire se stessa, la Cassazione – nel caso in cui fosse chiamata a esprimersi sulla legittimità di un attentato dinamitardo contro soldati americani nel pieno svolgimento di “operazioni belliche” – dovrebbe pronunciarsi pro reo. Col non proprio spettacolare risultato di equiparare giuridicamente, sebbene solo in parte, la posizione delle truppe USA oggi di stanza in Iraq alle SS della buonanima Kesselring.
Cristallino, nevvero?

 

2 – Fulmine

Giuseppe Regalzi trae spunto da un’intervista rilasciata da Ugo De Carlo al quotidiano L’Avvenire per ribadirsi favorevole all’introduzione del testamento biologico. Il brano chiamato in causa:

 

“quando una persona passa improvvisamente da una situazione di relativo benessere a uno stato in cui debbono essergli praticati trattamenti sanitari mentre si trova in una situazione di incapacità, emerge un altro problema. In questi casi, infatti, il consenso di cui si terrebbe conto è quello espresso in circostanze completamente differenti. Ritengo infatti che la non attualità del consenso, o meglio, del dissenso preventivo, sia senz’altro l’aspetto più inquietante di questo strumento.

Per quali motivi?

Al di là dei possibili miglioramenti diagnostici e terapeutici che possono intervenire nel medio termine, mi chiedo chi potrebbe garantire che le scelte fatte quando si gode di un’apprezzabile salute sarebbero confermate nel momento in cui si vivesse una certa situazione di malattia. Per limitare tale aspetto, che costituisce la più grande controindicazione al testamento biologico, è necessario affermare che il medico non può essere vincolato in modo assoluto alle dichiarazioni anticipate del paziente”.

 

Le controargomentazioni di Regalzi:

 

“Al di là degli argomenti traballanti (anche un testamento non biologico viene «espresso in circostanze completamente differenti» da quelle in cui viene attuato, ma ciò non impedisce certo che sia valido; e in ogni caso quale approssimazione migliore della volontà di un paziente incapacitato può esistere, prima facie, se non quella da lui stesso espressa in passato?), emerge anche stavolta – come in tutti i pronunciamenti di questo genere e da questo pulpito – un disprezzo malcelato, profondo, livido, per l’autonomia delle persone, ritenute incapaci persino di immaginarsi in una condizione diversa da quella solita, eterni minorenni bisognosi di libri che pensano per loro, di direttori spirituali che si occupano della loro coscienza, e di medici che decidono ciò che conviene loro”.

 

Adesso immaginate di dover discutere con un ingegnere strutturista, in via del tutto preliminare, le specifiche costruttive di un telaio in c. a. situato in zona sismica 1, quella più gravosa ai sensi dell’Ordinanza 3274. Senza enfasi, siete i committenti di un progetto che coinvolge questioni letteralmente di vita o di morte (le quali, come saprete, possono presentarsi anche all’infuori dall’ambito medico).
In fase di progettazione di massima, occorre ponderare precise alternative tecniche. È possibile calcolare l’ossatura portante in modo da conferirle caratteristiche meccaniche e geometriche di forte duttilità o, invece, di elevata rigidezza alla traslazione. Si tratta di scelte che hanno profonde e differenti ricadute sia sul tipo di comportamento del complesso edilizio eccitato da un terremoto che sul livello di qualifica professionale da richiedere all’impresa costruttrice, quindi sui costi di realizzazione dell’immobile. Immagino lo sappiate tutti, del resto.
Il committente deve scegliere tra una struttura duttile (travi ricalate con rottura bilanciata, nodi ad armatura continua, confinamento del calcestruzzo e tante altre amenità di dominio corrente), che richiederà grande perizia – cioè disponibilità di tempo e denaro – nella realizzazione degli elementi orizzontali, e una struttura rigida (travi in spessore, nodi con armatura risvoltata e rottura delle travi anche nel campo 2a del diagramma di Prandtl), che, all’opposto, obbligherà a gettare pilastri molto ingombranti, sovente di difficile implementazione nell’insieme di vincoli architettonici stabiliti in fase meta-progettuale. Inezie, si dirà. Però bisogna almeno fornire un’indicazione preliminare al progettista.
Ora, per disgraziata combinazione, al committente occorre un colpo d’apoplessia proprio all’uscita dallo studio di progettazione. C’è da sperare che, tramite apposito documento olografo, egli abbia potuto/saputo/voluto anticipare le direttive necessarie alla prosecuzione dell’accantieramento (lo scavo di sbancamento, come spesso avviene in casi del genere, è stato eseguito preventivamente; e tutti gli adempimenti amministrativi sono stati completati). Dopotutto, si tratta di consegne alla portata di chiunque. Mica siete dei fanciulli; saprete pur discernere queste elementari faccende in anticipo e con assoluta cognizione di causa, o no?

 

3 – Acqua

Paolo della Sala linka una sinossi storica sul sionismo e la nascita di Israele, quale pezza d’appoggio per sostenere le sincere intenzioni liberatrici di Vladimir Jabotinskij nei confronti degli arabi sottomessi all’Impero Ottomano (correva l’anno 191) e la prevalenza demografica degli ebrei in Terra Santa già nel 1947.
Sennonché i 2Twins controbattono in rapida successione che:

 

“È pretestuoso affermare che la Jabotinskij abbia «liberato» gli arabi. La sua partecipazione alla prima guerra mondiale in Medio Oriente, converrai con me, non aveva proprio nulla a che fare con la volontà di liberare alcun popolo. Allora si combatteva per «power politics» (politica di potenza), per sconfiggere il nemico. Capitò che l'impero ottomano scelse la parte sbagliata. Che questo abbia portato alla liberazione degli arabi è poi un'altra faccenda. Ma non dipingiamo Jabotinskij come un partigiano degli arabi.
[...] nel sito che riporti non è riportata la data del censimento, ma poiché si parla di «popolazione in Israele», ovviamente non può trattarsi di dati relativi al 1947 – come tu scrivi – se non altro perché allora Israele non esisteva ancora. Probabilmente si riferisce al 1948.
Stessa cosa? Non proprio. Nel 1947, secondo l'Agenzia Ebraica, c'erano 500.000 ebrei in Palestina. Ciò significa che la differenza – ed è assolutamente credibile, dati i tassi di immigrazione di allora – con le cifre del sito che riporti è data da nuovi immigrati”.

 

E che:

 

“Jabotisnkij era un convinto sionista con il particolare difetto di concepire gli arabi come intimamente avversi tanto da suggerire di costruire «un muro di ferro, fino a quando non si saranno stufati di combatterci». Insomma: non solo non ha combattuto per l'indipendenza degli arabi, ma neppure la voleva.
[...] gli Americani non hanno acquisito alcun diritto sull'Italia per via della liberazione. Senza contare poi che, COMUNQUE, il contributo della legione ebraica e' stato certamente minoritario (non ho numeri, ma dubito si potesse trattare di più di qualche migliaia di individui).
Infine, solleva anche diversi dubbi «l'oppressione ottomana». In realtà il dominio Ottomano era praticamente inesistente in Terra Santa. Prova ne è il fatto che Francesi e Inglesi maneggiavano comodamente la zona, già dal 1981”.

 

Risponde infine Paolo:

 

“quella su Jabotinskij è una iperbole, ma certamente la sua «guerra» contro i turchi portò a qualcosa di tangibile, non solo alla dichiarazione Balfour, ma anche a un nuovo assetto del M.O.
Indubbiamente non fu l'altra faccia dell'intervento italiano in Libia; non fu, cioè, una battaglia per la liberazione di tutti i popoli dall'oppressione. Fu piuttosto una prima mossa verso l'indipendenza (di Israele, prima di tutto, ma per effetto domino, di tutti).
[...] Gerusalemme (il suo centro, almeno) era a maggioranza ebrea già nell'800. Idem altre città sulla costa. Basta leggersi il «Viaggio da Parigi a Gerusalemme e ritorno» di Chateubriand. Il punto, nel contesto retorico di un blog, non è di puntualizzare i dati storici uno alla volta e scollegati (il che diventa un limite nella comunicazione web), ma di fare sintesi e interconnetterli per formarne un messaggio.
Quindi il post vuole segnalare che – contrariamente a quanto l'opinione pubblica crede – la presenza di popolazione ebrea nell'attuale Israele è sempre stata viva e reale. Israele non è pertanto solo uno stato artificiale, creato all'indomani della Shoah, ma anche parte di un lungo movimento di liberazione nazionale”.

 

Dibattito senz’altro molto affascinante, questo, ma viziato all’origine da un errore di prospettiva “giuridicistica” che mette gli interlocutori nelle condizioni di non venirne mai a capo. Posto che l’autodeterminazione nazionale non basta, da sola, a garantire il rispetto dei diritti umani o di standard minimi di libertà individuali, va ricordato altresì che una predominanza etnica non giustifica di per sé la fondazione di uno stato nazionale sottoposto ad essa.
Se domani si scoprisse che esistono alcune enclave albanesi in Puglia (anzi, ora che ci penso quest’ultima non è una supposizione, ma un dato di fatto), ciò non consentirebbe assolutamente all’Albania di avanzare pretese espansionistiche su tali ipotetiche circoscrizioni. Né fu la presenza di coloni yankee in Texas, tra il 1836 e il 1845, a sancirne automaticamente l’annessione agli Stati Uniti a spese del Messico.
Le dispute territoriali si risolvono in favore di chi siede al tavolo delle trattative da vincitore dopo “regolare” conflitto bellico. È questo il caso degli israeliani, che hanno vinto più volte sul campo il loro diritto ad abitare negli ex-latifondi ottomani di Palestina, e dei texani di Sam Houston, che sconfissero Santana e si conquistarono la terra in cui abitano tuttora.
Se non si spezza questo nodo gordiano iniziale, hanno ragione tutti e nessuno, nello stabilire torti e ragioni in Medio Oriente.

Pubblicato il 20/1/2007 alle 14.25 nella rubrica Diario.

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