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Fassino, le sberle, la rivincita

La notizia del momento sarebbe che il Presidente del Consiglio, con una tournure lessicale tra il pilatesco e il vescovile, ha risolto il problema della base militare americana da ampliare in quel di Vicenza dichiarando che “il problema non è di natura politica ma urbanistica e amministrativa”, cioè in pratica demandando la politica estera italiana al sindaco del capoluogo berico.
Eppure, per quanto se ne tragga conferma anche in margine a questo scampato stallo diplomatico, il fatto di rilievo riguarda la sempre più evidente localizzazione di una vittima politica tanto fissa quanto illustre, nella quotidiana resa dei conti che agita i ben poco compatti ranghi dell’Unione prodiana. Precisando che “qualcuno ha parlato di referendum, sono tutte decisioni locali. Non siamo chiamati a nessun atto amministrativo”, il Professore ha infatti sferrato solo l’ultimo della discreta serie di schiaffoni morali collezionati nel corso di questa legislatura da Piero Fassino, il quale aveva proposto un plebiscito municipale per venire a capo della faccenda senza ferire i sentimenti della sinistra antagonista.
Il macilento erede di Togliatti e Berlinguer sembra essere stato scelto quale supremo capro espiatorio degli insuccessi del centrosinistra giudizioso e riformista. Gli alleati massimalisti, invece, gongolano, e ne hanno ben donde. L’agenda liberal messa in programma per il summit di Caserta è evaporata come rugiada sotto il sole estivo, l’asse privilegiato con Romano Prodi è più saldo e indispensabile che mai e le continue divergenze di schieramento sul piccolo cabotaggio lasciano campo libero ai temi su cui si coagula con meno difficoltà la koiné “de sinistra”: pacs, eutanasia e la cosiddetta “libertà religiosa”, il tutto ipervitaminizzato con abbondanti iniezioni di demagogia ambientalista e di retorica nonviolenta. Senza contare la relativamente agevole approvazione della mastodontica manovra Finanziaria “tassa e spendi” varata per il 2007.
All’orizzonte si profila dunque una striscia di elezioni intermedie negative per l’Unione, proprio come accadde al centrodestra durante gli anni del governo Berlusconi. In particolare i sondaggi prevedono una notevole erosione di consenso moderato, per l’alleanza di centrosinistra. Perciò su Fassino, oltre ai tatticismi precongressuali che minacciano la sua leadership sul Botteghino, si stringono a tenaglia le viste di una possibile sconfitta alle amministrative di primavera. Ecco perché al segretario dei Ds corre ogni giorno di più l’obbligo di accreditarsi quale voce critica nei confronti del “deficit di riformismo” dell’esecutivo, per esempio appellandosi all’avvio di una fantomatica “fase due” nell’azione di governo.
Romano Prodi pensava di aver preso sufficienti precauzioni, assegnando incarichi di primo piano ai congiurati che seppero fotterlo nel ’98: Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera, Massimo D’Alema al Ministero degli Esteri e Franco Marini alla presidenza del Senato. Aver sottovalutato la capacità d’interdizione di un Fassino a corto di capitale politico da spendere, però, potrebbe rivelarsi fatale per i disegni strategici del premier. Sarà la prospettiva dell’incombente referendum sulla legge elettorale bipartitica a offrire il destro alla controffensiva fassiniana. Com’è stato lampante dalla conferenza stampa di fine anno in poi, Prodi punta tutte le sue carte su una collaborazione nemmeno tanto occulta con l’Udc per introdurre il proporzionale alla tedesca, tenendo quindi a battesimo il Partito Democratico come ratifica definitiva del compromesso storico cattocomunista. Ma è qui che si mette di traverso la proposta di dialogo bipartisan che Fassino, tramite Giuliano Amato, ha lanciato a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale con l’idea di una convenzione bicamerale per la discussione di un sistema di voto condiviso. Con il sigillo maggioritario che i diessini vogliono imprimere al nascituro progetto democrat, il nuovo soggetto politico diverrebbe l’ultimo stadio della travagliata metamorfosi PCI-Pds-Ds, relegando una volta per tutte la cerchia prodiana nel ruolo ancillare che, numeri alla mano, le competerebbe dacché è salita alla ribalta.
La mossa di Fassino riporterebbe Forza Italia al centro dello scacchiere politico, con effetti dirompenti sui rapporti tra i Democratici di Sinistra e il patto d’acciaio tra Prodi e Rifondazione Comunista. Ma soprattutto, grazie alla consistenza numerica delle forze parlamentari che intende coinvolgere, sui residui sogni di restaurazione partitocratica: è questo il motivo che mi spinge a guardare con simpatia al nuovo inciucio tra postcomunisti e forzitalioti.

Pubblicato il 18/1/2007 alle 9.47 nella rubrica Diario.

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