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Apocalypto

Icastico: il senso di questo aggettivo descrive in pieno l’approccio di Mel Gibson alla regia cinematografica. Anzi, giusto per non esagerare con la sintesi chiamiamolo pure sadicamente icastico. È ovvio come la sensibilità stilistica ad alto tenore di didascalismo e di globuli rossi maturata dal Gibson regista non sia idonea a raccontare per immagini qualunque tipo di soggetto, meno che mai quelli bisognosi di sobrietà visiva, di rigore formale al limite del perfezionismo o di sapiente equilibrio nel controcampo. Lo sfrenato insistere sul sangue a fiotti e sulla carne macellata quali veicoli espressivi di una violenza estetizzata ed estetizzante, infatti, costituisce un espediente posto a naturale antitesi del pedagogismo buonista alla Paul Haggis o alla Tony Kushner (rispettivamente sceneggiatori di The Million Dollar Baby, CrashFlags of our Fathers e di Munich). Ambedue le soluzioni agevolano facili contrasti scenici tra bontà e cattiveria, instillando nel contempo la ricattatoria paturnia di non poter mettere in discussione tali partizioni etiche nette se non vergognandosi profondamente di sé. Sbozzati a colpi di mannaia gli inglesi machiavellici e ghignanti di Braveheart e di The Patriot, due film grossolani ma nel complesso efficaci, il buon Mel ha poi calcato la sua mano non proprio serafica sulla Passione di Cristo, dimostrando una volta per tutte di non avere una grande familiarità con il concetto di “finezza di gradazione”.
Detto questo, occorre tuttavia ammettere che l’australiano conosce il suo mestiere. Lo interpreta in chiave estremamente splatter/manichea e non tenta mai la scalata a chissà quali vette di virtuosismo, d’accordo, ma riesce sempre a colpire allo stomaco con un dispiegamento di tensione emotiva che, quando non si riduce solo a urtare i nervi oltrepassando gratuitamente certi livelli di guardia e di decenza, non può lasciare indifferenti. Gli stati d’animo elementari sono la sostanza di cui è fatta la sospensione d’incredulità: saperli suscitare significa saper raccontare bene. Se però i registri padroneggiati si limitano al materiale espressivo sufficiente per confezionare il classico “ammazza e scappa”, per fare un buon film basta allora conoscere i propri limiti, tenersi a debita distanza dai Profondi Dissidi di Coscienza e ripiegare su un onesto action movie a forti tinte horror come questo Apocalypto. Una trama asciutta, basata sul collaudatissimo modello della «caccia al fuggitivo», si svolge tra momentanei idilli, efferate invasioni, orrendi riti apotropaici e inseguimenti mozzafiato ambientati nell’ultimissimo mesoamerica precolombiano.
Dopo i primi venti pacifici minuti di ilare folklore tribale, la crudeltà subentra improvvisamente alla quotidianità e i ritmi di montaggio si impennano di conserva. L’apice ritmico nella giunzione del girato si manifesta in corrispondenza dell’arrivo in città dei prigionieri. Non è una scelta casuale: la rapida successione di brevi totali e parziali e di primi piani dei protagonisti, in questo specifico frangente, vuole offrire uno sbocco visivo frastornante al traumatico incontro-scontro tra i rappresentanti del mondo naturale incontaminato, prostrati e ridotti in schiavitù, e il grande agglomerato urbano. Simbolo di artificio e di massificazione, nonché formidabile collettore di calamità e depravazioni assortite, la città-stato Maya ospita una sorta di galleria degli orrori pagani. Al suo interno, il potere politico e quello religioso sono complici nell’imbonire vaste folle, piagate dalla carestia e dalla siccità, nutrendo divinità di comodo con il sangue di incolpevoli vittime sacrificali. Di questo banchetto antropofago – minaccioso frutto di una conoscenza del divino in cui Dio cerca direttamente l’uomo o ne è direttamente cercato – allo spettatore non viene risparmiato quasi nulla: estirpazione cruenta del cuore ancora palpitante previo sventramento, decapitazione e rotolamento di teste e corpi giù per i gradoni delle piramidi, improvvisati circhi gladiatori e immense discariche di cadaveri, a macabro precorrimento di future atrocità. Data la crudezza del contesto, però, perfino la rude cinepresa di Mel Gibson preferisce mantenere fuori scena le numerose estrazioni cardiache, seppure accompagnandole con eloquenti effetti sonori. La fuga dell’eroico Zampa di Giaguaro, abbinata al sensibile rallentamento del ritmo d’insieme, assume il significato di un ritorno all’armonia e alla purezza originarie, nel cui ambito la preda recupera progressivamente il ruolo di cacciatore ristabilendo un ordine naturale sovvertito con la forza e con l’imperio.
Naturalmente Apocalypto, dato il piglio sbrigativo che contraddistingue il suo artefice, non è esente da pecche di vario genere. Quando la vicenda vira all’inseguimento di tutti contro uno, la sorte dei prigionieri scampati sia al sacrificio coram populo che al successivo gioco al massacro viene lasciata irrisolta. Alcune scene, poi, evolvono in modo molto prevedibile: all’inizio si capisce benissimo che il padre di Zampa di Giaguaro sta a sua volta prendendo in giro il neosposo sterile appena messo in ridicolo dal figlio, oppure che durante il duello clou scatterà la trappola simil-vietkong anch’essa vista all’opera in apertura.
Peccati veniali che non intaccano più di tanto il buon livello di un film senz’altro destinato a dividere, ma da vedere assolutamente.

Sullo stesso film: Alessio Guzzano

Pubblicato il 8/1/2007 alle 9.52 nella rubrica Film e DVD.

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