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Su Welby, da libertario a libertario

Da leggere tutto, il post odierno di Retorica e Logica, specialmente laddove riporta la presa di posizione autenticamente cattolica e liberale di Roberto Mordacci – docente di Filosofia Morale all’Università San Raffaele di don Luigi Verzé, Milano – in merito al trapasso del povero Piergiorgio Welby.
Il secco no all’omicidio del consenziente – restrizione indispensabile per consentire la collimazione logica tra metodo e sistema in una liberaldemocrazia, come argomentavo quiqui – non deve impedire di riconsegnare lo specifico caso di Welby al suo corretto quadro clinico, morale e normativo. Che non riguarda l’accanimento terapeutico o l’eutanasia in senso stretto, né tantomeno il riconoscimento sic et simpliciter di quella variante egalitaria e totalizzante dell’autodeterminazione individuale che emerge dagli untuosi ragionamenti di tanti apprendisti liberali. Qui si parla(va) del diritto soggettivo – sancito peraltro dalla Carta Costituzionale – di rifiutare un trattamento sanitario in palese assenza dei presupposti legali necessari a renderlo obbligatorio. Checché stiano ad almanaccare gli “apprendisti liberali” di cui sopra, infatti, lasciar morire e sopprimere rimangono azioni eticamente ben distinte, a meno di non abbracciare il consequenzialismo da pianerottolo per cui, tanto, “non fa differenza: tu agisci, tizio muore in entrambi i casi”. La forte sedazione somministrata a Piero Welby è servita ad anestetizzargli la sospensione della ventilazione polmonare meccanica che, sola, è responsabile dell’avvenuto decesso: in questa circostanza si può dire di aver lasciato morire, non di “aver suicidato” qualcuno. Ci si augura che l’azione penale da parte della magistratura, obbligatoria, tenga adeguatamente conto di tutte le circostanze fortemente attenuanti ravvisabili in questa vicenda.
Rimane il disarmo per un’interpretazione dell’assetto giuridico nazionale – mi riferisco all’ordinanza emessa la settimana scorsa dal giudice romano Angela Salvo – ancora legata ai vetusti fiscalismi tipici del diritto romano, mentre nel contesto di una giurisprudenza consuetudinaria – nell’ambito della quale le regole siano emanazioni dirette del costume, come per la common law anglosassone – il pronunciamento di un magistrato avrebbe potuto benissimo coprire un vuoto legislativo di dettaglio.
Naturalmente, chiunque proclamerà di aver posto in essere un gesto di “disobbedienza civile” aiutando Welby a esaudire il suo desiderio, magari dopo averne ribadito la “legalità di massima” per come brevemente spiegata anche in questa sede, si dovrà fare carico della contraddizione in termini insita nella sua affermazione.

Aggiornamento (23-12-2006): Sullo stesso tema, con particolare riguardo al coacervo di aporie che sottende gran parte degli argomenti frequentati dal mainstream pro-eutanasia, offre senz'altro un punto di vista interessante anche l'igneo "loicismo" di Bernardo.

Pubblicato il 21/12/2006 alle 18.25 nella rubrica Diario.

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