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Né bio né equo né solidale. Quindi massimamente etico

La scorsa settimana un’inchiesta del settimanale The Economist, poi ripresa da Carlo Stagnaro sul Foglio di sabato e da un post di Fausto Carioti, metteva pesantemente sotto accusa i falsi miti dell’agricoltura biologica, della distribuzione sostenibile e del commercio equo e solidale. Pura iconoclastia, se si tiene presente quale posizione occupi il consumo consapevole nella scala di valori “razionale” che – teoricamente – dovrebbe attestare la superiorità antropologica intrinseca alla mentalità progressista.
Il servizio del magazine londinese cominciava la sua opera demolitrice sfatando la leggenda del cibo organico e smascherandone il carattere retrogrado. La produzione di generi agricoli tra il 1950 e il 2000, infatti, è triplicata a fronte di un aumento della superficie coltivata totale del solo 10%. Pur commettendo l’errore di attribuire tutto il merito di questo efficientamento all’impiego dei concimi chimici – giacché, a onor del vero, molte delle innovazioni di cui si è avvalsa l’agrotecnica si devono ai progressi e alla diffusione su larga scala della meccanizzazione –, il dato indica impietosamente che un troppo vasto revival del biologico comporterebbe il ritorno allo sfruttamento estensivo dei suoli. La fine che farebbero ettari ed ettari di foresta pluviale in un simile scenario è facilmente immaginabile; un po’ meno lo sono i benefici alimentari derivanti da una dieta “bio”, visto e considerato che, come sottolinea Carioti, “non vi è alcuna prova scientifica che il cibo coltivato con i metodi convenzionali sia in qualsivoglia modo dannoso per la salute, o che il cibo prodotto con metodi organici abbia proprietà nutrizionali più elevate”.
Secondo bersaglio, il commercio equo e solidale. Che esce assai malconcio dal vaglio critico toccatogli, ritrovandosi degradato a mera distorsione allocativa o, se si preferisce, a marketing sotto mentite spoglie ideologiche. Innanzitutto, la disponibilità a pagare un sovrapprezzo in premio all’ipotetica “eticità” attribuita a uno specifico circuito merceologico, da una parte, costringe i produttori a esso estranei a ridurre notevolmente i loro margini di guadagno per reggere la concorrenza e, dall’altra, incoraggia i beneficiari dell’extra profitto a non diversificare l’offerta e a non investire in ricerca e sviluppo. Inoltre, stando al resoconto di Stagnaro, “la certificazione equa e solidale viene di norma concessa sulla base di pregiudizi politici, e in particolare tende a favorire le cooperative, escludendo le imprese famigliari”. Un particolare che dovrebbe destare più di una perplessità, nell’ambito del solidarismo cattolico. Non è banale rimarcare, infine, che solo il 10% dell’introito equo e solidale giunge all’origine della filiera produttiva: il resto viene ripartito tra dettaglio e distribuzione.
Se non bastasse il conflitto d’interessi tra l’impegno a favore del terzo mondo e l’esortazione ad acquistare cibi prodotti localmente – perciò non necessariamente biologici e senz’altro non caritatevoli verso i paesi poveri –, per dissolvere quest’altra illusione valgano allora considerazioni di tipo logistico. Trasportare una tonnellata di derrate dall’origine a una rivendita generica – come può esserlo un supermercato – comporta un dispendio energetico minore che movimentare tra un negozietto limitrofo e l’altro mille automezzi privati per consentire a ciascuno di essi di raccogliere un chilo di merce. Prendendo in considerazione anche il costo dei processi produttivi, poi, si scopre che, importando beni da aree in cui il fabbisogno energetico è minore a parità di valore aggiunto, il risparmio economico e la sostenibilità ambientale crescono a prescindere dalle distanze geografiche.
Il sottofondo ideologico su cui germina l’eterogenesi “equa e solidale” dei fini, a ben vedere, è dato dalla rielaborazione in chiave pauperista dei peggiori retaggi del marxismo, in quanto il valore delle merci si pretende determinato a priori esclusivamente dalla remunerazione dei loro fattori produttivi. Lo scarto tra prezzo e costo, in quest’ottica, è automaticamente un furto di salario (plusvalore assoluto) e/o di ore lavorate (plusvalore relativo). Ben si capiscono, pertanto, le ragioni dell’estrema sfiducia nel libero mercato che traspare dallo shopping no-global, e che si traduce nell’ennesima variante del pregiudizio anticapitalista. Posto in questa prospettiva, lo scambio tramite nuda compravendita appare condannato a scontare un fardello di lacune etiche congenite, da colmare aggiungendo alla soddisfazione di esigenze particolari la garanzia di contribuire al “bene comune”. Ma tale forma mentis utilitarista dimentica che il mercato, nel riconoscere a tutti i suoi agenti il diritto alla pacifica contrattazione, è già eticamente orientato al massimo grado possibile, poiché la certezza della proprietà privata rappresenta la più alta espressione di rispetto reciproco. Dubitarne – magari a causa dell’inquietudine che proviamo nel misurarci con il disagio esistente in realtà lontane da noi – può indurre nella tentazione di intromettersi a sproposito nel corso naturale degli eventi, di fatto limitando l’altrui sovranità proprietaria, con esiti inintenzionali del tutto imponderabili e spesso assai dannosi.

Pubblicato il 15/12/2006 alle 10.0 nella rubrica Diario.

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